Nel frattempo però la questione dell’annessione erasi pericolosamente
inasprita e complicata. E per ben intendere quanto fossero diverse
le favelle che garrivano in quel piato, è mestieri rammentarsi
chi e quanti erano coloro che, più o men dappresso, attorniavano
Garibaldi. V’era anzitutto il Ministero, presieduto dal Conforti,
cui eran colleghi il Pisanelli, il D’Afflitto, lo Scialoja, il
Ciccone, il Crispi, tutti, meno quest’ultimo, Cavourriani infocati e
dell’annessione zelatori impazienti ed intolleranti. V’era di contro
a quello, rivale nata, antagonista necessaria, la Segreteria della
Dittatura, gabinetto aulico del Bertani, grande macchina celerifera
di leggi e decreti, fucina di tutte le discordie e di tutti i guai
del Governo dittatoriale, la quale nella questione del plebiscito,
dopo essersi sforzata d’indugiarlo fino all’estremo, ora professava
apertamente di volerlo circuito di tutte le condizioni e garanzie di
un vero contratto. Infine v’era quella che potrebbe dirsi la Sezione
politica del Quartier generale, rappresentata principalmente da Alberto
Mario, del prolungamento della Dittatura e del plebiscito condizionale
partigiano ardentissimo, e per la prodezza dell’animo, la illibatezza
del carattere, la gentilezza della parola e dell’aspetto, caro al
Generale e da tutti rispettato. All’infuori poi del contorno abituale
e del consorzio ufficiale del Dittatore, ma più vicini a lui di quanto
non paresse, v’erano Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo; l’Apostolo
degli Unitari, e il Filosofo dei Federalisti: il primo, venuto a Napoli
di volontà sua nella fiducia di giovare, nella lusinga di potere, il
quale, sebbene non avesse veduto che una sol volta e clandestinamente
il Dittatore, non tralasciava di insufflargli di continuo, mediante
quegl’innumerevoli biglietti ond’era prodigiosamente fecondo, il suo
antico verbo del _se no, no_, cioè a dire di non cedere alla Monarchia
di Savoia un solo palmo delle provincie liberate, se non a patto
che essa s’impegnasse a gridar subito l’Italia una dal Campidoglio;
l’altro, venuto per espresso invito del Generale, il quale molinava
di farne ora un ambasciatore a Londra, ora un suo prodittatore, e che
pur con diverso intento arrivava alle stesse conclusioni del Mazzini,
volendo che le condizioni del plebiscito fossero prima discusse e
sancite da un’Assemblea, specie di Costituente, per impedire, diceva,
che la Monarchia violasse la integrità dell’Italia, e mercanteggiasse
le nuove provincie annesse, come aveva già mercanteggiato Nizza e
Savoia.
Ora, quando si aggiunga a tutto ciò il quotidiano supplizio
degl’indirizzi e delle orazioni, il vociar della stampa, il tumultuar
della piazza, si vedrà fra quante correnti diverse fosse abballottata
la mente del Dittatore, e come, non avendo l’animo temprato a siffatte
bufere, rischiasse più d’una volta d’andarne travolto. E di questo
ondeggiare faticoso della sua volontà si risentono dal mezzo settembre
in poi tutti i suoi atti. Il 25 settembre accetta la rinuncia de’ suoi
Ministri, querelantisi per l’annessione; ma tre giorni dopo incarica di
nuovo il Conforti della composizione d’un altro Gabinetto, che riesce
poco dissimile al primo. Al fin di settembre, noiato dalle perpetue
querele della Segreteria, congeda in cortese forma il Bertani, ma gli
sostituisce pochi giorni dopo il Crispi, non meno inviso di lui. Lascia
che Pallavicino, suo prodittatore preconizzato, scriva al Mazzini,
«con buono intendimento e povero consiglio,[146]» una lettera in cui,
fattogli intendere che la sua persona creava inciampi al Governo
e pericoli alla nazione, sì che _anche non volendolo divideva_, lo
invitava a bandirsi da quelle provincie, quanto dire d’Italia;[147] e
si tiene accanto Carlo Cattaneo, repubblicano e federalista insieme,
che frugandogli continuo nella ferita di Nizza, empiendogli l’animo di
sospetti contro il Piemonte, il suo Re e il suo Ministro, _divideva
davvero volendolo_, ed era il più pericoloso di quanti Consiglieri
l’attorniavano allora.
Il 5 ottobre, infine, insedia nella Prodittatura il Pallavicino stesso,
dell’annessione schietta ed immediata fautore aperto e deliberato, e
permette che, a Palermo, l’altro suo prodittatore Mordini, bandisca
nel giorno stesso i Comizi per l’elezione dell’Assemblea siciliana, che
dovrà stabilire il tempo e le condizioni del plebiscito.[148]
Non fu quello il miglior periodo del governo di Garibaldi, nè manco
il più lieto della sua vita. Egli non anelava che al bene della
patria sua; ma l’occhio debole ed inesperto non ne travedeva che un
barlume nel cielo procelloso di quei giorni, e spesso scambiava il
fosco balenar delle nubi per la luce da lui desiderata. Una così fatta
condizione di cose non poteva, senza manifesto pericolo della patria,
più a lungo durare, e il Pallavicino tolse su di sè la responsabilità
e l’onore di farla cessare. L’8 ottobre, posto in mora per l’ultima
volta Garibaldi a decretare il plebiscito, e udito, o creduto di
udire da lui una risposta favorevole,[149] propone e fa approvare al
Consiglio de’ Ministri il decreto che convoca pel 22 il popolo delle
provincie meridionali ad accettare o respingere il seguente plebiscito:
«Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele
Re costituzionale e suoi legittimi discendenti,» e si prepara a
promulgarlo.
