Come accogliesse Palermo il suo primo liberatore lo narrò testè
egli stesso, e a chi conosce la forza d’espansione degli entusiasmi
siciliani è facile immaginarlo. Incontrato fra i primi dal prefetto
Pallavicino-Trivulzio, condotto al Palazzo Reale e ospitato in quella
medesima stanza da lui abitata nel 1860, visitato a gara da ogni ceto
di cittadini e da ogni ordine di magistrati, applaudito, baciato,
benedetto da una moltitudine di popolo delirante che cangiava sempre e
non scemava mai; unico nome su tutte le labbra, unico tema a tutti i
giornali, gli stessi figli di Vittorio Emanuele parvero dimenticati.
Però, quantunque il Generale fosse stato sollecito di rendere loro,
appena arrivato, il debito omaggio, essi sentirono il falso della
loro posizione, e affrettarono, senza parere, la partenza. E da
quell’istante il vero padrone della città fu lui; i partiti pendevano
dalle sue labbra; le Autorità facevano a gara ad ossequiarlo; gli
Istituti pubblici sollecitavano l’onore d’una sua visita, come
quella d’un sovrano; la Guardia Nazionale, fiore della cittadinanza,
novellamente comandata dal generale Medici, sembrava trasformarsi
in una sua guardia del corpo; il prefetto Pallavicino, supremo
rappresentante del Governo, pareva tornato suo prodittatore. Tuttavia
per alcuni giorni il Generale non profferì verbo, nè fece un passo che
uscisse dalla stretta legalità. Che cosa fosse venuto a fare a Palermo,
continuava ad essere un mistero anche pei suoi intimi; e probabilmente
non avrebbe saputo dirlo nemmeno lui. Soltanto la domenica del
15 luglio assistendo al Foro Italico, da una tribuna eminente, in
compagnia del Sindaco, del Prefetto e dei primari Magistrati della
città, ad una rassegna della Guardia Nazionale; punto badando al luogo,
alla cerimonia, al contorno ufficiale (fors’anco in cuor suo avendo
pensato giovarsene) saetta in mezzo alla milizia ed al popolo accalcato
a’ suoi piedi questa terribile invettiva:
«Popolo di Palermo,
Il padrone della Francia, il traditore del 2 dicembre, colui
che versò il sangue de’ fratelli di Parigi, sotto il pretesto
di tutelare la persona del Papa, di tutelare la religione, il
cattolicismo, occupa Roma. Menzogna! menzogna! Egli è mosso da
libidine, da rapina, da sete infame d’impero, egli è il primo che
alimenta il brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di
assassini.
Popolo del Vespro, Popolo del 1860, bisogna che Napoleone sgombri
Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro.»
All’inattesa folgore gli stessi amici impallidirono; giuntane la nuova
a Torino, il Parlamento si commosse; il Ministro Rattazzi, incalzato
d’interpellanze, negò, arruffò, disdisse, deplorò le insensate parole,
censurando apertamente il prefetto Pallavicino d’averle ascoltate senza
protesta; ma poichè il Pallavicino pareva non darsene ancora per inteso
e Garibaldi non udiva intorno a sè che voci di plauso e di consenso,
e vedeva quell’idea di Roma accolta dall’inconsapevole entusiasmo
popolare più ch’egli non avesse sperato, così s’afferra a quella e ne
fa oramai la stella fissa del suo cammino.
Risoltosi infatti a visitare i luoghi della epopea del 1860, tocca
Alcamo, Partinico, percorre, esaltandosi a quei ricordi gloriosi, il
campo di Calatafimi, fa una punta a Corleone, a Sciacca, a Mazzara,
e di là ripiega su Marsala, dove parendogli bello riprendere da
«quella terra di felice augurio il tronco cammino,[215]» annunzia,
più categoricamente che fino allora non avesse fatto, il suo fermo
proposito di marciare all’impresa di Roma, ed apertamente invita i
Siciliani a dar di piglio alle armi ed a seguirlo. E poichè, a quel
bellicoso appello, una voce ignota dalla folla plaudente sclamò: _Roma
o Morte_, «Sì,» ripetè più volte il Generale, «_o Roma o Morte_;» e
questo grido, uscito forse dalle labbra inconscie d’un Picciotto o
d’un pescatore marsalese, diventò da quell’istante, per il fato delle
parole, il segnacolo in vessillo d’una delle avventure più cimentose a
cui mai Garibaldi siasi accinto ed abbia tentato strascinare l’Italia.