XII.

Anche quello strascico di mar vecchio che aveva lasciato dietro di sè

la burrasca di Sarnico pareva del tutto quietato. Garibaldi era sempre

a Belgirate nella villa dei Cairoli; ma vi menava da due settimane

una vita sì privata e tranquilla che persino quei diari, che erano in

voce di suoi più intimi, non sapevan che si dire di lui. La sola nuova

un po’ importante che da qualche tempo fosse corsa dal Lago Maggiore

fu che a cagione di nuovi dissidi insorti tra il Generale e la parte

mazziniana (quella che voleva l’azione a ogni costo) egli aveva dato

la sua rinuncia di Presidente della _Società Emancipatrice_; e, com’è

ben naturale, anche questo fatto parve ai più buono augurio che l’eroe

andasse a poco a poco mettendo il cuore in pace, e deponendo, almeno

pel momento, ogni proposito di fortunose avventure.

Se non che, a un tratto, una dietro l’altra, coll’incalzare staremmo

per dire d’un nembo che s’avanzi, rumoreggiarono queste notizie:

Garibaldi è giunto a Torino dov’ebbe un segreto abboccamento col Re

e un alterco con Rattazzi; Garibaldi seguíto da un manipolo de’ suoi

fidati è ripartito per Caprera: Garibaldi è sbarcato improvvisamente a

Palermo.

Ma a che fare a Palermo? Perchè quel viaggio precipitato e misterioso?

Quale nuovo disegno covava il Generale? Quale nuova sorpresa preparava

egli all’Italia? Eran queste le domande ansiose che susurravan

su tutte le labbra e s’agitavan in tutti i cuori ed ai quali nè

oggi, nè mai, forse, sarà concesso dare precisa e certa risposta.

Tuttavia, rifrugando fra quei _frammenti a matita_ di cui altrove

abbiamo parlato, ci venne fatto di trovare questa pagina di tutto

pugno del Generale che getta un raggio di luce inattesa sulle origini

d’Aspromonte, e decifra almeno la prima sillaba dell’«enigma forte:»

«Disgustato delle cose di Sarnico — e tornato in Caprera — io non

avrei abbandonato la mia solitudine — se le notizie dell’Italia

meridionale fossero state men tetre. — I miei amici di quelle parti

— massime dalla Sicilia — mi narravano il malcontento crescente ed

il pericolo d’un movimento autonomista — coadiuvato certamente da

tutti gli altri partiti che col mal governo di Rattazzi avevano

alzato la testa. — L’opinione generale era, che al richiamo (qui

minacciato) del Pallavicino un’insurrezione sarebbe scoppiata

in Sicilia. Tali considerazioni mi fecero decidere a visitare la

capitale dell’Isola.

»Io sapeva che i Principi erano stati a Palermo — ma confesso che

se avessi saputo che essi si trovavano ancora là — io avrei scelto

un altro luogo di sbarco.

»Avendoli però trovati a Palermo — ed essendo sempre stato ben

accolto da loro, mi affrettai a dire al mio amico Pallavicino che

mi sarebbe stato carissimo l’incontrarli.

»Giunsi in città al principio della notte — e subito che quella

cara popolazione seppe del mio arrivo — volle vedermi e mi accolse

come un caro della famiglia.

»Noi avevamo passato insieme momenti così solenni, tanti pericoli e

divise insieme tante glorie, ch’era naturale il rivederci oltremodo

commossi.[213]»

Ora vi è in questa pagina autobiografica un punto che importa rilevare.

Fino ad ora fu detto e creduto che il disegno di far della Sicilia una

base all’impresa di Roma fosse già fermo e compiuto nella mente di

Garibaldi prima della sua partenza da Caprera. Ecco invece che egli

ci disinganna e con grande asseveranza ci assicura nelle più intime

sue carte come unico motivo di quel suo viaggio fosse l’idea, tuttora

vaga ed oscura, di ravvivarvi colla sua presenza lo spirito unitario,

quietarvi il pubblico malcontento, e combattervi le fazioni autonomiste

e borboniche che tentavano rialzare la testa. Nè di dubitare della sua

parola vi sarebbe ragione; in ogni caso, a noi suoi compagni d’azione

non mancherebbero argomenti per confermarla.

Nessuno infatti di quanti, invitati da lui, lo accompagnarono da

Caprera a Palermo seppe mai dal suo labbro nè dove s’andasse, nè

perchè s’andasse! Soldati, seguivamo il Capitano: credenti, seguivamo

l’Apostolo.[214] Soltanto in alto mare nella notte del 7 luglio in

vista della costa siciliana, taluno essendosi arrischiato a chiedere

timidamente se si facesse rotta per la Sicilia: «Sì, rispose....

andremo a Palermo e là vedremo.» E tuttavia questa indeterminatissima

parola «vedremo» era ancora la parte più definita e più certa del

programma di Garibaldi in quel momento. Nessuna mèta fissa guidava

i suoi passi; nessun proposito chiaro animava la sua volontà; e,

a guisa d’uomo che intraprenda un viaggio d’esplorazione in una

terra incognita, attendeva dalle scoperte che andrebbe facendo

per via la norma del suo cammino ulteriore. Però, lo si tenga per

fermo, il concetto di muovere dalla Sicilia al conquisto di Roma,

lunge dell’essere stato, come fu scritto, la causa del suo viaggio

in Sicilia, non ne fu che l’effetto. Che quel concetto dormisse

in embrione in fondo al cervello dell’eroe è più che probabile; ma

affinchè quell’embrione si animasse e prendesse forma viva e concreta

nel disperato dilemma _o Roma o Morte_, fu prima mestieri che sentisse

i vulcanici influssi del clima e del suolo siciliano, e trovasse in

quel medesimo maleficio di insanie, di debolezze, di equivoci d’onde

nacque l’aborto di Sarnico, la forza d’ingrandire e di minacciare.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 69 / 147 题