E ne apparvero tosto i certissimi segni. Il 21 aprile, non dileguata
peranco l’eco della recente battaglia parlamentare, il generale
Cialdini, tradito, conviene pensarlo, dalla più infelice ispirazione
della sua vita, arrogatosi a un tratto l’ufficio di vindice e campione
dell’esercito, del Parlamento, del Re e dell’Italia, indirizzava, sui
giornali, al generale Garibaldi questa inaspettatissima lettera: «Voi
non siete, dicevagli, l’uomo che io credeva, nè il Garibaldi che ho
amato. Voi osate mettervi a paro del Re, parlandone coll’affettata
famigliarità d’un camerata; al di sopra del Governo, dicendone
traditori i Ministri; al di sopra del Parlamento, vituperandone i
rappresentanti; al di sopra degli usi parlamentari, presentandovi
alla Camera in un costume strano e teatrale; al di sopra infine di
tutto il paese, che vorreste sospingere dove e come meglio v’aggrada.
Collo sparire dell’incanto è scomparso l’affetto che a voi mi legava.
Voi operaste grandi cose; ma il merito di aver liberato l’Italia
meridionale non spetta a voi solo. Voi eravate sul Volturno in pessime
condizioni, quando noi arrivammo. Capua, Gaeta, Messina, Civitella non
caddero per opera vostra e cinquantaseimila Borbonici furono battuti,
dispersi, fatti prigionieri da noi, non da voi. È dunque inesatto
che il Regno sia stato liberato dalle armi vostre. Voi ordinaste al
colonnello Tripoti _di ricevere i Piemontesi a fucilate_: voi dunque
provocatore vero della guerra civile; ma io, nemico d’ogni tirannia o
rossa o nera, saprò combattere anche la vostra.»
Se il generale Cialdini agisse soltanto di suo capo o sospinto dalle
suggestioni di nascosti e zelanti consiglieri, fu disputato, ma non
potè esser chiarito.[190] Certo non è presumibile che un Generale
dell’esercito ardisse scrivere ed inviare un simile cartello di sfida,
se in qualche modo non l’affidava il consenso o la tolleranza tacita
del Governo, o per lo meno della podestà militare a lui immediatamente
superiore. Guai pertanto se l’altro Generale raccoglieva il guanto
collo stesso sentimento, con cui eragli stato gittato. Uno scontro fra
i due soldati avrebbe potuto dirsi il minor danno; il pericolo grande
era che dietro i capitani si movessero i gregari, che da un duello
ne rampollassero mille, che il mattino del nostro risorgimento fosse
funestato dallo scandalo dei _pronunciamenti_ e dal sangue della guerra
cittadina.
Fortunatamente però il più rozzo fu il più saggio, e Garibaldi, guidato
soltanto da’ suoi generosi istinti e dal suo profondo amore patrio,
trovò tale una risposta, che attutì tutte le ire e soffocò nel nascere
la lite:
«Anch’io, Generale, fui vostro amico ed ammiratore delle vostre
gesta. Oggi sarò ciò che voi volete, non volendo scendere
certamente a giustificarmi di quanto voi accennate, nella vostra
lettera, d’indecoroso per parte mia verso il Re e verso l’esercito:
forte in tutto ciò, della mia coscienza di soldato e di cittadino
italiano.
»Circa alla foggia mia di vestire, io la porterò sinchè mi si dica
che non sono più in un libero paese, ove ciascuno va vestito come
crede.
»Le parole al colonnello Tripoti mi vengono nuove. Io non conosco
altro ordine che quello da me dato: — Di ricevere i soldati
italiani dell’esercito del Settentrione come fratelli; — mentre si
sapeva _che questo esercito veniva per combattere la rivoluzione
personificata in Garibaldi_. (Parole, di Farini a Napoleone III.)
»Come deputatolo credo avere esposto alla Camera una piccolissima
parte dei torti ricevuti dall’esercito meridionale dal Ministero, e
credo di averne il diritto.
