Garibaldi è sparito per alcuni istanti dalla scena del mondo, ma il
suo spirito è dovunque presente; egli non è più che un’ombra romita
sopra un’isola deserta, ma l’eco del suo nome risuona fra i popoli
più lontani, e il poema delle sue gesta empie la terra. Nessuna
impresa era parsa più maravigliosa della sua. Ben altri prodigi
di guerra aveva veduti il secolo nostro; di ben altre catastrofi
di regni e rivolgimenti di popoli era stato testimone e narratore;
ma lo spettacolo d’un uomo che seguíto da una falange quasi inerme
varca incolume i mari, conquista isole e continenti, rovescia in
poche settimane uno de’ più antichi troni d’Europa, ma per donarlo,
s’impossessa d’una delle più felici contrade del mondo, ma per
redimerla, dà terribili colpi se combatte, ma vince più coll’amore che
coll’armi, disperde col solo apparire gli eserciti nemici, s’arma e
ingrossa per via camminando e combattendo, vola con rapidità cesarea
dall’estremo capo d’un Regno alle porte della sua Capitale, e colà
giunto, basta il rosseggiare del suo fantasma, basta il rumore ancor
lontano del suo passo perchè il Re nemico gli abbandoni la reggia
de’ suoi padri e la metropoli de’ suoi Stati, ed egli, il taumaturgo,
vi entri solo e sereno come ad un convegno festivo, sorridendo alle
soldatesche nemiche rimaste a vano presidio, non curando i cento
cannoni puntati sul suo cammino, e trionfando più glorioso e sicuro
che se l’avessero seguito le legioni di Cesare dopo Ilerda e dopo
Farsaglia; uno spettacolo simile, diciamo, la storia non lo vide e
non lo raccontò mai, o l’avrebbe esigliato, quasi incredula, nell’età
eroica de’ miti e delle leggende.
E dicasi pure che veduti dappresso la leggenda si sfata e il prodigio
dilegua; dicasi pure che l’albero della tirannide borbonica era ormai
fradicio, e che Garibaldi non ebbe che urtarlo col dito per atterrarlo:
varrà, ancora, per risposta quella che già diede un celebrato diario
inglese:[164] «Chi se non lui conobbe che il momento della maturità era
giunto; chi se non lui ebbe occhio per vedere che l’ora di colpire era
venuta, discernendo il punto in cui l’impossibile diventa possibile,
nel che, secondo il De Retz, sta la prima dote dei grandi uomini di
Stato?»
E quando lo si accetti con la debita discrezione, nemmeno quest’ultimo
attributo reputiamo improprio. Anco Garibaldi fu, in un dato momento
e in un certo senso, un grande uomo di Stato. Lo fu in una guisa tutta
sua ed originale; lo fu più per quell’istinto che tien luogo di genio,
che per coscienza; lo fu come lo poteva essere un Capitano che non
ha altro Stato fuor che quello misurato dalla sua lancia, e pianta
e spianta il suo governo colla sua tenda; ma, rispetto alla missione
ch’egli s’era assunta, lo fu. Due fini gli erano imposti nell’Italia
meridionale: liberar quei popoli; consegnarli liberati alla legittima
Podestà ch’essi invocavano; e chi sappia sorvolare all’inezia de’
particolari, riconoscerà che a quei fini egli adempiette nel più breve
tempo, colla maggior concordia e col minor danno possibile.
Che a lui sian mancate le doti dell’Amministratore e del Legislatore,
fu abbastanza ridetto, e l’Italia, se appena conosceva la di lui vita,
poteva aspettarselo; ma che quelle doti colaggiù, in quelle condizioni,
gli potessero grandemente giovare, dubitiamo assai forte. Fosse stato
pieno la mente di sapienti concetti legislativi, gli sarebbe pur sempre
mancato il tempo ed il modo di effettuarli. Sfasciare uno Stato per
ricostruirlo a un tempo, dettar buone leggi sotto il cannone, e meglio
che dettarle farle obbedire, aver mestieri di governare col popolo e
tenerlo a dovere, inducendolo a sopportare i freni e i carichi degli
Stati ordinati, è cosa da pochi; non riuscita, che sappiamo, ad alcuno
in Italia, e che, molto meno, poteva riuscire a Garibaldi.
