La storia di Sarnico è breve. Garibaldi, visitate ancora Brescia,
Castelgoffredo, Asola, Desenzano, Pavia, adducendo il bisogno di
curarsi della sua vecchia artritide si riduce in sul finire d’aprile
presso le Terme sulfuree di Trescorre, nella villa del suo vecchio
amico Gabriele Camozzi. Chiunque però sapeva che Trescorre giace
come al centro delle valli che mettono al Tirolo, e osservava gli
andamenti del Generale e de’ suoi seguaci non poteva tardare ad
avvedersi che la salute e i bagni erano un comodo pretesto; ma la
ragione vera, ben altra e più grave. La villa Camozzi sembrava divenuta
un Quartier-generale. Un andirivieni incessante di Garibaldini, di
profughi veneti e trentini, di Deputati dell’estrema Sinistra; un
discorrere sommesso, un appartarsi guardingo, un apparire e scomparire
misterioso, dicevano abbastanza che qualcosa di nuovo si macchinava.
Il 5 maggio i membri della _Emancipatrice_, convenuti a Trescorre
per festeggiare la partenza di Quarto, confermavano l’alleanza e
la concordia giurata a Genova, e davano a Garibaldi nuovo stimolo a
compiere il concepito disegno.[204]
Era una congiura condotta press’a poco colla stessa noncuranza del
segreto con cui due anni prima lo era stata la più grande congiura
di Marsala. I più noti luogotenenti di Garibaldi, i più celebrati
agitatori del partito d’azione[205] giravan apertamente di città
in città ad incettare armi, a commettere vesti, a comprare scarpe,
a negoziar prestiti di danaro; e bastava aver occhi ed orecchi per
conoscerne i passi ed udirne i discorsi. Garibaldi stesso, infine,
aveva già dato al Governo di Torino il più chiaro di tutti gl’indizi,
inviando agli ultimi d’aprile il dottor Ripari a richiedere al signor
Capriolo, segretario dell’interno, plenipotenziario del Rattazzi
assente, tutto o parte di quel milione che già era stato promesso per
la Grecia, e che era assai facile sospettare dovesse servire a impresa
più vicina. Insomma la trama ordivasi con tanta sicurezza e pubblicità
che a Parigi ed a Vienna sapevasi già quello che il Ministero a Torino,
e, cosa ancor più strana, i suoi governatori di Brescia e di Bergamo
sul teatro stesso dell’azione ignoravano. Ma un caso inatteso venne ad
illuminarli. A Genova una banda di audaci, svaligiato in pien meriggio
il banco Parodi, tenta la fuga sopra una tartana che mesi prima era
stata noleggiata a nome di Garibaldi dal colonnello Cattabene, appunto
per quella spedizione di Grecia di cui tanto si discorreva e che mai
si effettuava. La polizia italiana, frattanto, scoperta la via tenuta
dai ladri, riesce ad arrestarli in mare sulla tartana medesima; ma
quivi, trovando fra le carte del Capitano il primo contratto del
Cattabene, sospetta questi pure complice del furto, e saputolo a
Trescorre presso il Generale, senza badar più che tanto, nella notte
del 13 aprile, arresta lui pure e lo traduce come un malfattore ad
Alessandria. Proteste del Generale; strida del partito; invano; chè
al Tribunale soltanto spetta decidere la lite. Se non che l’autorità,
frugando la casa del Cattabene per iscoprire maggiori tracce della
sua colpabilità nel furto Parodi, viene inaspettatamente ad avere tra
le mani gl’indizii d’un’altra impresa non sospettata fino allora: gli
appunti, gli ordini, i piani dell’imminente invasione del Tirolo. A
tal punto anche il Governo si desta, e mentre bandisce illegittimi
tutti quegli apparecchi e falsa la vociferata connivenza del Governo, e
ferma la risoluzione d’impedire e reprimere quei tentativi, occorrendo
anche colla forza,[206] spedisce truppe a sbarrare tutti i passi di
Valcamonica e di Valsabbia; ordina che quanti s’avviano per quelle
valli siano arrestati; pone sotto rigorosa sorveglianza Trescorre
stesso e i suoi abitatori.
