Ma il Governo era impegnato a concedere ben più. Reduce Garibaldi a
Torino, Rattazzi perfezionando il disegno del Barone Ricasoli gli
commette la direzione dei Tiri a bersaglio, colla balla di girare
Italia per propagarne l’effettuazione: poco dopo gli consente la
istituzione di due battaglioni di _Carabinieri mobili_ comandati
da suo figlio Menotti;[200] apparentemente destinati a combattere
il brigantaggio nel Mezzogiorno, ma presti, occorrendo, per altre
imprese; infine, complotto trapelato soltanto più tardi, ma non men
vero, gli promette un milione di lire per provvedere all’armamento
d’una spedizione in Grecia, insorta allora contro il re Ottone, e che
Garibaldi aveva promesso soccorrere[201] se non gli si apriva altra via
in Italia.
Così il Dittatore cacciato da Napoli pareva risorgere a Torino.
Si invocava il suo consiglio, si ambiva il suo aggradimento, si
interpretavano i suoi discorsi come responsi d’oracolo. Ospite del
senatore Plezza, la sua casa pareva un ministero; una processione
perpetua di Garibaldini, di patriotti, di Ministri, di Deputati d’ogni
colore, di ammiratori e sollecitatori d’ogni fatta, passava e ripassava
a visitarlo, a onorarlo, a consultarlo. I principi reali di Savoia lo
convitavano alla loro mensa quasi ingloriando dell’onore; finalmente
l’ultima settimana di marzo scortato dai figli e da numeroso corteo
di luogotenenti e di commilitoni, sopra treni appositi, in carrozze
separate, a spese dello Stato, s’incamminava alla volta di Lombardia.
Per contrapposto in quei medesimi giorni Vittorio Emanuele moveva colla
Corte e coi Ministri a visitare per la seconda volta il Mezzogiorno; ma
la cronaca narrò che il viaggio del mozzo nizzardo fu più trionfale.
I Sindaci gli muovono incontro, i Municipi lo albergano a loro spese, i
Prefetti lo banchettano, il clero lo ossequia, l’esercito lo acclama,
le Guardie nazionali gli presentano l’armi, i Garibaldini in camicia
rossa montano la guardia alla sua porta, le donne lo corteggiano, lo
abbracciano, lo baciano, ne portan via per reliquia i capelli e le
vesti, gli offrono in dono le gemme ed i figli: infine dovunque arriva
una turba immensa di popolo lo attende impavido alla pioggia ed al
sole, monta sui tetti e sugli alberi per vederlo, si precipita, appena
lo scorge, intorno a lui, lo avviluppa, lo serra, lo trasporta, lo
tien prigione del suo affetto e del suo delirio, lo spia in ogni atto,
lo segue in ogni passo, assedia da mane a sera gli approcci della sua
casa, lo chiama e richiama al balcone, lo fa parlare e lo apostrofa,
gli promette tutto quello ch’egli domanda, gli grida ad ogni istante:
«Roma e Venezia;» a cui il Generale risponde quasi invariabilmente:
«Sì, Roma e Venezia son nostre, e se saremo forti, le avremo.»
A Milano, murato da un serraglio vivente, non gli basta un’ora per
arrivare dalla Stazione all’albergo: dalla terrazza della _Ville_
saluta «il popolo delle cinque giornate capace di venticinque,»
raccomanda la carabina; promette al solito Roma e Venezia. Inaugurando
con pompa solenne il bersaglio provinciale, spara egli il primo colpo,
che i giornali trovano stupendo. Dovendosi distribuire le medaglie
commemoratrici delle ultime campagne, ne è commesso l’ufficio a lui, e
molti, pigliando le medaglie da quella mano, piangon di gioia e tentano
baciarla. Il Sindaco lo arringa; le Guardie nazionali e le Associazioni
operaie gli sfilan davanti a bandiere spiegate; i membri dell’Istituto
Lombardo s’affrettano a visitarlo; il prefetto Pasolini lo invita
a pranzo, e all’udire il racconto delle sue gesta esclama: «Questa
sera divento garibaldino anch’io.[202]» Manzoni infine, visitato per
omaggio dall’eroe, dice: «Sono io che devo prestar omaggio a voi: io
che mi trovo ben piccolo dinanzi all’ultimo dei _Mille_, e più ancora
dinanzi al loro Duce, che ha redento tanta parte d’Italia e nel modo
migliore, offrendola a Vittorio Emanuele;» e avendogli il Generale
nell’accommiatarsi fatto presente d’un mazzettino di viole, «lo
conserverò, esclama il Poeta, lo conserverò in memoria d’uno de’ giorni
più belli della mia vita!»