»L’armata italiana troverà nelle sue file un soldato di più, quando
si tratti di combattere i nemici d’Italia — _e ciò non vi giungerà
nuovo_.
»Altro che possiate aver udito di me verso l’armata sono calunnie.
»Noi eravamo sul Volturno al vespero della più splendida vittoria
nostra, ottenuta nell’Italia del Mezzogiorno prima, del vostro
arrivo, e tutt’altro che in pessime condizioni.
»Da quanto so, l’armata ha applaudito alle libere parole e moderate
d’un milite Deputato, per cui l’onore italiano è stato un culto di
tutta la sua vita.
»Se poi qualcheduno si trova offeso dal mio modo di procedere,
io parlando in nome di me solo, e delle mie parole sono garante,
aspetto tranquillo che mi si chieda soddisfazione delle stesse. —
_Torino, 22 aprile 1861._»
La nobile lettera apriva essa stessa la via alla conciliazione; e
onesti amici d’ambe le parti, il Fabrizi, il Pallavicino, il Depretis,
s’interposero per affrettarla. Il Re stesso, già fin dalle prime
conturbato dal doloroso dissidio, volle intervenire coll’alta sua
influenza; nè solo per conciliare i due Generali; ma, ciò che più
importava, i capi delle due parti, la mente e il braccio della sua
politica, Cavour e Garibaldi.
E la regia volontà fu obbedita: alle 7 pomeridiane del 23 aprile, i
due avversari, invitati a convegno dal Re, venivano in presenza sua
a franche spiegazioni ed aperta conciliazione;[191] e poco dopo i due
Generali abbracciaronsi fraternamente nel palazzo Pallavicino.
L’autore di queste pagine, però, scrivendo a quei giorni in un
autorevole diario, e desiderando di dare a’ suoi lettori, intorno alla
riconciliazione di Cavour con Garibaldi, più sicure e circostanziate
notizie, scrisse al Generale stesso, pregandolo, per solo interesse
della storia, a volergliele fornire. E il Generale gli rispose da
Majatico, villa del Pallavicino, questa lettera, la quale, come si
vedrà, dava un suono assai diverso dai cantici di pace, che la troppo
credula speranza aveva già fatto intonare:
«Majatico, 29 aprile 1861.
»Caro Guerzoni,
»Io non ho stretto la mano di Cavour, nè cercato riconciliazioni.
Ho bensì consentito ad un abboccamento, i cui risultati sono stati
da parte mia: — Armamento e giustizia all’esercito meridionale. Se
così riesce — io porgerò la piccolissima opera mia all’opera del
Conte. — Diversamente io seguirò il sentiero che ci siam tracciato
da tanto tempo — per il bene della causa nazionale — anche contro
la volontà di chicchessia.
»Trecchi, che servì d’intermediario alla conferenza, s’incarica
di far tacere le millanterie dei ministeriali. — Vedremo — in ogni
modo non si deve pubblicare nulla di mio per ora. — In caso poi —
cosa molto probabile — che non si ottenga nulla, e che quei signori
continuino a gracchiare, allora ripiglieremo il tralasciato.
»Ho incaricato il generale Medici d’un mio programma
sull’occorrente.
»Mi resta a ringraziarvi.
»Vostro
»G. GARIBALDI.»
La qual lettera dimostra all’evidenza tre cose: che tutto quel
discorrere e scrivere e affannarsi d’amici, di avversi, di Ministri,
di Deputati, di Re, per indurre l’eroe a modificare in qualche parte
soltanto il suo pensiero, era stato fiato e tempo sprecato; che il
dissidio del Generale col Conte non aveva radice in alcun rancore
personale, ma in ragioni politiche, che soltanto il mutuo pegno
delle opere poteva conciliare; che infine Garibaldi scese la reggia
di Vittorio Emanuele, mormorando ancora il _se no, no_ del primo suo
Maestro, e covando, forse inconsciamente, in cuore il germe di Sarnico
e d’Aspromonte.