E però la situazione era gravissima. Garibaldi, chiamato in tutta
fretta dal Türr, di recente eletto Comandante della provincia e città
di Napoli, accorse alla Capitale e potè da sè medesimo accertarsene.
Infatti, accompagnato egli pure da grande moltitudine, che applaudiva
a lui ed al Pallavicino, ma gli intronava le orecchie degli _abbasso_
e dei _morte_ ai fautori dell’Assemblea, ed empiva a lui stesso la
carrozza di _Sì_, fu costretto a farsi al balcone della Foresteria
ad arringare il popolo tumultuante,[152] il quale però abbonacciato
ben presto dal caro aspetto, dall’affascinante parola, e più forse
dall’annunzio del non lontano arrivo del Re, non tardò a quietarsi e
disperdersi.
Ma l’impressione prodotta in Garibaldi da quella solenne manifestazione
fu profonda. Decise perciò di riconvocare pel giorno medesimo (13
ottobre) i suoi Ministri e Consiglieri, e si recò egli stesso alla
Foresteria per invitare il Pallavicino ad esser parte dell’adunanza.
Questa doveva aver luogo al Palazzo d’Angri, dove il Dittatore soleva
prendere stanza. Erano presenti, oltre a lui, il Prodittatore, i
ministri Conforti e Crispi, Aurelio Saliceti, Carlo Cattaneo, Francesco
De Luca. Il Generale cominciò, chiedendo che tra i due opposti partiti
dell’Assemblea e del Plebiscito si cercasse un mezzo di conciliazione.
Il Pallavicino e il Conforti risposero che non sapevano vederne alcuno,
e propugnavano novamente con caldo accento la necessità del plebiscito
schietto ed immediato. Il Cattaneo, a sua volta, ribattè combattendo
per la sua teoria dell’assemblea. Il Conforti replicò di nuovo; il
Saliceti introdusse una sua proposta, per la quale Garibaldi doveva
proclamare per decreto la sovranità nazionale di Vittorio Emanuele,
salvo a farla sancire da un plebiscito e regolare da un Parlamento:
altri diceva altre cose; talchè la discussione facendosi sempre più
aspra e confusa, il Pallavicino stanco di quel lungo ed affannoso
dibattere erasi già alzato dicendo: «Vedo che io sono inutile qui,
permettetemi che io mi ritiri,» quando il generale Türr, che era stato
incaricato di presentare al Dittatore i voti della Guardia Nazionale
e della cittadinanza, testè citati, e che era giunto poco dianzi alla
riunione, si rivolse al Dittatore e gli disse: «Prima che prendiate
una decisione, dalla quale può dipendere la sorte d’Italia, vi prego
di esaminare il desiderio della popolazione di Napoli;» e gli sciorinò
sotto gli occhi gli indirizzi che aveva portati seco.
Il Dittatore li lesse, vide le numerosissime firme onde erano segnati,
stette un istante profondamente concentrato, poi, ripresa quella
serenità che gli era consueta nei momenti delle solenni risoluzioni:
«Non voglio assemblea, esclamò, si faccia l’Italia.... E voi, caro
Giorgio (riprese, volgendosi al Pallavicino), voi non siete inutile
qui; e vi prego di rimanere al vostro posto e cercate di meritarvi
anche d’ora innanzi la stima della popolazione di Napoli.[153]»
L’annessione era deliberata. Non diremo col signor Caranti «che il
Leone avesse trionfato delle Volpi,» poichè a nessuno di quanti in
que’ giorni lo consigliavano s’addice la volgare similitudine; ma il
Leone aveva trionfato certamente di sè stesso, de’ suoi ricordi di
Nizza, de’ suoi rancori contro il Cavour, delle sfide del Farini, delle
impertinenze del Fanti, della sua medesima ignoranza, illuminando colla
fiamma del cuore le tenebre involontarie della mente, e dal solo amore
alla patria traendo le ispirazioni al più sapiente atto politico della
sua vita.
E, cosa singolare in quest’uomo singolarissimo, nel giorno stesso[154]
ch’egli deponeva la Dittatura d’un regno, e i Napoletani tentavano
una grossa sortita da Capua che poteva mettere un’altra volta in serio
cimento le sue linee, e s’impegnava sotto i suoi occhi una battaglia,
egli, il Capitano di ventura, il filibustiere, l’uomo del sangue,
dalle alture di Sant’Angelo, al rombo del cannone, al fragore della
mischia, dettava un Manifesto, o _Memorandum_ che vogliasi dire,
in cui predicava, colla fede d’un Apostolo e l’accento d’un Vate,
la Confederazione europea, la fratellanza dei popoli, la fine della
guerra, il disarmo universale delle nazioni, conchiudendo con queste
parole degne dello spirito di Gentile e dell’eloquenza di Canning:
«_Memorandum alle Potenze d’Europa._
»È alla portata di tutte le intelligenze, che l’Europa è ben
lungi di trovarsi in uno stato normale e convenevole alle sue
popolazioni.
»La Francia, che occupa senza contrasto il primo posto fra le
Potenze europee, mantiene sotto le armi seicentomila soldati, una
delle prime flotte del mondo, ed una quantità immensa d’impiegati
per la sua sicurezza interna.
»L’Inghilterra non ha il medesimo numero di soldati; ma una flotta
superiore e forse un numero maggiore d’impiegati per la sicurezza
de’ suoi possedimenti lontani.
