Il 21 finalmente il plebiscito[155] era votato, così al di qua che
al di là dello Stretto. La formola: «Il popolo vuole l’Italia una
e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia,» era assai più
comprensiva della semplice annessione al Piemonte, ma forse ne
esagerarono la portata coloro che videro in esso il vincolo della
Monarchia, la garanzia dell’Unità, il pegno di Roma. L’unità d’Italia
era già nel fatto dell’unione di ventidue milioni d’italiani; il
vincolo della Monarchia stava nella storia d’una Casa, che da vent’anni
aveva confuse le sue sorti a quelle dell’intera nazione; il pegno stava
nell’evoluzione naturale del risorgimento italiano, e il Cavour stesso,
molto prima che il plebiscito fosse bandito, lo dava al Parlamento
nelle solenni parole: «Noi vogliamo fare di Roma la splendida capitale
del Regno d’Italia.»
Col plebiscito e l’entrata di Vittorio Emanuele nel Regno l’opera di
Garibaldi e della rivoluzione nel Mezzogiorno poteva dirsi finita.
Pure, nè il Dittatore nè il suo Prodittatore lo credevano: il
Pallavicino s’affaticava a profittare di quegli ultimi istanti per
riordinare e migliorare l’amministrazione della cosa pubblica, quasi
direbbesi, per rassettare la casa che doveva consegnare a’ novelli
signori; Garibaldi sentivasi obbligato a qualcosa più che montar la
guardia al Volturno; egli lusingavasi davvero di poter dare una mano
non invalida a quelli che, non per una blandizia rettorica, egli
chiamava «i fratelli del Settentrione;» e non nascondeva ad alcuno
la nobile ambizione di combattere sul medesimo campo di battaglia al
loro fianco. Quando infatti per la vittoria del Cialdini al Macerone
(21 ottobre),[156] Francesco II decise di abbandonare Caiazzo e la
destra del Volturno, e serbando la sola Capua di ritirarsi prima verso,
poi dietro il Garigliano, Garibaldi, passato il fiume a Formicola,
con circa cinquemila[157] uomini, commesso alla divisione Medici di
difendere da una eventuale sortita di Capua la sua marcia di fianco,
s’incamminò per la strada di Venafro sulle traccie de’ Borbonici.
Da Venafro, all’incontro, scendevano le avanguardie dell’esercito
settentrionale, e il 26 ottobre a Caianello, poco lungi da Teano,
le due schiere s’incontrarono.[158] «Erano le 6 del mattino (scrive
Alberto Mario, testimonio all’episodio); Garibaldi e noi del suo
seguito eravamo già discesi da cavallo. Garibaldi vestiva l’abito
leggendario, e a cagione dell’umidità erasi coperto il capo e le
orecchie col fazzoletto di seta annodato sotto il mento. Di lì a poco
le musiche intuonando la _Marcia reale_ annunciarono il Re, il quale
arrivò sopra un cavallo arabo stornello. Garibaldi andò incontro a lui,
ed egli venne verso Garibaldi fra la strada e la stradella. Garibaldi,
cavatosi il cappellino, gridò: _Salute al Re d’Italia_, e il Re
rispose: — Grazie. — Il Re soggiunse: — Come state, caro Garibaldi? —
E Garibaldi fece: — Bene, e Vostra Maestà? — E il Re: — Benone. — Indi
stettero a colloquio in presenza nostra un quarto d’ora. Dopo di che
si partì per Teano. Il Re a destra, a sinistra Garibaldi, e, dietro, il
seguito dell’uno e dell’altro alla rinfusa.[159]»
E fu allora che Garibaldi, sentendo che una battaglia al Garigliano
era imminente, chiese al Re l’onore del primo scontro. Ma il Re: «Voi
vi battete da lungo tempo: tocca a me adesso; le vostre truppe sono
stanche, le mie fresche; ponetevi alla riserva.»
Il bel sogno di Garibaldi di affratellare sullo stesso campo le camicie
rosse e i cappotti grigi era ito in dileguo. Reduce la sera stessa
da Calvi, disse mestamente alla signora White Mario: «Ci hanno messi
alla coda;» e la frase scolpiva un’intera politica. Per metterlo alla
coda era stata deliberata la spedizione dello Stato ecclesiastico, e
per metterlo alla coda arrischiata l’entrata nel Regno; poteva forse
parere crudele che subito, al primo incontro, Vittorio Emanuele glielo
rammentasse; ma era logico. Garibaldi aveva vinto troppo: bisognava
che la partita di quell’indiscreto donatore di regni fosse chiusa;
bisognava dimostrare che si poteva vincere senza di lui, dovesse
la vittoria costare a cento doppi più cara;[160] bisognava, e qui
intendiamo l’altezza del concetto, che il futuro Re d’Italia potesse
presentarsi a’ suoi nuovi popoli, non già nelle umili sembianze
d’un sovranello protetto e patteggiato, ma di un vero Re soldato e
conquistatore.