Anche quello strascico di mar vecchio che aveva lasciato dietro di sè
la burrasca di Sarnico pareva del tutto quietato. Garibaldi era sempre
a Belgirate nella villa dei Cairoli; ma vi menava da due settimane
una vita sì privata e tranquilla che persino quei diari, che erano in
voce di suoi più intimi, non sapevan che si dire di lui. La sola nuova
un po’ importante che da qualche tempo fosse corsa dal Lago Maggiore
fu che a cagione di nuovi dissidi insorti tra il Generale e la parte
mazziniana (quella che voleva l’azione a ogni costo) egli aveva dato
la sua rinuncia di Presidente della _Società Emancipatrice_; e, com’è
ben naturale, anche questo fatto parve ai più buono augurio che l’eroe
andasse a poco a poco mettendo il cuore in pace, e deponendo, almeno
pel momento, ogni proposito di fortunose avventure.
Se non che, a un tratto, una dietro l’altra, coll’incalzare staremmo
per dire d’un nembo che s’avanzi, rumoreggiarono queste notizie:
Garibaldi è giunto a Torino dov’ebbe un segreto abboccamento col Re
e un alterco con Rattazzi; Garibaldi seguíto da un manipolo de’ suoi
fidati è ripartito per Caprera: Garibaldi è sbarcato improvvisamente a
Palermo.
Ma a che fare a Palermo? Perchè quel viaggio precipitato e misterioso?
Quale nuovo disegno covava il Generale? Quale nuova sorpresa preparava
egli all’Italia? Eran queste le domande ansiose che susurravan
su tutte le labbra e s’agitavan in tutti i cuori ed ai quali nè
oggi, nè mai, forse, sarà concesso dare precisa e certa risposta.
Tuttavia, rifrugando fra quei _frammenti a matita_ di cui altrove
abbiamo parlato, ci venne fatto di trovare questa pagina di tutto
pugno del Generale che getta un raggio di luce inattesa sulle origini
d’Aspromonte, e decifra almeno la prima sillaba dell’«enigma forte:»
«Disgustato delle cose di Sarnico — e tornato in Caprera — io non
avrei abbandonato la mia solitudine — se le notizie dell’Italia
meridionale fossero state men tetre. — I miei amici di quelle parti
— massime dalla Sicilia — mi narravano il malcontento crescente ed
il pericolo d’un movimento autonomista — coadiuvato certamente da
tutti gli altri partiti che col mal governo di Rattazzi avevano
alzato la testa. — L’opinione generale era, che al richiamo (qui
minacciato) del Pallavicino un’insurrezione sarebbe scoppiata
in Sicilia. Tali considerazioni mi fecero decidere a visitare la
capitale dell’Isola.
»Io sapeva che i Principi erano stati a Palermo — ma confesso che
se avessi saputo che essi si trovavano ancora là — io avrei scelto
un altro luogo di sbarco.
»Avendoli però trovati a Palermo — ed essendo sempre stato ben
accolto da loro, mi affrettai a dire al mio amico Pallavicino che
mi sarebbe stato carissimo l’incontrarli.
»Giunsi in città al principio della notte — e subito che quella
cara popolazione seppe del mio arrivo — volle vedermi e mi accolse
come un caro della famiglia.
»Noi avevamo passato insieme momenti così solenni, tanti pericoli e
divise insieme tante glorie, ch’era naturale il rivederci oltremodo
commossi.[213]»
Ora vi è in questa pagina autobiografica un punto che importa rilevare.
Fino ad ora fu detto e creduto che il disegno di far della Sicilia una
base all’impresa di Roma fosse già fermo e compiuto nella mente di
Garibaldi prima della sua partenza da Caprera. Ecco invece che egli
ci disinganna e con grande asseveranza ci assicura nelle più intime
sue carte come unico motivo di quel suo viaggio fosse l’idea, tuttora
vaga ed oscura, di ravvivarvi colla sua presenza lo spirito unitario,
quietarvi il pubblico malcontento, e combattervi le fazioni autonomiste
e borboniche che tentavano rialzare la testa. Nè di dubitare della sua
parola vi sarebbe ragione; in ogni caso, a noi suoi compagni d’azione
non mancherebbero argomenti per confermarla.
Nessuno infatti di quanti, invitati da lui, lo accompagnarono da
Caprera a Palermo seppe mai dal suo labbro nè dove s’andasse, nè
perchè s’andasse! Soldati, seguivamo il Capitano: credenti, seguivamo
l’Apostolo.[214] Soltanto in alto mare nella notte del 7 luglio in
vista della costa siciliana, taluno essendosi arrischiato a chiedere
timidamente se si facesse rotta per la Sicilia: «Sì, rispose....
andremo a Palermo e là vedremo.» E tuttavia questa indeterminatissima
parola «vedremo» era ancora la parte più definita e più certa del
programma di Garibaldi in quel momento. Nessuna mèta fissa guidava
i suoi passi; nessun proposito chiaro animava la sua volontà; e,
a guisa d’uomo che intraprenda un viaggio d’esplorazione in una
terra incognita, attendeva dalle scoperte che andrebbe facendo
per via la norma del suo cammino ulteriore. Però, lo si tenga per
fermo, il concetto di muovere dalla Sicilia al conquisto di Roma,
lunge dell’essere stato, come fu scritto, la causa del suo viaggio
in Sicilia, non ne fu che l’effetto. Che quel concetto dormisse
in embrione in fondo al cervello dell’eroe è più che probabile; ma
affinchè quell’embrione si animasse e prendesse forma viva e concreta
nel disperato dilemma _o Roma o Morte_, fu prima mestieri che sentisse
i vulcanici influssi del clima e del suolo siciliano, e trovasse in
quel medesimo maleficio di insanie, di debolezze, di equivoci d’onde
nacque l’aborto di Sarnico, la forza d’ingrandire e di minacciare.