III.

Uno dei più intricati problemi, legati dalla rivoluzione al Governo

italiano (gli spettava questo nome, dacchè il Parlamento, nella

persona di tutti i rappresentanti della Penisola, aveva proclamato il

Regno d’Italia e Vittorio Emanuele suo Re), era quello dell’esercito

meridionale. Garibaldi nell’ultima sua lettera a re Vittorio[181] gli

aveva detto: «Io imploro dalla Maestà Vostra che accogliate nel vostro

esercito i miei commilitoni che hanno bene meritato della patria e

di Voi;» ma egli ignorava probabilmente che non era in arbitrio di Re

costituzionale il cedere o resistere a siffatta preghiera.

Infatti, due giorni dopo della partenza di Garibaldi, usciva un

_Ordine del giorno_ del Comando supremo dell’esercito, tradotto poi in

Decreto,[182] in cui, proclamati i Volontari benemeriti della patria,

li dichiarava però Corpo separato dall’esercito regolare, offriva

ai gregari la scelta tra due anni di ferma o il congedo con tre mesi

di soldo, ed agli ufficiali l’alternativa tra uno scrutinio de’ loro

titoli fatto da apposita Commissione e la rinuncia della spada, mercè

sei mesi di stipendio.

Questa provvisione, come era da attendersi, anzichè contentare, ferì

nel vivo tutta la parte garibaldina, così la frazione militare come la

politica, e la fece scoppiare in altissimi lai. Nè gli argomenti alle

querele difettavano. O come, dicevasi, gridate benemerito l’esercito

del Mezzodì e nell’ora stessa lo colpite di sospetti e d’ostracismo!

Promettete che la milizia de’ Volontari sarà conservata e poscia collo

spaventacchio della ferma di due anni in una mano e l’offa del congedo

salariato nell’altra, la fate fuggire e la sciogliete! Accogliete

senza tanta ritrosia nè inquisizione nelle file dell’esercito gli

ufficiali ducali, granducali, borbonici, avanzi la maggior parte di

corti servili e di caserme oziose, strumento fino all’ultima ora delle

tirannidi domestiche, più corruttrici delle straniere, e codesti di

Garibaldi, reliquie di tutte le battaglie italiane, li sogguardate

con sospetto, li ponete al duro bivio o d’un sindacato umiliante, o

d’una rinuncia prezzolata, e pareggiandoli alla bassa condizione di

mercenari, li avvilite e li corrompete insieme?! Infine non è lecito,

soggiungevano coloro che riguardavano le cose dal più alto punto della

politica, disperdere in momenti così solenni tanto prezioso tesoro di

giovani forze: il Governo, sacrificando il supremo fine dell’armamento

nazionale a misere gelosie di parte o convenienze di persone, si

chiarisce dimentico del primo fra i suoi doveri; e tenendo divisi i

figli della stessa patria destinati a formare un solo esercito, sotto

una sola bandiera, alimenta egli pel primo quel funesto antagonismo,

che a parole tanto depreca, e prepara colle sue mani l’armi della

discordia civile.

Ma nemmeno alla parte contraria facevan difetto le buone ragioni.

L’armamento della nazione, ripeteva, è nei propositi del Governo;

tanto vero che il decreto dell’11 novembre conserva il Corpo dei

Volontari e lo riordina. A due soli patti però era possibile dare una

forma organica e durevole a una milizia siffatta: rendendone stabile

la forza, mediante una ferma purchessia; depurandone i quadri, previa

un sindacato. E come una lunga ferma obbligatoria repugnava alla

natura ed al nome stesso di volontari, così quella facoltà, tanto

censurata, di scegliere tra l’assoldamento e il congedo, diveniva una

imprescendibile necessità. Nè diversamente poteva comportarsi quanto

agli ufficiali. Una cerna era indispensabile, così per scemarne la

quantità che per migliorarne la qualità. Non si dimentichi mai che

erano settemila, circa un ufficiale ogni sei soldati;[183] che in mezzo

a loro, tra non pochi egregi per singolari virtù militari e civili,

parecchi non avrebbero saputo come giustificare le loro «favolose

promozioni,» e moltissimi come chiarire la loro fosca origine e la

lor dubbia vita; che perciò nessuno avrebbe potuto accoglierli alla

cieca nelle file d’un esercito di specchiato carattere e di pure

tradizioni, come il piemontese, dove i gradi erano sudato frutto non

che del valore, dell’anzianità, dello studio, della esperienza, senza

offendere l’esercito stesso e rischiare di corromperlo e scompaginarlo

profondamente.

E ciò basti alla cronaca dell’increscioso litigio; chè il giudicarne

sarà ufficio di più tarda e più fredda posterità. A parer nostro (è

parere, non sentenza), si errava da entrambi le parti. Avevano torto

i Garibaldini di presentare il conto, e torto il Governo di tirare di

prezzo: torto i primi di querelarsi di una legge, della quale, o per un

verso o per l’altro, gli uni intascando il soldo e andandosene liberi,

gli altri restando nelle file e aspettando a lor agio la conferma,

tutti si avvantaggiavano; e torto il secondo di non avere, intorno a

sì importante questione, un’idea netta e una volontà recisa, lasciando

estendere e divampare, mercè una fiacca altalena di ripulse irose e

di concessioni avare, un braciere di discordie che poteva riuscire

funesto; torto infine tutti quanti permettendo che un alto problema

di difesa nazionale immiserisse in un meschino piato di salari e di

stipendi; talchè paresse che l’amor d’Italia fosse il pretesto, e

il fine ultimo e vero, le spalline, le pensioni, la carriera di due

eserciti rivali.[184]

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 60 / 147 题