Il primo atto di Garibaldi, rimettendo il piede nella sua Caprera, fu
di levare le briglie e mandar sciolti per l’Isola i suoi due cavalli
di battaglia, affinchè ad essi pure non fosse tardata quella libertà
ch’egli veniva impaziente a cercare. E ciò fatto tornò senz’altro al
suo consueto tenore di vita, come se tutta quella splendida pompa di
potere, di trionfi, di gloria, in che aveva vissuto sette mesi, non gli
avesse lasciato nell’anima che sazietà e stanchezza. Deideri, il suo
fedele amico e compaesano di Nizza, gli aveva fatto costruire, accanto
all’antica, parte con danari suoi, parte col tributo d’altri amici,
parte cogli stessi risparmi del Generale, una nuova casa più comoda e
più signorile; pure l’antico mozzo gradì la sorpresa e ringraziò del
dono, ma non volle abbandonare la sua vecchia casetta, costrutta in
tanta parte col sudor della sua fronte; e continuò a dormire in quella
medesima stanzetta a pian terreno, la prima a sinistra di chi entra, in
cui aveva abitato la prima notte che ebbe un tetto nell’Isola.
Nel rimanente, si levava come per lo passato all’alba, il primo di
tutta la colonia, e alternava le sue ore tra la pesca e la caccia (rese
talvolta necessarie dalla mancanza del companatico quotidiano), e la
coltura di que’ pochi frastagli di terreno che la roccia concedeva
e ch’egli, con ingenua pomposità, decorava col nome di campi e di
vigne. E il luogo più favorito di que’ giorni era il _Fontanaccio_, un
quarto forse dei celebri quattro iugeri del Romano, tutto frastagliato
e scaccheggiato per giunta di roveti e di scogli, e da cui Garibaldi
s’era fitto in capo di cavare il suo podere modello. Ed era laggiù che
voi potevate vederlo più di sovente, ora affaccendato a sterpare, a
potare, a innestare, e qui a piantare un filare di magliuoli siciliani,
là a zappare un quadrato di fave napoletane, più sotto a riparare
dalle prime sferzate del grecale una buttata d’aranci novelli, più
sopra a vegliare allo scavo d’un futuro pozzo artesiano; ora seduto
sopra un certo gradino, naturale rialzo del terreno, col cappello
sugli occhi e il sigaro spento nella mano, lo sguardo fisso sul mare,
tutta la persona immobile e quasi abbandonata, a guatar nel vuoto, a
fantasticare, a nuotare nel pelago infinito delle sue ricordanze e dei
suoi sogni, tuffandovisi dentro colla voluttà del poeta:
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.
Non eran quelle sole le sue fatiche, un’altra men geniale gli era
imposta dalla stessa celebrità cresciuta, ed era, o avrebbe dovuto
essere, lo smaltimento della mole di giornali e di lettere che
ad ogni corriere gli arrivava. È ben vero che dei giornali finiva
a non leggerne più che tre o quattro (preferito a quei giorni il
_Movimento_ di Genova), e che delle lettere lasciava quasi tutta la
briga al suo segretario Basso, od al primo amico che volesse rendergli
quell’ufficio, il quale poi lettogliene sommariamente il contenuto, e
separate quelle condannate al paniere, dalle poche ammesse all’onore
d’una risposta, la scriveva ora sotto dettatura del Generale stesso,
ora di suo capo, e poi, usanza tradizionale e tuttora inviolata in
Caprera, la spediva irremissibilmente a chiunque si fosse «senza
francobollo postale.»
E come le lettere, cominciavano a piovere da ogni parte le visite.