Ed era tempo. Il 14, sera, un manipolo di giovani conveniva da ogni
parte nei dintorni del lago d’Iseo, manifestamente avviati per la
Valcamonica: il 15 il colonnello Nullo e il capitano Ambiveri, seguíti
da una più grossa squadra, stavan per raggiungerli: tutto dimostrava
che si era alla vigilia d’un’entrata in campagna. Allora anco i
Prefetti di Brescia e di Bergamo si riscuotono in sussulto: Nullo,
Ambiveri e cinquantacinque de’ loro compagni sono presi a Palazzolo:
altri quarantaquattro tra Sarnico ed Alzano Superiore: e i prigionieri,
con l’imprudenza che segue sempre le risoluzioni precipitate, sono
tradotti parte a Bergamo e parte a Brescia, patria di quasi tutti
gli arrestati, le due città più infiammabili d’Italia. E ne apparvero
tosto le conseguenze: il popolo bergamasco si accontentò d’un tumulto
presto sedato; ma il bresciano più sulfureo s’avventa alle prigioni
per tentare di liberare i prigionieri: il picchetto di guardia resiste;
spiana l’armi, fa fuoco: un cittadino è ferito, un altro morto: grande
lutto e maggior scompiglio in tutta la città.
A questa nuova Garibaldi schizza fuoco e fiamme: scaraventa contro
i difensori delle prigioni di Brescia una violenta invettiva,
pareggiandoli «a sgherri mascherati da soldati,» e proponendo una spada
d’onore all’ufficiale russo Popof, che favoleggiavasi avesse spezzato
la sua piuttosto che usarla contro l’inerme popolo di Varsavia; nè pago
di ciò, chiede imperiosamente al Prefetto di Bergamo la liberazione de’
suoi prigionieri, proclamando «aver essi agito per espresso suo ordine
e sè solo in ogni evento responsabile.» Dove fosse per trascorrere
l’accecato Achille era pauroso il pensarlo; pure avendogli il dabben
Prefetto comunicato la cortese, ma ferma risposta del Ministero:
«rincrescere al Governo, ma non poter ammettere il modo di vedere
del generale Garibaldi circa le conseguenze de’ fatti avvenuti;»
eccolo a un tratto, come se tutto quel furore non fosse stato che un
fuoco d’artificio, mutar parole e contegno; ridivenir ragionevole
e sereno; temperare in una nuova lettera le acerbe frasi dirette
all’esercito:[207] promettere a quanti l’avvicinano d’aver deposto
ogni pensiero di spedizione; reduci i ministri da Napoli, abboccarsi
tranquillo col Rattazzi e il Depretis; tranquillo partirsi da Torino;
tranquillo ritirarsi a Belgirate, ospite di Benedetto Cairoli, d’onde
dichiara pubblicamente: «Che ogni arruolamento che si potesse fare,
sarebbe a sua insaputa ed avrebbe la sua disapprovazione.[208]»
E non basta: riapertosi in quei medesimi giorni il Parlamento, il
Generale consigliavasi di inviare al Presidente della Camera dei
Deputati una lunghissima lettera, la quale, riassunta ne’ suoi capi
principali, diceva: esser venuto sul continente chiamato dal Ministro
Ricasoli, che dicevasi disposto ad occuparsi seriamente dell’armamento
nazionale: il nuovo Ministero avergli confermato il mandato dei Tiri a
segno, e più «data larga speranza» che sarebbesi adoperato alacremente
alla definitiva costituzione d’Italia: pegno dei patti convenuti
doversi riguardare la istituzione di due battaglioni di Carabinieri
Genovesi; venuta meno anco questa promessa, aver egli rimandato alle
loro case i giovani accorsi a parteciparvi; ma poichè parte di loro
riluttava a rimpatriare, egli «li consigliò a raccogliersi in alcuni
luoghi della pacifica Lombardia nei quali si doveva provvedere al
loro mantenimento con ispontanee oblazioni di buoni cittadini, mentre
essi si sarebbero esercitati viemeglio alle armi in aspettazione di
futuri avvenimenti.» Il Governo quindi equivocò fatalmente sullo
scopo di quei depositi: niente di più falso che si trattasse d’un
tentativo d’invasione nel Tirolo; dolorose tutte le persecuzioni di
cui i suoi compagni furono fatti segno: suo grido sempre _Vittorio
Emanuele_, e guai a chi tocca il concetto salvatore: necessario però
a fecondarlo l’armamento universale della nazione. Questa tende alla
sua unificazione come i gravi al centro della terra: irrefrenabile
l’agitazione della gioventù: chi vuole opporsi al generoso movimento
assume tutta la responsabilità delle disgrazie che ci possono
minacciare.[209]
Non rifaremo la discussione, o meglio il diverbio, che per questa
lettera s’accese in Parlamento. Il Crispi la difese passo passo,
spiattellando in faccia al Rattazzi anche la storia del milione, o,
come volgarmente dicevasi, del _milioncino_ promesso per la Grecia; il
Rattazzi armeggiò abilmente a contraddirla in tutti quei punti che lo
prendevano di mira; la Camera, più per tutelare l’autorità del governo
che per fiducia nel Ministero, votò un Ordine del giorno che prendeva
atto delle di lui dichiarazioni e lo incoraggiava a far rispettare la
legge; ma un’opinione s’accordò nelle menti, che la verità non si disse
nè si seppe intera da alcuno; e che poche giornate meritarono come
quella il proverbiale titolo di _journée des dupes_.
