IV.

E com’è naturale, ogni parola della gran contesa ripercuotevasi a

Caprera: non passava corriere che Garibaldi non fosse costretto a

riudire, dalle innumeri lettere e gazzette che da ogni dove gli

fioccavano, l’eco delle lamentazioni de’ suoi compagni d’armi,

accompagnata dalla pittura, più o men fedele, degli strapazzi e delle

persecuzioni di cui il Governo li angariava; e non passava corriere che

sulla fronte del Generale non calasse una nuova nube, e sull’anima, non

per anco purgata dalla ruggine antica, non piovessero nuove e più acri

stille d’amarezza. E non perchè egli desse ragione in cuor suo a tutte

quelle querimonie, ma perchè colle sorti de’ suoi commilitoni, che non

avrebbe mai potuto abbandonare senza parer egli medesimo improvvido

ed ingrato, vedeva identificata la causa dell’armamento nazionale,

dell’armamento, s’intende, quale lo concepiva egli, che era ormai il

solo verbo della sua politica, il solo regolo delle sue azioni, l’unica

corda vibrante nell’anima sua.

Quando però a quella dei Volontari venne ad intrecciarsi la questione

delle provincie meridionali, e nella stampa cominciò a rumoreggiarne

e nello stesso Parlamento a penetrarne la discussione, ed ai richiami

de’ suoi vecchi camerata vennero ad aggiungersi gli appelli de’ suoi

amici di Palermo e di Napoli, che lo pregavano a riassumere nel suo

patrocinio la causa delle loro provincie sgovernate, egli, che non

aveva voluto accettare, sino allora, alcuna candidatura,[185] accetta

quella del Collegio di Napoli offertagli come protesta; vi è eletto

il 30 marzo alla quasi unanimità: parte il 1º d’aprile da Caprera;

sosta poche ore del 2 a Genova, e riparte la sera stessa per Torino,

deliberato a entrare egli pure in Parlamento ed a partecipare alla

lotta.

La inattesa apparizione aveva sorpreso amici ed avversari.[186]

Tuttavia, mentre i primi s’affrettavano a trarne profitto pei loro

fini, i secondi non seppero con alcun onesto artificio e lieta

accoglienza prevenirne gli effetti. I più importanti fra i Cavourriani,

lungi dall’accostare il Generale per tentar d’illuminarne e correggerne

le idee, affettavano di cansarlo; la stampa moderata lo apostrofava

di superflue paternali e di alteri consigli; il Governo stesso,

infine, aspettava proprio l’indomani del suo arrivo sul continente

per far perquisire in Genova le stanze del _Comitato centrale di

provvedimento_, cercandovi, invano, indizi di arruolamenti, gettando in

faccia al Generale ed alla parte sua una inutile od almeno intempestiva

provocazione, aggiungendo nuova esca alle tante materie predisposte

all’incendio. Conseguenza pertanto di questi due fatti furono le

interpellanze del deputato Brofferio per chiedere ragione al Ministero

della perquisizione di Genova e la interpellanza del deputato Ricasoli

per invitare con indiretta, ma chiara intimazione il generale Garibaldi

a scolparsi di certe parole, irriverenti al Re ed al Parlamento,

attribuitegli dalla stampa e sollecitare al tempo stesso il Ministero

a rispondere della di lui intenzione circa all’esercito dei Volontari.

E poichè il Ministero non volle dare al Brofferio soddisfazione alcuna,

anzi rincarò con parole, nè tutte giuste, nè tutte opportune, il torto

di Garibaldi e de’ suoi; e al Ricasoli invece, quasi il suo invito non

fosse che il frutto d’un tacito accordo, si dimostrò premuroso, anzi

impaziente, di dar ragione; così la prima battaglia parlamentare tra

la parte garibaldina e la cavourriana, quella battaglia preparata da

dodici mesi di ostilità, di sfide, di scaramucce, desiderata forse più

dai gregari, ma non saputa evitare con abbastanza prudenza dai capi, si

annunciò ad un tratto imminente ed inevitabile.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 61 / 147 题