A Monza, a Como, a Lodi gli stessi deliramenti; a Parma, presiedendo
un Comizio d’operai al teatro San Giovanni, molte voci gli gridano:
«Viva Mazzini, ed egli replica: «Viva Vittorio Emanuele.[203]» A
Casalmaggiore bandisce la «Religione della santa Carabina.» A Cremona è
una epifania di donne, di ufficiali dell’esercito, di preti: monsignor
Vescovo Novasconi, malato, si leva di letto per ricevere la sua
visita: il clero gli manda una deputazione e pende dal suo labbro,
come da un nuovo Messia: dodici donne, madri, spose, figlie di morti
per la patria, gli presentano un indirizzo firmato da un migliaio
di signore e popolane cremonesi, nel quale promettono «che al nuovo
appello del Capitano dei Mille esse ridaranno ai loro uomini il brando
che spezzerà per sempre le catene delle loro sorelle ancora schiave.»
Era un’ebbrezza che dava il capogiro alle teste più salde e non sarà
meraviglia se tra poco ne sarà preso lo stesso Garibaldi. Perocchè
respirare tanto tempo in un’atmosfera sì infocata e non esserne
infiammato; sentirsi per quindici giorni intronati gli orecchi dalle
parole di «Roma e Venezia» e non crederle sincere; vedersi portato in
trionfo, udirsi glorificato e quasi incielato da un popolo intero e
non credersene il Dittatore; sapersi segretamente spalleggiato dallo
stesso Governo e non supporlo consenziente e complice, poteva essere
saggezza non difficile alla fredda mente d’un filosofo e d’un uomo di
Stato; ma all’anima ribollente d’un eroe diventava virtù pressochè
impossibile. Garibaldi sta per commettere i due più grandi errori
della sua vita; ma quando pure non bastasse a riscattarli la nobile
prepotenza dell’amor patrio, starebbero sempre a loro scusa questi
tre argomenti: la imprevidente e ambidestra condotta del Governo,
che pur di godere un riflesso della popolarità del Generale gli aveva
sacrificato una parte della propria autorità; la obbedienza passiva
dei di lui amici e commilitoni che tenendosi vincolati da una specie di
giuramento militare non seppero nè parlargli con verità, nè resistergli
con fermezza; finalmente la spensierata e quasi fanatica apoteosi che
i Lombardi prima, i Siculi poi, fecero d’un uomo che pure s’atteggiava
ad arbitro della nazione e li invitava a seguirlo in una avventura che
aveva tutte le apparenze d’una follia e d’una ribellione.
A ciascuno la sua responsabilità. Per aver il diritto di dire tutta
la verità ai grandi bisogna prima saperla dire ai popoli. Sarnico ed
Aspromonte li fecero in gran parte anche gli Italiani. Stia pure a loro
discolpa che il magico Capitano li stregò col suo fascino; il Governo
li confuse colle sue ambagi; la parte rivoluzionaria li sorprese
colle sue audacie; non è men vero che se Garibaldi non avesse trovato
fin dai primi passi tanto incoraggiamento d’applausi, di promesse e
di offerte, non avrebbe mai potuto pensare, nonchè avviare, le due
temerarie imprese a cui nel 1862 s’accinse. Gl’Italiani gli urlavano:
«A Venezia,» ed egli, seguendo la sua natura, rispondeva: «Andiamo.»
Essi gli giuravano sulla spada e sulla croce, nelle piazze e nelle
chiese: «Roma o morte;» ed egli li invitava a confermare i giuramenti
coi fatti; essi continuarono per un mese a rappresentare sotto i suoi
occhi la commedia dell’eroismo disperato e del patriottismo indomabile;
ed egli, ignorando quanto di rettorico, di melodrammatico e di
carnevalesco s’ascondesse ancora, per antica legge ereditaria, nelle
vene de’ suoi concittadini, egli, l’eroe dabbene e sincero, li prese
sul serio e scontò la pena per tutti.