E questo giudizio tocca per primo Garibaldi. Quale imperiosa ragione
abbia potuto indurre il Generale a firmare quella lettera (a firmare,
diciamo, non a scrivere, poichè lo stile prolisso e il sillogizzare
curialesco la dimostrano evidentemente fattura d’altra mano), a noi
non fu dato chiarire; il segreto è morto probabilmente coll’eroe.
Per certo quel messaggio non diceva tutta la verità e ne dissimulava
la principalissima parte. Che la spedizione del Tirolo non dovesse
aver luogo immediatamente; che tra la raccolta delle armi e degli
armati, e il momento dell’invasione potesse o dovesse trascorrere
ancora un certo tempo, e che in questo intervallo fosse possibile
una resipiscenza e un contr’ordine, ciò si comprende di leggieri; e
in questo senso la lettera del Generale diceva il vero; ma che tutta
quella gioventù si radunasse ai piedi dello Stelvio e del Tonale,
sulle soglie del confine austriaco, solo per esercitarsi alle armi,
o molto meno, come nell’eccesso del suo zelo apologetico volle dare
a credere il deputato Crispi,[210] o molto meno per apparecchiarsi a
tragittare il Mediterraneo e combattere in Grecia, ciò oltrepassa i
confini del credibile e dell’intelligibile, e ciò non è.[211] E non
andremo in cerca per questo di superflue prove; non faremo appello
alla testimonianza di centinaia dei nostri antichi amici e compagni
d’armi; non pretenderemo nemmeno che si creda alla nostra;[212] ci
basta rammentare un fatto solo: Bixio, alla Camera dei Deputati, nella
tornata dell’8 giugno 1862, studiandosi a dimostrare che il Ministero
non poteva avere alcun sentore di quella impresa di cui eran piene le
bocche, adoperò questo singolarissimo argomento: «Tanto vero, esclamò,
che Garibaldi interrogò me se conveniva renderne partecipe il ministro
Depretis ed io ne lo dissuasi.» Ora è troppo ovvio che nè Garibaldi
avrebbe stimato necessario di consultare il Depretis, nè Bixio reputato
sì pericoloso il farlo, se quei disegni che allora mulinavano per la
mente del Generale fossero stati embrioni ancora non nati; o, come egli
scriveva, si fossero arrestati all’innocente idea di esercitar alle
armi qualche giovanetto ramingo e sfaccendato.
La verità è che Sarnico doveva essere la prima tappa di Trento; e
sarebbe stato più degno di Garibaldi confessare apertamente il proprio
generoso errore, anzichè sforzarsi a mascherarlo di avvocateschi
sotterfugi e di pie menzogne. Certo più che a lui la responsabilità
della lettera del 3 giugno spetta ai malavvisati consiglieri che gliela
dettarono; certo egli non s’indusse ad apporvi il proprio nome se
non per l’ingenuo convincimento di salvare per tal modo i suoi amici
compromessi da lui e per lui; ma non è men increscioso il pensare che
egli per una male intesa convenienza politica abbia dovuto lasciar
cadere sull’immacolata fama della sua lealtà una stilla d’inchiostro e
siasi esposto a veder sorridere della sua parola, sacra fin ora, la più
benigna posterità.