II.

Il primo atto di Garibaldi, rimettendo il piede nella sua Caprera, fu

di levare le briglie e mandar sciolti per l’Isola i suoi due cavalli

di battaglia, affinchè ad essi pure non fosse tardata quella libertà

ch’egli veniva impaziente a cercare. E ciò fatto tornò senz’altro al

suo consueto tenore di vita, come se tutta quella splendida pompa di

potere, di trionfi, di gloria, in che aveva vissuto sette mesi, non gli

avesse lasciato nell’anima che sazietà e stanchezza. Deideri, il suo

fedele amico e compaesano di Nizza, gli aveva fatto costruire, accanto

all’antica, parte con danari suoi, parte col tributo d’altri amici,

parte cogli stessi risparmi del Generale, una nuova casa più comoda e

più signorile; pure l’antico mozzo gradì la sorpresa e ringraziò del

dono, ma non volle abbandonare la sua vecchia casetta, costrutta in

tanta parte col sudor della sua fronte; e continuò a dormire in quella

medesima stanzetta a pian terreno, la prima a sinistra di chi entra, in

cui aveva abitato la prima notte che ebbe un tetto nell’Isola.

Nel rimanente, si levava come per lo passato all’alba, il primo di

tutta la colonia, e alternava le sue ore tra la pesca e la caccia (rese

talvolta necessarie dalla mancanza del companatico quotidiano), e la

coltura di que’ pochi frastagli di terreno che la roccia concedeva

e ch’egli, con ingenua pomposità, decorava col nome di campi e di

vigne. E il luogo più favorito di que’ giorni era il _Fontanaccio_, un

quarto forse dei celebri quattro iugeri del Romano, tutto frastagliato

e scaccheggiato per giunta di roveti e di scogli, e da cui Garibaldi

s’era fitto in capo di cavare il suo podere modello. Ed era laggiù che

voi potevate vederlo più di sovente, ora affaccendato a sterpare, a

potare, a innestare, e qui a piantare un filare di magliuoli siciliani,

là a zappare un quadrato di fave napoletane, più sotto a riparare

dalle prime sferzate del grecale una buttata d’aranci novelli, più

sopra a vegliare allo scavo d’un futuro pozzo artesiano; ora seduto

sopra un certo gradino, naturale rialzo del terreno, col cappello

sugli occhi e il sigaro spento nella mano, lo sguardo fisso sul mare,

tutta la persona immobile e quasi abbandonata, a guatar nel vuoto, a

fantasticare, a nuotare nel pelago infinito delle sue ricordanze e dei

suoi sogni, tuffandovisi dentro colla voluttà del poeta:

E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.

Non eran quelle sole le sue fatiche, un’altra men geniale gli era

imposta dalla stessa celebrità cresciuta, ed era, o avrebbe dovuto

essere, lo smaltimento della mole di giornali e di lettere che

ad ogni corriere gli arrivava. È ben vero che dei giornali finiva

a non leggerne più che tre o quattro (preferito a quei giorni il

_Movimento_ di Genova), e che delle lettere lasciava quasi tutta la

briga al suo segretario Basso, od al primo amico che volesse rendergli

quell’ufficio, il quale poi lettogliene sommariamente il contenuto, e

separate quelle condannate al paniere, dalle poche ammesse all’onore

d’una risposta, la scriveva ora sotto dettatura del Generale stesso,

ora di suo capo, e poi, usanza tradizionale e tuttora inviolata in

Caprera, la spediva irremissibilmente a chiunque si fosse «senza

francobollo postale.»

E come le lettere, cominciavano a piovere da ogni parte le visite.