Grande, naturalmente, la meraviglia in Garibaldi, che non aveva mai
creduto di autorizzare siffatto decreto; grandissimo lo sdegno in
tutti gli antiannessionisti, i quali, stimandosi giuocati dal novello
Prodittatore, si prepararono a prendere la rivincita. Indotto il
Dittatore a convocare presso di sè, a Caserta, per l’11 ottobre i
principali d’ambe le parti, e intervenuti per l’una col Pallavicino
il Caranti suo segretario ed il ministro Conforti, per l’altra col
Cattaneo il Crispi, il Mario, il Parisi, ministro dell’interno per la
Sicilia, la discussione si fece tosto ardente e pugnace. «Garibaldi
(scrive lo stesso signor Caranti[150]), Crispi, Cattaneo, il Ministro
dell’interno della Sicilia, e, se non erro, Mario e qualche altro
peroravano per l’assemblea, Pallavicino solo la combatteva. L’ora erasi
fatta tarda assai; Pallavicino, convulso dallo sdegno e dal dolore,
dichiarò che egli non voleva avere alcuna partecipazione a questo
tradimento dell’unità nazionale, che era ben dolente di dover vedere
che colui che con una mano aveva tanto operato in suo pro, coll’altra
la atterrasse, che egli all’istante rassegnava i suoi poteri, e che il
domani avrebbe abbandonato Napoli.»
Ma non appena le notizie della deplorevole scena corsero per la
Capitale, ecco la città intera commoversi: le vie, quantunque alta la
notte, affollarsi come per incanto d’un popolo imperioso; i pubblici
ritrovi risuonar di dispute infiammate; un analizzare, un chiosare,
un giudicare in varie guise le novelle del Consiglio di Caserta;
ma altresì un concordare di tutti, della grandissima maggioranza
almeno, in questa unica sentenza: la nuova risoluzione del Dittatore
poter esprimere forse la volontà d’un partito, non certamente quella
del popolo napoletano; questi invocar sempre l’annessione pronta e
incondizionata; importare quindi alla dignità del popolo stesso, alla
salute d’Italia intera che questo voto fosse al più presto, ma in modo
perentorio e solenne manifestato.
«Infatti (aggiunge il citato scrittore[151]) il domani mattina pareva
che per un incanto in Napoli fossevi stata una grande nevicata di Sì.
Essi stavano affissi su tutte le porte, le finestre, le mura delle
case, sulle vetture, sui cappelli degli uomini, sui loro abiti, sui
vestiti delle donne, nelle vetrine dei negozi, nei poetici tempietti
degli acquaiuoli. Ovunque vi foste rivolto, dappertutto avreste trovato
un Sì, con cui quella nobile popolazione sanzionava il dogma dell’unità
nazionale.»
Nè a questo si fermavano le dimostrazioni. La Guardia Nazionale,
rimasta in quei frangenti l’unica tutrice dell’ordine, si accordava
nello scrivere un indirizzo al Dittatore, in cui con figliale,
ma schietta parola lo supplicava a non cimentare la sua gloria,
disdicendo quel plebiscito che già era dal suo Prodittatore bandito:
consimile indirizzo andava correndo fra i varii ordini de’ cittadini
e coprendosi di migliaia di firme; turbe di popolo infine percorrevano
la città, accampavano sulle piazze, assediavano il palazzo del Governo,
alternando agli evviva per Vittorio Emanuele, Garibaldi e Pallavicino,
grida di morte al Mazzini, al Cattaneo, a tutti gli antiannessionisti;
profondamente turbando la pubblica quiete, minacciando gli eccessi a
cui le folle scatenate sogliono giungere.
Nè possiamo in tutto aderire a quanto scrittori di parte
antiannessionista vanno tuttora asserendo, che quelle manifestazioni
non altro siano state che spettacoli allestiti dai loro medesimi
avversari. Vi avranno, forse, messa una mano; ma non si suscita una
città di mezzo milione per solo artificio di sètte o di cricche. Era
quella palesemente la volontà di Napoli e del Reame intero, volontà
determinata, nol negheremo, da molti e opposti motivi, ispirata così
dell’amor puro d’Italia e dal desiderio onesto d’uscir dal provvisorio,
come dall’impazienza servile di adorare il novello astro; così dallo
schietto affetto alla Casa di Savoia, come dall’interessata speranza
di una più lauta mèsse di stipendi e d’impieghi; ma volontà pur sempre
chiara, ferma ed universale.