»La Russia e la Prussia, per mantenersi in equilibrio, hanno
bisogno pure di assoldare eserciti immensi.
»Gli Stati secondari, non foss’altro che per ispirito di
imitazione, e per far atto di presenza, sono obbligati di tenersi
proporzionalmente sullo stesso piede.
»Non parlerò dell’Austria e dell’Impero ottomano, dannati per il
bene degli sventurati popoli che opprimono a crollare.
»Uno può alfine chiedersi: perchè questo stato agitato e
dell’Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso?... a me
sembra invece che, eccettuandone il lusso, non differiam molto
dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per
strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci
continuamente e reciprocamente, mentre che in Europa la grande
maggioranza non solo dell’intelligenza, ma degli uomini di
buon senso, comprende perfettamente che potremmo pur passare la
povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di
ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità che
sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto
ed invisibile dell’umanità, di ucciderci con tanta scienza e
raffinatezza.
»Per esempio, supponiamo una cosa:
»Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato.
»Chi mai penserebbe a disturbarla in casa sua, chi mal si
avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana
del mondo?
»Ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte,
e gl’immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni ed
alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizio di
sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in
uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle
strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali,
nella fondazione di stabilimenti pubblici, e nell’erezione delle
scuole che tornerebbero alla miseria ed alla ignoranza tante
povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il
loro grado di civiltà, sono condannate dall’egoismo del calcolo e
dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti
all’abbrutimento, alla prostituzione dell’anima o della materia.
»Ebbene! l’attuazione delle riforme sociali che accenno, appena
dipende soltanto da una potente e generosa iniziativa. Quando mai
presentò l’Europa più grandi probabilità di riuscita per questi
benefizi umanitari?
»Esaminiamo la situazione: Alessandro II in Russia proclama
l’emancipazione dei servi;
»Vittorio Emanuele in Italia getta il suo scettro sul campo di
battaglia, ed espone la sua persona per la rigenerazione di una
nobile razza e di una grande nazione;
»In Inghilterra una Regina virtuosa ed una nazione generosa e
savia che si associa con entusiasmo alla causa delle nazionalità
oppresse;
»La Francia finalmente, per la massa della sua popolazione
concentrata, per il valore dei suoi soldati e per il prestigio
recente del più brillante periodo della sua storia militare,
chiamato ad arbitra dell’Europa.
»A chi l’iniziativa di questa grand’opera?
»Al paese che marcia in avanguardia della rivoluzione! L’idea
di una Confederazione europea che fosse posta innanzi dal capo
dell’Impero francese, e che spargerebbe la sicurezza e la felicità
del mondo, non vale essa meglio di tutte le combinazioni politiche
che rendono febbrile e tormentano ogni giorno questo povero popolo?
»Al pensiero dell’atroce distruzione che un solo combattimento,
tra le grandi flotte delle Potenze occidentali, porterebbe seco,
colui che si avvisasse di darne l’ordine dorrebbe rabbrividire
di terrore, e probabilmente non vi sarà mai un uomo così vilmente
ardito per assumere la spaventevole responsabilità.
»La rivalità che ha sussistito tra la Francia e l’Inghilterra
dal XIV secolo fino ai nostri dì esiste ancora; ma oggi, noi lo
contrastiamo a gloria del progresso umano, essa è infinitamente
meno intensa, di modo che una transazione tra le due più grandi
nazioni dell’Europa, transazione che avrebbe per iscopo il bene
dell’umanità, non può più essere posta tra i sogni e le utopíe
degli uomini di cuore.
»Dunque la base di una Confederazione europea è naturalmente
tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e
l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e
l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la
Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, e per così
dire, istintivamente, ad aggrupparsi intorno a loro.
»Insomma tutte le nazionalità divise ed oppresse, le razze slave,
celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa,
non vorranno restar fuori di questa rigenerazione politica, alla
quale le chiama il genio dei secolo.
»Io so bene che una obbiezione si affaccia naturalmente in
opposizione al progetto che precede.
»Che cosa fare di questa innumerevole massa d’uomini impiegati ora
nelle armate e nella marina militare?
»La risposta è facile:
»Nel medesimo tempo che sarebbero licenziate queste masse, saremmo
sbarazzati delle istituzioni gravose e nocive, e lo spirito dei
sovrani non più preoccupato dall’ambizione, dalle conquiste, dalla
guerra, dalla distruzione, sarebbe rivolto invece alla creazione di
istituzioni utili, e discenderebbe dallo studio delle generalità a
quello delle famiglie ed anche degl’individui.
»D’altronde coll’accrescimento dell’industria, con la sicurezza del
commercio, la marina mercantile reclamerà dalla marina militare sul
momento tutta la parte attiva di essa; e la quantità incalcolabile
di lavori creati dalla pace, dall’associazione, dalla sicurezza,
ingoierebbe tutta questa popolazione armata, fosse anche il doppio
di quello che è oggi.
»La guerra non essendo quasi più possibile, gli eserciti
diverrebbero inutili. Ma quello che non sarebbe inutile è di
mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose, per
mezzo di milizie nazionali, le quali sarebbero pronte a reprimere
i disordini e qualunque ambizione tentasse infrangere il patto
europeo.
»Desidero ardentemente che le mie parole pervengano a conoscenza
di coloro, a cui Dio confidò la santa missione di fare il bene, ed
essi lo faranno certamente, preferendo ad una grandezza falsa ed
effimera la vera grandezza, quella che ha la sua base nell’amore e
nella riconoscenza dei popoli.»