Ed eccoci alle memorabili Tornate dei 18, 19 e 20 aprile. Fin
dal 14 il Generale aveva inviato al Presidente della Camera una
lettera ed un progetto di legge: nella lettera respingeva, sdegnando
giustificarsene, le parole irriverenti al Re ed alla Rappresentanza
nazionale, appostegli da’ giornali;[187] nel progetto di legge, ombra
pallida del suo pensiero, consiglio e fattura de’ suoi amici, specie
del Depretis, proponeva come rincalzo all’esercito l’istituzione delle
Guardie nazionali mobili; chiamando a parteciparvi tutti i validi da’
diciotto ai trentacinque anni.[188] Ma il Governo, pure ammettendo la
discussione della proposta, la fece rimandare agli Uffici e aspettò a
piè fermo il giorno della interpellanza.
Il 28 aprile Garibaldi fece la sua prima entrata nel Parlamento
italiano; e pari alla celebrità dell’uomo ed alla straordinarietà
dell’evento fu l’aspettazione. Vestiva la stessa foggia che da Quarto
in poi non aveva più abbandonato: _sombrero_ spagnuolo in mano,
camicia rossa, _poncio_ grigio; abbigliamento, se vuolsi, strano assai
per un Parlamento, e nel quale si può anche convenire che talvolta
si pavoneggiasse, ma che egli aveva fatto suo per quello spirito
di originalità e d’indipendenza quasi selvaggia, che era l’essenza
vitale del suo carattere; abbigliamento che egli preferiva alle
sgarbate uniformi ed alle complicate bardature delle nostre mode per
la ragione medesima, per la quale preferiva il suo scoglio di Caprera
a tutte le metropoli del mondo, una zuppa di fave ai più elaborati
manicaretti di Brillat-Savarin; che portava insomma perchè gli piaceva
ed era cresciuto, ragazzo male avvezzo dal destino, facendo sempre il
piacer suo, ma senza metterci, come fu detto, alcun recondito fine
di teatralità, e certo senza sospettare di mancar di reverenza a
chicchessia.
Lo accompagnavano, uno per fianco, quasi lo menassero prigione, il
letterato Macchi e il professore Zuppetta, accompagnatura a ver dire
poco marziale: quando comparve al sommo dell’ultimo settore di sinistra
un uragano d’applausi scoppiò anche dalle ultime gallerie; e non poteva
parere onore straordinario, se la stessa accoglienza era stata fatta
all’ammiraglio Persano, e sarà tra poco ripetuta al generale Cialdini.
Cessate le salve festive, il fuoco vero cominciò. Anco un breve sunto
di quelle tre giornate parlamentari esorbiterebbe da questo libro:
bastino a ritrarne la fisonomia i tratti più caratteristici. Aperse il
dibattimento il Ricasoli con un esordio, più solenne che necessario,
conchiudendo colla domanda già annunziata circa ai Volontari in
particolare ed all’armamento in generale, e invitando il Governo a dar
spiegazione del suo ultimo decreto dell’11 aprile, pel quale erano
istituiti i quadri di tre divisioni di Volontari, ma posti i loro
ufficiali in disponibilità. Toccò a rispondere al Fanti, e fu, come
al suo solito, infelice; lesse, con lena affannata e accento sbiadito,
un lungo discorso infarcito di particolarità, di cifre, di citazioni,
di raffronti non sempre appropriati; nel quale ricantate le note
argomentazioni dell’impossibilità di tenere sotto le armi Volontari in
pace, del soverchio numero degli ufficiali, delle promozioni favolose,
della necessità d’una cerna, finiva dichiarando che nulla aveva da
mutare, perchè in nulla aveva fallito, e invocava tranquillo la fiducia
dalla Camera.
Fu allora la volta di Garibaldi. Ringraziò il Ricasoli d’aver posta
quella importante questione; preludiò alla concordia; respinse da
sè ogni imputazione di colpa in quel dualismo, cui il Barone aveva
accennato, perocchè «tutte le volte che quel dualismo potrà nuocere
alla gran causa del paese, egli piegò e piegherà sempre;» chiedendo
soltanto «ai rappresentanti della Nazione, se come uomo egli avrebbe
mai potuto porgere la mano a colui che lo fece straniero in Italia.»
Se non che, a un certo punto, entrato a discorrere del suo esercito,
senza alterazione, senza transizione di sorta, senza lasciar presentire
ad alcuno la procella che stava per scatenare, esclama che i «prodigi
dell’esercito meridionale furono offuscati solamente quando la fredda
e nemica mano di codesto Ministero faceva sentire i suoi malefici
effetti,» e come se ciò fosse poco ancora, punto badando all’agitazione
che quelle prime parole avevan già suscitata in tutta la Camera,
scaraventa in mezzo all’Assemblea, in faccia ai Ministri nient’altro
che questo colpo di folgore: «quando l’amore della concordia e l’orrore
d’una guerra fratricida, provocata da questo stesso Ministero....»