Oltre di che, è egli vero che tutte le provvisioni e le leggi prese o
scritte in suo nome nel Mezzogiorno siano state del pari improvvide
o stolte? A dire il vero un siffatto quesito si converrebbe meglio
in una storia della Dittatura che in una vita di Garibaldi, e ciò per
quella ragione, già altrove toccata, ma che giova il rammentare, che
dei tanti decreti firmati da Garibaldi Dittatore ben pochi sono quelli,
di cui egli abbia avuto chiara coscienza, e gli spetti perciò la piena
ed intera responsabilità. Consiglio e fattura de’ suoi Prodittatori
e Ministri, ad essi il risponderne! Tuttavia chi voglia accomodarsi
d’una finzione legale, e nel Dittatore impersonare tutta la Dittatura,
troverà che personificatori e personificati hanno a temere il giudizio
dell’equa posterità men di quanto fu scritto.
E non si parli della promulgazione dello Statuto sardo e delle altre
leggi che ne sono adempimento; atto lodevole, per fermo, ma assai più
politico che amministrativo, di cui furono ottime le intenzioni, ma
assai remoti gli effetti. Parliamo soltanto di quelle provvisioni che
rendevano testimonianza d’un concetto e d’un indirizzo governativo, che
miravano ad un fine pratico e vicino, di cui si poterono vedere sin da
principio i frutti o almeno i germogli.
In paese dove la magistratura era apparsa troppe volte strumento
servile della tirannide, la purificò dagli elementi più screditati
ed aborriti, riordinò i Tribunali, rintegrò, dopo il breve interregno
delle Commissioni speciali, le Corti ordinarie, avviò il corso regolare
della giustizia, ne ravvivò la fede ed il decoro.[165] E in quelle
medesime contrade dove la Polizia non aveva lasciato nella mente altra
immagine che quella di un’occulta veheme di delitti e di sangue, e dove
nessuno de’ suoi vecchi arnesi era stato risparmiato dalla vendetta
popolare, restaurò colla stessa legge sarda la pubblica sicurezza;
istituì i corpi delle Guardie e de’ Carabinieri, e li rese rispettati;
ottenne una tregua ai reati che parve portentosa.
Fallitogli il nobile tentativo di estendere alla Sicilia, ineducata al
debito dell’armi, la legge uguagliatrice della coscrizione, introdusse
nel suo esercito le ordinanze e persino avrebbe voluto le assise
piemontesi;[166] e frattanto diè vita così al di qua come al di là
dello Stretto alle prime Legioni di quella Guardia Nazionale, che
fu, specialmente a Napoli, esemplare tutela d’ordine e di sicurezza.
Riaprì ed avviò a nuovo indirizzo le Scuole, i Licei, le Università;
riordinò il Museo napoletano; fondò a Palermo una Scuola militare
per gli adolescenti, ed a Napoli un Collegio gratuito pei figli dei
popolani poveri.[167] Aprì in Napoli dodici Asili infantili;[168]
assegnò mille scudi annui agli scavi di Pompei; spegnò i piccoli pegni
del Monte di Pietà;[169] decretò il miglioramento delle Carceri[170] e
la scarcerazione dei prigionieri politici; abolì il nefando privilegio
della Comune di Pizzo,[171] benemerita ai Borboni della morte di
Murat; accordò pensioni alle famiglie dei morti o mutilati per la
patria; perdonabile anche quella alla madre ed alle sorelle di Agesilao
Milano; come perdonabile che un uomo siasi creduto in diritto di dare
la propria testa per liberare la terra da quel mostro, che passò nella
storia col nome di «Re Bomba.»