Avreste detto che Caprera fosse divenuta la Mecca della Democrazia
europea. Non passava venerdì che il postale di Sardegna non sbarcasse
alla Maddalena una brigata più o men grossa di pellegrinanti a quella
Medinat-al-Nabi dell’eroe; e come è facile immaginare, era un brulicame
di tutte le razze e di tutti i colori. Col vecchio amico e commilitone
veniva il curioso importuno e il piacentiere sguaiato: coll’innocente
idolatra, alla conquista d’una firma o d’una fotografia, accompagnavasi
lo scroccone volgare alla cerca d’un’elemosina o d’una commendatizia:
le Deputazioni patriottiche, cariche d’indirizzi o di regali,
gareggiavano colle ambasciate politiche, o politicanti, portatrici di
piani di guerra o di abbozzi di programmi: la filantropessa inglese
incontravasi colla emancipatrice americana e la socialista russa:
gli emissari occulti di Mazzini s’incrociavano agli agenti segreti
del Re: una carovana di emigrati veneti, trentini, istriani, romani,
mescolavasi di continuo ad una processione interminabile di proscritti
ungheresi, polacchi, spagnuoli, greci, russi, tedeschi, serbi,
valacchi, insomma di tutto il mondo dove si sognava, si soffriva o
si congiurava per una patria, e Garibaldi tutti accoglieva coll’usata
cortesia ed ospitalità; un’ospitalità che poteva parere talvolta assai
magra e quaresimale a chi la riceveva, ma che riusciva, per il gran
numero, dispendiosissima e soverchiante a chi la dava.
Ma ognuno intende che siffatta pace non era che apparente. «Cincinnato»
(il soprannome, divenuto poi volgarmente sazievole, gli fu imposto a
que’ giorni) era tornato suo malgrado all’aratro, e ben diverso dal
romano, non avrebbe accolto sospirando gli oratori del Senato che gli
offrivano la Dittatura. Le parole del suo ultimo bando ai Volontari:
«Se il marzo del 61 non trova un milione d’Italiani armati, povera
libertà, povera vita italiana!...» non erano, sulle sue labbra, una
figura rettorica; non è retore mai chi è pronto a confermare la frase
col sangue; ma voto ardente e convincimento profondo dell’animo suo.
Sinceramente egli credeva che la prossima primavera del 1861 non
potesse passare senza una grande conflagrazione di popoli; vedeva già
l’Ungheria e i Principati Danubiani insorti: non dubitava un istante
che, gettata una scintilla, tutta l’Europa, da Mantova a Galatz,
andasse in fiamme: affermava che era un sacro dovere l’Italia farsi
antesignana e aiutatrice del grande riscatto, e capitanarlo.[176]
Nè a questo pensiero frammischiavasi alcun intendimento di ribellione.
Non solo Garibaldi tenevasi stretto per debito di lealtà alla bandiera
di Marsala; ma credeva più che mai che in quella sola stesse la salute
d’Italia. Soltanto voleva, e qui rincomincia il suo dissidio col conte
di Cavour, che il Governo scrollasse il giogo umiliante delle alleanze
straniere, della napoleonica principalmente, raccogliesse in un fascio
solo tutte le forze vive combattenti dell’Italia, e, senza riguardo
a colore e partito, le avventasse tutte insieme all’ultima battaglia
della redenzione d’Italia. «Che il conte di Cavour armi (diceva un
giorno a Caprera a due suoi amici[177]), ed io sono politicamente con
lui,» e in questo concetto stette prima, stava allora, starà poi tutta
la sua politica. E dicasi pure che un simile linguaggio nascondeva una
condizione imperiosa, e, se vuolsi, anche una minaccia; ma non poteva
dirsi ancora un cartello di sfida e una manifesta ribellione. Garibaldi
era sempre nella legalità. Voleva spingere, spronare il Governo; ma
il proposito di forzargli la mano e di trascinarlo a forza non gli era
spuntato ancora nell’animo, o almeno da nessun suo scritto o discorso
traspariva. E di ciò fanno principale testimonianza quei _Comitati
di provvedimento per Roma e Venezia_, progenie diretta di quelli che
il Bertani aveva già fondati per la Sicilia, e che Garibaldi aveva
consentito a ricostituire siccome gli organi destinati a dar vita e
disciplina a quel concetto di armamento universale della nazione, che
era, a’ suoi occhi, lo stromento ed il simbolo insieme d’ogni vera
rigenerazione. Nella mente sua siffatti Comitati dovevano essere aiuto,
non impedimento, al Governo: propagare le idee, preparare gli animi,
ordinare le forze, apprestare i mezzi, come già erano stati apprestati
per Marsala, ma senza sconfinar per anco dalla legge; procedendo
sempre d’accordo col Governo che la nazione s’era dato, rammentando il
giuramento fatto al suo Re, e attendendone il cenno, che non parevagli
poter essere lontano.