e più forse avrebbe detto, se un tuono di grida indignate non avesse
tronca a mezzo l’atroce ingiuria. Il conte di Cavour, pallido d’ira,
balza dalla sua scranna e grida con quanto ha di voce: «Non è permesso
insultarci a questo modo; signor Presidente, faccia rispettare il
Governo ed i rappresentanti della Nazione;» il Presidente ammonisce,
scampanella, si sgola a sua volta: la Destra e il Centro strillano,
ululano, si dimenano come ossessi: la Sinistra è muta, stordita, quasi
mortificata dalla sortita del suo Capitano; ma Garibaldi, con quella
medesima ostinazione che sul campo di battaglia e quando più imperversa
la bufera nemica lo faceva invincibile, ripete ancora con voce tonante:
«Sì la guerra fratricida....» Talchè nuova e più fragorosa stroscia
di proteste e di richiami; la Destra urla: All’ordine; la Sinistra
ribatte: Libertà di parola; il tumulto è al colmo: «Molti Deputati
(trascriviamo il Resoconto parlamentare) abbandonano i loro stalli....
rumori da tutte le parti della Camera. Il Presidente si copre il
capo; gran numero di Deputati è sceso nell’emiciclo, dove si disputa
vivamente. La seduta rimane sospesa per un quarto d’ora; cessata
l’agitazione dolorosa, la seduta è ripresa alle ore 4 in profondo
silenzio.»
La parola toccava novamente al Generale: il Presidente gliela dà
coll’ammonizione che gliel’avrebbe tolta se avesse trascorso ancora;
egli se la ripiglia imperturbato, come se nulla fosse accaduto e senza
un motto, non che di scusa, di schiarimento o di spiegazione, continua
il suo discorso. E per un po’ tutto pareva rimesso sulla buona via.
Garibaldi leggendo più che parlando, dappoichè era evidente che una
parte del discorso gli stava scritta davanti, continua a far la censura
dei provvedimenti del Fanti: questi a difendersi, quegli a replicare:
a primo aspetto sarebbesi detto che la calma era tornata, se una nube
vagante su tutti i banchi dell’Assemblea non avesse avvertito che il
nembo non era sciolto per anco e che poteva riscoppiare. E lo sentì
per primo Nino Bixio, e fu allora che gli uscirono dall’anima grande,
sfolgoranti come una spada, alternate di gemiti e di bestemmie, grido
di eroe che combatte e angoscia di figlio che prega, le più potenti e
ispirate parole che sian mai state proferite in un Parlamento italiano:
«Io sorgo in nome della concordia e dell’Italia (_Bravo, bravo_).
Quelli che mi conoscono, sanno che io appartengo sopra ad ogni cosa al
mio paese.... (_Segni d’approvazione_). Io sono fra coloro che credono
alla santità dei pensieri che hanno guidato il generale Garibaldi in
Italia (_bravo!_); ma appartengo anche a quelli che hanno fede nel
patriottismo del signor conte di Cavour (_Applausi_). Domando adunque
che nel nome santo di Dio si faccia un’Italia al di sopra de’ partiti
(_Applausi vivissimi e prolungati dalla Camera e dalle tribune_). Io
faccio un discorso che non sarà del tutto parlamentare. Ma quanto
agli uomini come il generale Garibaldi e come il conte di Cavour,
debbo dire che c’è la disgrazia (e tutto al mondo non può andar bene)
che si cacciano in mezzo un’infinità d’altri uomini che mettono la
discordia (_bene_); questo non posso astenermi dal dirlo (_Applausi_).
Ebbene, io ho una famiglia, e darei la mia famiglia e la mia persona il
giorno che vedessi questi uomini e quelli che con il signor Rattazzi
hanno diretto il movimento italiano stringersi la mano (_Segni di
approvazioni_). Per l’amor di Dio non pensiamo che ad una cosa. Il
paese nostro non è ancora abbastanza compatto, queste discussioni
ci pregiudicano nell’opinione dell’estero. Il conte di Cavour è
certamente un uomo generoso; la seduta d’oggi nella prima sua parte
dev’essere dimenticata, è una disgrazia che sia succeduta, ma vuol
essere cancellata dalla nostra mente. Ecco quello che io volevo dire
(_Applausi vivissimi e prolungati_).»
Non poteva essere sordo al nobile appello il Conte; e rimossa da sè
l’accusa d’esser stato nemico de’ Volontari, rammentando al Generale
ch’egli primo aveva pensato ad istituirli chiamando lui a comandarli,
dichiarò, fra gli applausi dell’Assemblea, che la prima parte di
quella seduta tenevala per non avvenuta; opponevasi solo alla proposta
del Generale per alte ragioni politiche, pel timore soprattutto che
gli arruolamenti da lui voluti potessero essere interpretati come
provocazione di guerra; ma quanto ai Volontari ripeteva le sue proteste
di stima e simpatia, desiderando che quelle sue parole «fossero
accolte dall’onorevole Generale e da’ suoi amici politici collo
stesso sentimento di concordia e di schiettezza, colle quali egli le
pronunciava a nome del Ministero.»