Abolì le decime e le manimorte; incamerò i beni reali ed ecclesiastici,
assegnando però una pensione ai Vescovi ed una cassa di sussidio al
Clero minore; soppresse infine l’ordine dei Gesuiti, ma ne tolse il
diritto dalla storia e l’esempio da tutta l’Europa civile.
In fatto poi di Finanza camminò sulle orme di tutti i Governi
rivoluzionari; annullò l’odiosa gabella del macino, come l’aveva
annullata la rivoluzione del 48; abolì, anzi bruciò pubblicamente
la carta bollata; decretò, sogno onesto, la soppressione graduale
del lotto, surrogandovi le Casse di Risparmio; atterrò ogni barriera
doganale tra Sicilia e Napoli; fece prestiti e convertì la Rendita
pubblica;[172] ma quando il bilancio siciliano fu sottoposto all’esame
del Parlamento, restò bensì controverso se avesse lasciato risparmi, e
fu disputabile se quei prestiti potevano essere contratti a condizioni
più laute; ma nessuno, nemmeno il più acuto e facondo economista
della Camera,[173] potè tassare l’Amministrazione della Dittatura,
non che d’abusi e di malversazioni,[174] di gravi irregolarità. Il
maggiore addebito che potè essergli rivolto fu d’aver ecceduto nella
largizione degl’impieghi e nel dispendio de’ salari. Ma se il Farini
potè dire, difendendo dalla medesima accusa il bilancio dell’Emilia:
«Non nego siansi collocati in impiego uomini nuovi. Fu principalissimo
intendimento del Governo di chiamare ne’ primi posti di fiducia que’
cittadini che per causa di libertà avevano sofferto persecuzioni
ed esiglio. Ed infra i dolori che tormentano chi in tempi nuovi è
chiamato ad amministrare la causa pubblica, rammenterò sempre fra’
più acerbi quello di non poter esaudire tanti uomini sventurati, che,
in nome delle loro famiglie, in nome della fede politica, invocano un
collocamento, cui credono aver loro dato diritto le sventure patite;»
perchè non si meneranno buone le stesse ragioni alle Dittature di
Napoli e di Sicilia, dove la febbre degl’impieghi e delle pensioni
scoppiò con tutti i sintomi d’un fiero contagio; dove i patriotti,
che nel 1848 avevano «salvato la patria,» che nel decennio avevano
patito nelle prigioni e negli esigli, pullulavano a sciami dal suolo;
dove certamente lo strazio d’onest’uomini, che aveva fatto il governo
«negazione di Dio,» era stato sì lungo ed immane?
Non è questa un’apologia, è pura difesa della verità. Errori la
Dittatura di Garibaldi ne commise e non pochi; ne commise colla
Prodittatura Depretis e colla Prodittatura Mordini, colla Segreteria
Crispi-Bertani e colla Prodittatura Pallavicino; coi Ministri
cavourriani e coi Ministri rivoluzionari; ma qual Governo non ne
ha commessi? Quella stessa Luogotenenza regia che s’annunziava
medicatrice di tutti i mali, e riparatrice di tutti i torti, succeduta
alla Dittatura in giorni relativamente calmi, già queta la marea
rivoluzionaria e ormai ridotta a un torneo innocuo la guerra, nuova
di prestigio, di forza e d’autorità, quanti errori non commise ella in
breve spazio di tempo? Quanto malcontento di popolo non suscitò; quante
speranze non deluse, quanti pericoli non rinnovò? Fallirono a Napoli,
l’uno dopo l’altro, il Farini e il principe di Carignano; a Palermo il
Montezemolo e il Della Rovere, e non correranno molti mesi che Deputati
di parte loro si leveranno nel Parlamento italiano[175] ad incolpare
le Luogotenenze di torti e d’abusi anche maggiori di quelli ond’era
stata incolpata la Dittatura; con questa sola, ma sensibile differenza,
che mentre il Governo di Garibaldi era rimproverato d’aver troppo
ciecamente favorito i rivoluzionari ed i repubblicani, il nuovo Governo
di Vittorio Emanuele era accusato dello stesso favore a tutto beneficio
dei Borbonici e dei reazionari.