Avreste detto che Caprera fosse divenuta la Mecca della Democrazia

europea. Non passava venerdì che il postale di Sardegna non sbarcasse

alla Maddalena una brigata più o men grossa di pellegrinanti a quella

Medinat-al-Nabi dell’eroe; e come è facile immaginare, era un brulicame

di tutte le razze e di tutti i colori. Col vecchio amico e commilitone

veniva il curioso importuno e il piacentiere sguaiato: coll’innocente

idolatra, alla conquista d’una firma o d’una fotografia, accompagnavasi

lo scroccone volgare alla cerca d’un’elemosina o d’una commendatizia:

le Deputazioni patriottiche, cariche d’indirizzi o di regali,

gareggiavano colle ambasciate politiche, o politicanti, portatrici di

piani di guerra o di abbozzi di programmi: la filantropessa inglese

incontravasi colla emancipatrice americana e la socialista russa:

gli emissari occulti di Mazzini s’incrociavano agli agenti segreti

del Re: una carovana di emigrati veneti, trentini, istriani, romani,

mescolavasi di continuo ad una processione interminabile di proscritti

ungheresi, polacchi, spagnuoli, greci, russi, tedeschi, serbi,

valacchi, insomma di tutto il mondo dove si sognava, si soffriva o

si congiurava per una patria, e Garibaldi tutti accoglieva coll’usata

cortesia ed ospitalità; un’ospitalità che poteva parere talvolta assai

magra e quaresimale a chi la riceveva, ma che riusciva, per il gran

numero, dispendiosissima e soverchiante a chi la dava.

Ma ognuno intende che siffatta pace non era che apparente. «Cincinnato»

(il soprannome, divenuto poi volgarmente sazievole, gli fu imposto a

que’ giorni) era tornato suo malgrado all’aratro, e ben diverso dal

romano, non avrebbe accolto sospirando gli oratori del Senato che gli

offrivano la Dittatura. Le parole del suo ultimo bando ai Volontari:

«Se il marzo del 61 non trova un milione d’Italiani armati, povera

libertà, povera vita italiana!...» non erano, sulle sue labbra, una

figura rettorica; non è retore mai chi è pronto a confermare la frase

col sangue; ma voto ardente e convincimento profondo dell’animo suo.

Sinceramente egli credeva che la prossima primavera del 1861 non

potesse passare senza una grande conflagrazione di popoli; vedeva già

l’Ungheria e i Principati Danubiani insorti: non dubitava un istante

che, gettata una scintilla, tutta l’Europa, da Mantova a Galatz,

andasse in fiamme: affermava che era un sacro dovere l’Italia farsi

antesignana e aiutatrice del grande riscatto, e capitanarlo.[176]

Nè a questo pensiero frammischiavasi alcun intendimento di ribellione.

Non solo Garibaldi tenevasi stretto per debito di lealtà alla bandiera

di Marsala; ma credeva più che mai che in quella sola stesse la salute

d’Italia. Soltanto voleva, e qui rincomincia il suo dissidio col conte

di Cavour, che il Governo scrollasse il giogo umiliante delle alleanze

straniere, della napoleonica principalmente, raccogliesse in un fascio

solo tutte le forze vive combattenti dell’Italia, e, senza riguardo

a colore e partito, le avventasse tutte insieme all’ultima battaglia

della redenzione d’Italia. «Che il conte di Cavour armi (diceva un

giorno a Caprera a due suoi amici[177]), ed io sono politicamente con

lui,» e in questo concetto stette prima, stava allora, starà poi tutta

la sua politica. E dicasi pure che un simile linguaggio nascondeva una

condizione imperiosa, e, se vuolsi, anche una minaccia; ma non poteva

dirsi ancora un cartello di sfida e una manifesta ribellione. Garibaldi

era sempre nella legalità. Voleva spingere, spronare il Governo; ma

il proposito di forzargli la mano e di trascinarlo a forza non gli era

spuntato ancora nell’animo, o almeno da nessun suo scritto o discorso

traspariva. E di ciò fanno principale testimonianza quei _Comitati

di provvedimento per Roma e Venezia_, progenie diretta di quelli che

il Bertani aveva già fondati per la Sicilia, e che Garibaldi aveva

consentito a ricostituire siccome gli organi destinati a dar vita e

disciplina a quel concetto di armamento universale della nazione, che

era, a’ suoi occhi, lo stromento ed il simbolo insieme d’ogni vera

rigenerazione. Nella mente sua siffatti Comitati dovevano essere aiuto,

non impedimento, al Governo: propagare le idee, preparare gli animi,

ordinare le forze, apprestare i mezzi, come già erano stati apprestati

per Marsala, ma senza sconfinar per anco dalla legge; procedendo

sempre d’accordo col Governo che la nazione s’era dato, rammentando il

giuramento fatto al suo Re, e attendendone il cenno, che non parevagli

poter essere lontano.

