Ma intanto che questi avvenimenti, più o meno probabili, maturavano,
Garibaldi era chiamato a Genova da un’altra cura. Le antiche discordie
della parte rivoluzionaria erano rinate. Essa pure era da molto tempo
partita in due fazioni, o frazioni che vogliansi dire, l’una procedente
più direttamente da Mazzini, che accettava condizionatamente la
Monarchia, rimetteva bensì al tempo, ma non nascondeva il suo ideale
repubblicano, teorizzava il diritto dell’iniziativa privata, predicava
l’azione immediata e continua, poneva al Governo il dilemma: lasciarla
fare e seguirla, o cadere; l’altra, capitanata più visibilmente da
Garibaldi, che pur avendo con la prima molti punti di somiglianza,
pure ne dissomigliava in tre essenzialissimi: era schiettamente
monarchica; credeva, senza dottrineggiare della sua legittimità, alla
utilità dell’iniziativa rivoluzionaria e alla potenza della guerra
popolare; serbavasi ferma tuttavia a non staccarsi dal Governo, pronta
anche, se egli precedeva, a marciare dietro a lui; infaticabile solo a
sospingerlo se indugiava; ma, fino al giorno in cui discorriamo, aliena
pur sempre dal disconoscerlo ed esautorarlo. Ora, com’è ben naturale,
ciascuna di queste due frazioni aveva la sua speciale organizzazione;
e come la garibaldina era disciplinata, e quasi militarmente
instrutta nei _Comitati di Provvedimento_, così la mazziniana per
opera principalissima dell’infaticabile Bertani (che nel Bellazzi,
già suo creato ed ora segretario de’ Comitati, trovava un fomite di
più alle sue antipatie) era venuta prendendo nome e persona in tante
_Associazioni unitarie_, che a primo aspetto si sarebbero dette un
plagio e un pleonasmo dei _Comitati_, che in realtà ne differivano
per quei punti che abbiamo posti in rilievo, e coi quali combatteva da
parecchi mesi una sorda guerra fraterna, immagine riprodotta per mille
membra della suprema discordia de’ capi.
Parve quindi urgente ai principali delle due parti che il periglioso
dissidio cessasse; e cercandone il modo, nessun migliore espediente
seppero immaginare che un’Adunanza generale, quasi un Concilio
ecumenico, di tutti i rappresentanti dei _Comitati_ e delle
_Associazioni_ auspice da Londra l’Apostolo del pensiero, da Caprera il
Pontefice dell’azione.
Convocata infatti da Garibaldi stesso, l’Assemblea si raccolse in
Genova nel teatro Paganini il 9 di marzo. Eran presenti tutti i
caporioni e caporali della democrazia, non meno di quattrocento
persone; presiedeva Garibaldi per ciò appunto venuto da Torino; il
quale, dopo aver nell’usato stile, scongiurato per la concordia,
additato nuovamente Roma e Venezia, riaffermata la necessità di
formare il fascio, o com’egli diceva, «il fascio romano di tutte le
forze,» aperse la discussione, quanto dire tutte le cataratte della
patriottica eloquenza. Pure fu notabile che in un’adunata d’uomini
sì diversi, nessuno esorbitò. Parve anzi che l’Assemblea ci mettesse
una tal quale ostentazione ad imitare l’ordine e la gravità dei
dibattimenti parlamentari, sicchè fra il dispetto e l’ironia fu
battezzata di _secondo Parlamento_. E d’un Parlamento ebbe, a dir vero,
tutto l’aspetto e tutta la solennità, tanto che se fu doveroso che il
Governo la rispettasse, perocchè così l’impedirla come il discioglierla
sarebbe stato del pari illegittimo, certamente fu molto significativo
che un’Assemblea di quattrocento persone, non munite d’alcun mandato
legale, assegnasse termini alla pace ed alla guerra; accettasse e
respingesse alleanze; passasse in rassegna armi ed armati; facesse
e rifacesse l’Italia, e il Governo fosse costretto a restare inerte
spettatore di tutto ciò, quasi in sembianza di tacito complice.
Per ventura però le deliberazioni furono meno paurose delle
discussioni. I _Comitati di Provvedimento_ si fusero colle
_Associazioni unitarie_ in un nuovo sodalizio che prese nome di
_Società Emancipatrice_; un Comitato di ventiquattro membri, cibreo
di tutte le tinte, fu eletto a rappresentarla; si auspicò al fausto
connubio; si inneggiò a Roma e Venezia; si indusse Garibaldi ad
invocare come pegno della restaurata concordia il richiamo di Mazzini,
e tutto passò come iride, lasciando i nembi di prima.