Garibaldi aveva finito davvero. Arrivata sul Volturno la divisione del
generale Della Rocca e stabilito di serrar Capua con regolare assedio
e di espugnarla con bombardamenti, Garibaldi, o perchè gli ripugnasse
di cannoneggiare una città italiana, o perchè stimasse la parte sua
oramai accessoria e quasi superflua, lascia il comando de’ suoi, ancora
campeggianti intorno a Capua, al Generale sardo, e si ritira a Napoli.
Di là il 29, quasi segno di commiato, scrive al Re un’affettuosa
lettera, nella quale, dopo «rimesso in sua mano il potere sopra dieci
milioni d’Italiani bisognosi d’un regime riparatore,» lo assicurava che
in quelle contrade avrebbe trovato un popolo civile, amico dell’ordine,
quanto desideroso della libertà, pronto ad ogni sacrificio, se
richiesto nell’interesse della patria e di un governo nazionale;
affermava che l’Isola di Sicilia, malgrado le difficoltà suscitatevi
da gente venuta di fuori, ebbe ordini civili e politici pari a quelli
dell’Italia superiore, e godeva tranquillità senza esempio. Supplicava
infine «mettesse sotto la sua tutela tutti coloro che egli aveva avuti
a collaboratori in quella grande opera di affrancamento dell’Italia
meridionale, e accogliesse nel regio esercito i suoi commilitoni che
bene avevano meritato della patria.[161]»
E così gli ultimi giorni della sua Dittatura si avvicinavano. Il 31
ottobre consegnava solennemente alla Legione ungherese una bandiera
ricamata per essa dalle signore napoletane; il 2 novembre Capua segnava
la resa; il 4 faceva ai _Mille_ la solenne distribuzione delle medaglie
loro decretate dal Comune di Palermo; il 6 passava in rassegna sulla
piazza di Caserta il suo stracciato, ma glorioso esercito, dopo aver
atteso invano che il Re venisse ad onorare d’un suo sguardo i prodi
che da Marsala a Sant’Angelo avevano combattuto in suo nome.[162]
Al dì vegnente, 7 novembre, giorno prefisso al solenne ingresso di
Vittorio Emanuele in Napoli, lo accompagnava in carrozza, seduto alla
sua sinistra, nella consueta sua assisa, dirimpetto i due Prodittatori,
sotto una proterva pioggia che sciupava gli archi, dilavava i parati
e infracidiva i fiori, ma non poteva intiepidire l’immenso entusiasmo
dei Napoletani, ebbri di quel giorno tanto aspettato. E fu l’ultima
comparsa pubblica del Dittatore. Gli furono offerti il collare
dell’Annunziata, il grado di Maresciallo, altri onori e stipendi:
rifiutò ogni cosa. L’8 di novembre consegnò a Vittorio Emanuele, nella
gran Sala del trono, il plebiscito delle Due Sicilie; poscia, diretto
a’ suoi compagni d’armi un ultimo belligero addio,[163] in sull’alba
del 9, tacitamente, clandestinamente, quasi un fuggitivo, seguíto dal
Basso, dal Gusmaroli, dal Coltelletti, dal Nuvolari e da qualche altro
famigliare, s’imbarcò sul _Washington_ alla volta della sua Caprera.
Le ultime parole da lui dette ai pochi che l’avevano scortato a
bordo, furono quelle del suo addio ai Volontari: «A rivederci a Roma.»
Quando tutto fu lesto alla partenza, sciolse egli stesso la fune del
bastimento, quasi volesse simboleggiare che scioglieva così le ritorte
del potere, nel quale era stato fino allora avvinto e ricuperava la sua
libertà. L’eroe però non partiva a mani vuote: Basso, il segretario,
nascondeva nelle sue valigie alcune centinaia di lire, ed egli stesso
aveva fatto imbarcare sul _Washington_, spoglie opime della conquista,
un sacco di legumi, un altro di sementi e un rotolo di merluzzo secco!
Il _Giornale Ufficiale di Napoli_ ostentò per tre giorni di ignorare
la sua partenza; il Farini nell’annunciare la sua Luogotenenza ai
Napoletani si scordò di nominarlo; altrettale cortesia fu suggerita
al Re nel suo bando ai Palermitani, talchè fra il Liberatore che
trionfa da Marsala al Volturno e il Dittatore che parte povero, oscuro
e insalutato da Napoli, resterà dubbio nella storia quale sia il più
grande.