«Io desidero[178] (scriveva al segretario de’ Comitati, Bellazzi)

l’apertura concorde di tutti i Comitati italiani per coadiuvare al gran

riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione d’italiani armati,

questa primavera chiederà giustamente ciò che manca all’Italia.»

E due settimane dopo, agitatosi e deliberato dalla Presidenza de’

Comitati il programma definitivo dell’Associazione, scriveva anche più

esplicitamente:

«Accettando la presidenza dell’Associazione dei Comitati di

provvedimento e dando la mia adesione ai tre articoli formulati

dall’Assemblea generale il 4 di questo mese, nomino come mio

rappresentante presso il Comitato centrale il generale Bixio,

autorizzandolo a farsi sostituire, occorrendo, da una terza persona

di sua piena fiducia.[179]

Il Comitato centrale, invocando il patriottismo degli Italiani,

insisteva tenacemente presso tutti i Comitati di provvedimento,

eccitandoli a promuovere nuove oblazioni tra i nostri concittadini,

e a riunire tutti i mezzi necessari ad agevolare a Vittorio

Emanuele la liberazione della rimanente Italia.

Altra delle precipue cure del Comitato centrale dovrà essere

quella di istituire Comitati in tutti i punti della Penisola, ove

non esistessero ancora, onde al più presto da un capo all’altro

d’Italia, non esclusa la Venezia nè Roma, si trovi l’associazione

organizzata, ed operi simultanea, concorde e rapidamente, obbedendo

a un medesimo impulso.

Il Comitato centrale dovrà, come parola d’ordine di tutti i giorni,

d’ogni momento, ripetere incessantemente a tutti i Comitati e

cercare per ogni altra via di farlo penetrare nell’animo di tutti

gl’italiani: — che nella prossima primavera di quest’anno 1861 deve

irremissibilmente porre sotto le armi un milione di patriotti,

unico mezzo a mostrarci potenti e farci veramente padroni delle

nostre sorti e degni del rispetto del mondo che ci contempla.

»Credo debito mio rendere avvertiti i Volontari che nessun

arruolamento è stato da me promosso, nè consigliato per ora.

»Un giornale col titolo di _Roma e Venezia_ (il quale, ispirandosi

ai concetti enunciati, predichi la necessità della _Guerra santa_

a far cessare una volta la vergogna che pesa sull’Italia, e che in

pari tempo inculchi agli elettori, come uno dei mezzi più efficaci

a raggiungere l’intento, la scelta dei deputati, che mirando

anzitutto al totale affrancamento ed integrità d’Italia _impongano

al Governo il generale armamento della nazione_) deve essere

fondato in Genova senz’altro indugio.»

Questi e non più erano i pensieri di Garibaldi nel gennaio del 1861;

che se mutarono in appresso, prepariamoci a seguirne le fasi ed a

penetrarne le cagioni, cominciando però a notare attentamente le

date, ed a rispettare la cronologia, che mai, come in questo periodo

della vita dell’eroe, così copiosa di contraddizioni e di evoluzioni,

meriterà il suo nome di «occhio della storia.» Non abbiamo negato mai,

riconfermiamo anzi, che un siffatto programma poteva contenere in germe

quel diritto dell’iniziativa individuale che fu per parecchi anni nel

Parlamento e fuori la divisa della parte rivoluzionaria, o garibaldina

che vogliasi dire; ma a’ giorni di cui discorriamo, quel germe non era

ancora venuto a maturanza, nè l’idea, vagamente adombrata nelle sonanti

frasi dei proclami, tradotta in una formola precisa, e soprattutto

cimentata al paragone de’ fatti. Però di Garibaldi allora non disdice

ripetere quel che un giornale massimo di parte moderata scriveva ancora

con benignità di lui: «Se i Comitati cammineranno come desidera il

Generale, il paese l’asseconderà ed applaudirà, così come applaude

ai generosi sentimenti, coi quali il generale Garibaldi desidera la

concordia di tutti i partiti.[180]

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 59 / 147 题