«Io desidero[178] (scriveva al segretario de’ Comitati, Bellazzi)
l’apertura concorde di tutti i Comitati italiani per coadiuvare al gran
riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione d’italiani armati,
questa primavera chiederà giustamente ciò che manca all’Italia.»
E due settimane dopo, agitatosi e deliberato dalla Presidenza de’
Comitati il programma definitivo dell’Associazione, scriveva anche più
esplicitamente:
«Accettando la presidenza dell’Associazione dei Comitati di
provvedimento e dando la mia adesione ai tre articoli formulati
dall’Assemblea generale il 4 di questo mese, nomino come mio
rappresentante presso il Comitato centrale il generale Bixio,
autorizzandolo a farsi sostituire, occorrendo, da una terza persona
di sua piena fiducia.[179]
Il Comitato centrale, invocando il patriottismo degli Italiani,
insisteva tenacemente presso tutti i Comitati di provvedimento,
eccitandoli a promuovere nuove oblazioni tra i nostri concittadini,
e a riunire tutti i mezzi necessari ad agevolare a Vittorio
Emanuele la liberazione della rimanente Italia.
Altra delle precipue cure del Comitato centrale dovrà essere
quella di istituire Comitati in tutti i punti della Penisola, ove
non esistessero ancora, onde al più presto da un capo all’altro
d’Italia, non esclusa la Venezia nè Roma, si trovi l’associazione
organizzata, ed operi simultanea, concorde e rapidamente, obbedendo
a un medesimo impulso.
Il Comitato centrale dovrà, come parola d’ordine di tutti i giorni,
d’ogni momento, ripetere incessantemente a tutti i Comitati e
cercare per ogni altra via di farlo penetrare nell’animo di tutti
gl’italiani: — che nella prossima primavera di quest’anno 1861 deve
irremissibilmente porre sotto le armi un milione di patriotti,
unico mezzo a mostrarci potenti e farci veramente padroni delle
nostre sorti e degni del rispetto del mondo che ci contempla.
»Credo debito mio rendere avvertiti i Volontari che nessun
arruolamento è stato da me promosso, nè consigliato per ora.
»Un giornale col titolo di _Roma e Venezia_ (il quale, ispirandosi
ai concetti enunciati, predichi la necessità della _Guerra santa_
a far cessare una volta la vergogna che pesa sull’Italia, e che in
pari tempo inculchi agli elettori, come uno dei mezzi più efficaci
a raggiungere l’intento, la scelta dei deputati, che mirando
anzitutto al totale affrancamento ed integrità d’Italia _impongano
al Governo il generale armamento della nazione_) deve essere
fondato in Genova senz’altro indugio.»
Questi e non più erano i pensieri di Garibaldi nel gennaio del 1861;
che se mutarono in appresso, prepariamoci a seguirne le fasi ed a
penetrarne le cagioni, cominciando però a notare attentamente le
date, ed a rispettare la cronologia, che mai, come in questo periodo
della vita dell’eroe, così copiosa di contraddizioni e di evoluzioni,
meriterà il suo nome di «occhio della storia.» Non abbiamo negato mai,
riconfermiamo anzi, che un siffatto programma poteva contenere in germe
quel diritto dell’iniziativa individuale che fu per parecchi anni nel
Parlamento e fuori la divisa della parte rivoluzionaria, o garibaldina
che vogliasi dire; ma a’ giorni di cui discorriamo, quel germe non era
ancora venuto a maturanza, nè l’idea, vagamente adombrata nelle sonanti
frasi dei proclami, tradotta in una formola precisa, e soprattutto
cimentata al paragone de’ fatti. Però di Garibaldi allora non disdice
ripetere quel che un giornale massimo di parte moderata scriveva ancora
con benignità di lui: «Se i Comitati cammineranno come desidera il
Generale, il paese l’asseconderà ed applaudirà, così come applaude
ai generosi sentimenti, coi quali il generale Garibaldi desidera la
concordia di tutti i partiti.[180]