E Garibaldi, soggiunte alcune spiegazioni sui Cacciatori delle
Alpi,[189] le accolse, restituendo al conte di Cavour tutte le sue
cortesie, e dichiarandogli, cosa a ver dire nulla più che onesta, «che
non aveva mai dubitato del suo patriottismo;» le accolse, conviene
dirlo, anche meglio che con vacue parole, mutando radicalmente la sua
prima proposta, tanto radicalmente che, mentre dianzi sollecitava
il Ministero a ricostituire immediatamente l’esercito meridionale,
ora lasciava al Ministero di «ordinare la chiamata dei Volontari
quanto prima lo trovasse opportuno.» Era un gran pegno che la parte
garibaldina dava alla concordia, e non era soverchia la lusinga che il
Ministero l’avrebbe accettato. Ma il Ministero, o perchè si reputasse
vincolato alla formola concordata col Ricasoli, o perchè gli paresse
atto di buona politica il dimostrare che il Governo non aveva mestieri
di venire a patti col suo popolare avversario, e che sentiva in sè
tanta forza da resistergli e domarlo, ricusò ogni accordo ed ogni
transazione.
La discussione pertanto riprese e continuò, ma non più intorno al
tèma veramente interessante e disputabile della chiamata immediata
o differita de’ Volontari, poichè oramai di questo anche la proposta
di Garibaldi lasciava la balía al Ministero; ma sul misero punto se
quei «quadri» che eran disegnati sulla carta si avessero a tenere
per effettivi, e quegli ufficiali che il decreto dell’11 aprile aveva
posti in disponibilità, dovessero essere chiamati, dopo uno scrutinio,
in attività di servizio. Epperò s’intende che ridotta a siffatti
termini la questione poteva bensì appassionare ancora i partiti, e dar
di quando in quando occasione a sottili argomentazioni od a vivaci
scaramucce; ma non poteva più interessare Garibaldi. Non era quello
ch’egli chiedeva: non era per lo stipendio o la carriera di alcune
centinaia di ufficiali ch’ei s’era mosso, e tutto quanto si veniva
dicendo di sofistico o di generoso, di propizio o d’avverso intorno
a quell’argomento non lo toccava più. Invano il conte di Cavour,
nuovamente da lui interpellato, gli promette di prendere in maturo
esame la sua proposta circa la Guardia mobile; invano gli soggiunge
che alla prima seria minaccia di guerra chiamerebbe i Volontari e ne
darebbe a lui il comando; Garibaldi oramai non vuole più ascoltare
che una sola parola: armamento generale della nazione, chiamata subita
dei Volontari; e poichè il Conte quella parola non poteva o non voleva
proferirla, il dissidio, fino a quel momento contenuto e dissimulato
fra le ambiguità e le cortesie reciproche, irrompe in tutta la sua
violenza.
Non appena infatti il Presidente del Consiglio ebbe cessato di parlare,
che il Generale s’alza di nuovo e fra lo stupore, lo sbalordimento
anzi di tutta la Camera, non eccettuati gli stessi suoi amici, dichiara
che tutto quanto gli era venuto dicendo sino allora il conte di Cavour
lo ha _pienamente insoddisfatto_; che per sola condiscendenza a’ suoi
amici egli aveva consentito a «modificare in senso malva,» parole sue,
il suo Ordine del giorno; ma che oramai essendo anche questo repudiato
dal Governo, egli pure tornava al suo antico programma, l’unico in
cui avesse fede: armamento generale della nazione e guerra immediata;
conchiudendo alla fine che non essendo soddisfatto nè dell’Ordine
del giorno Ricasoli nè del proprio, non ne avrebbe votato alcuno e
sarebbesi astenuto.
E Garibaldi dal suo punto di veduta era logico: il solo veramente
logico fra tutta la Sinistra: l’unico che vedesse la questione
dell’armamento nazionale dalla sua vera altezza; l’unico che
contrapponesse alla politica del conte di Cavour un’altra politica,
errata forse, temeraria certo, ma lucida e grande.
Pochi istanti dopo 194 sì approvarono la proposta ministeriale, 92 _no_
la respinsero; il Ministero avea stravinto, il volgo misto dei fatui e
dei piacentieri poteva menare il trionfo; ma chi avesse bene esaminati
i frutti di quella vittoria, sarebbesi prestamente accorto che eran
«stecchi con tosco.» La questione dei Volontari era insoluta più
che mai; poichè una mostra di quadri senza soldati e senza ufficiali
non era una soluzione. L’irritazione della Sinistra garibaldina era
cresciuta, perchè aveva veduto respinte tutte le sue più oneste e
conciliative proposte. Sulla conciliazione di Garibaldi non potevasi
più contare, perchè ormai egli era nella condizione del vinto, a cui fu
negato quartiere. La concordia infine, quella concordia che era stata
eretta in Parlamento come la Divinità tutelare della Patria, a cui ogni
oratore s’era creduto in obbligo di sciogliere un inno e di bruciare
un grano d’incenso, era caduta fragorosamente dal suo provvisorio
piedistallo, aprendo fra i contendenti un nuovo e più profondo solco di
discordia.