VIII.

In sullo scorcio di febbraio il senatore Giacomo Plezza, presi seco

il suo schioppo ed i suoi cani da caccia, s’imbarcava per Caprera.

E che unico scopo della sua gita fosse una partita alle pernici ed

alle beccaccie, i giornali spacciarono e il pubblico credette. Ma

non appena il Senatore fu nell’Isola, svela a Garibaldi l’arnese da

caccia non essere che una maschera; mandarlo in segreto il barone

Ricasoli (primo successore del conte di Cavour) onde assicurarlo in

suo nome che il Governo non aveva rallentato, nè rallenterebbe un

istante dagli apparecchi dell’impresa nazionale; affrettarne anzi, ma

non esserne ancora maturata l’opportunità; pregar quindi il Generale a

non voler con moti intempestivi guastare l’opera bene avviata; giunta

l’ora, sarebbe fra i primi avvertito; tenesse frattanto come pegno

dei buoni intendimenti del Governo l’imminente apertura dei Tiri a

segno nazionali e l’invito che gli faceva per mezzo suo di venire sul

continente a presiederne l’inaugurazione e a diffonderne l’istituzione.

Che il Plezza abbia tradotto esattamente, oppure no, il pensiero

del suo mandante; che a lui sia stato commesso soltanto di

invitare il Generale «a rimanersi tranquillo in aspettazione

dell’opportunità;[198]» che quell’idea di trastullare l’irrequieto

Capitano con quella distrazione dei Bersagli sia stata suggerita prima

dal Plezza, e dal Ricasoli soltanto assentita, tutto ciò poco monta;

il fatto è che Garibaldi aveva il diritto di credersi invitato da

un’ambasciata del Governo, e poichè quell’invito s’accordava coi mille

che da ogni parte i suoi amici gli inviavano, e colle sue più segrete

speranze e vivaci impazienze, così l’accettò tosto, e il 2 marzo in

compagnia del Plezza medesimo sbarcava improvviso, come al solito, in

Genova.

Se non che tre giorni dopo il Ministero Ricasoli non era più. Meglio

ancora dell’aperta ostilità degli avversari l’avevan ucciso la

tolleranza ostentata, e la malcelata freddezza de’ suoi amici. Certi

suoi atteggiamenti più altezzosi che fieri verso Napoleone III ed i

suoi Ministri, ond’era venuto in fama di poco devoto e poco gradito

all’imperiale protettore; certe sue professioni di fede liberalesca,

più mistiche a ver dire che pratiche, ma ad orecchio moderato troppo

puritane; la stessa rigidezza baronale colla quale soleva trattare

uomini e cose, l’avevano da lungo tempo indebolito nel favore della

sua parte; ma quando gli fu chiesto, quasi per metterlo alla prova, di

sciogliere i garibaldini _Comitati di provvedimento_, ed egli in nome

della libertà d’associazione, mallevata dallo Statuto, sdegnosamente

rifiutò, fu evidente, nonostante l’ombra d’uno stentato voto di

fiducia, che ogni consenso d’idee e di affetti fra lui e la Destra

era rotto, e che altro non gli restava che deporre il governo. E così

fece; e poichè il Rattazzi ne febbricitava di voglia da più mesi, e il

Re lo prediligeva, e i Centri lo invocavano, e la Sinistra prometteva

tollerarlo, e la Destra doveva subirlo, così egli ne fu il naturale

successore; senz’altro contrasto che de’ più arrabbiati delle varie

consorterie moderate, le quali non avendo saputo fino allora nè

combattere con lealtà, nè sostenere con franchezza il Ricasoli, si

lagnavano ora ch’egli cadesse in un punto ed in un modo da lasciarne

l’eredità al loro più aborrito avversario.

All’udire pertanto questa nuova, anche Garibaldi s’allietò. Egli non

conosceva il Deputato d’Alessandria che di nome, e non era certo in

grado di giudicare della sua politica, molto meno di distinguere quella

sottile linea che appena lo discerneva dai moderati; ma da ogni parte

glielo dipingevano per vecchio avversario del conte di Cavour, diletto

a Vittorio Emanuele, beneviso a gran parte della Sinistra, democratico

d’origine e di costumi; e ciò bastava perchè egli si felicitasse del

cambio e si illudesse di trovare in lui un alleato più compiacente

e più maneggevole. Nè alcuno si curò, a quel che parve, di trarlo

d’illusione; chè ridottosi il Generale a Torino e ristrettosi a intimo

colloquio, prima col Re, poi col Rattazzi medesimo, partì da entrambi

quasi entusiasta, a tutti magnificando le idee del nuovo Ministro,

esortando i suoi amici a sostenerlo, ripromettendosi di compiere con

lui le più grandi cose. E fino a qual punto fossero arrivate da un lato

le promesse o le lusinghe del Presidente del Consiglio, e dall’altro

la bonomia o la credulità del Generale, sarà difficile il documentare;

certo da quel giorno si diffuse la voce che in quei colloqui fossero

stati fermati importantissimi disegni; che Ministero e Garibaldi

agissero ormai d’accordo; e che l’Italia fosse alla vigilia di grandi

avvenimenti.[199]

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 65 / 147 题