XII.

E vittoria era, piena, compiuta, gloriosa e, checchè altri abbia

novellato, tutta dell’armi volontarie, tutta garibaldina. All’indomani,

come suol spesso accadere dopo i grandi fatti d’arme, la battaglia ebbe

uno strascico che poteva arricchire e quasi allietare la vittoria, ma

non avrebbe mai potuto, non che metterla in forse, turbarla un istante.

Dicemmo che Pilade Bronzetti, anzichè cedere il passo di Castel Morone,

a lui affidato, aveva tolto di morire col fiore più eletto de’ suoi.

Da ciò era conseguíto che il Perrone, perduto intorno a quella vetta

il suo tempo migliore, e ritardato novamente da un contrassalto ardito

di alcune compagnie della brigata Sacchi, era stato sopraggiunto

dalla sera e non aveva più potuto proseguire per Caserta, come era suo

disegno. Tuttavia, o perchè ignorasse (strana cosa invero) la ritirata

dell’esercito suo, o perchè fosse d’animo temerario e sconsiderato, non

volle rinunziarvi per l’indomani, e all’alba del giorno mosse per la

via di Caserta Vecchia alla sua mèta. Il generale Sirtori, che tutta

la giornata del primo aveva vegliato con grande alacrità all’invio

dei rinforzi e delle munizioni, e insieme alla sicurezza del Quartier

generale, fu il primo ad avvertir l’avanzarsi del corpo del Perrone e

nella notte stessa n’aveva mandato l’annunzio a Garibaldi, che spossato

dalla grande fatica della vigilia era rimasto a prendere un po’ di

riposo a Sant’Angelo. Egli però fu più noiato del sonno interrotto,

che conturbato dalla gravità del messaggio. Anche senza vederlo aveva,

per istinto, compreso che si trattava d’un corpo isolato, rimasto

spensieratamente di qua dal Volturno e che non poteva in alcuna guisa

rimettere in dubbio la vittoria della vigilia. Montato tuttavia

a cavallo, corre nella notte stessa a Caserta, dove concorda col

Sirtori le disposizioni necessarie, non tanto per combattere, quanto

per irretire e prendere il nemico. Il Sirtori con una frazione della

brigata Assanti levata da Santa Maria, e un battaglione di Bersaglieri

dell’esercito settentrionale chiamato il dì innanzi da Napoli, quando

più ondeggiava la fortuna, doveva stare alla difesa di Caserta, quindi

del centro; il Bixio ebbe ordine di attorniare il nemico dal lato di

Monte Viro e Caserta Vecchia, cioè dalla sua sinistra; mentre Garibaldi

in persona con un manipolo di Carabinieri genovesi, alcuni frammenti

della brigata Spangaro razzolati a Sant’Angelo, un battaglione

regolare della brigata Re e l’intera brigata Sacchi, si era assunto di

accerchiarlo dalla destra, togliendogli così ogni scampo.

Se non che, intanto che le truppe destinate all’azione si ordinavano

e mettevano in marcia, l’avanguardia del Perrone, che già nel mattino

era stata scoperta dalle guide del Missori a Caserta Vecchia, si

avanzava alla sprovveduta sino alle prime case di Caserta,[129] talchè

il Sirtori, costretto ad accorrere alla difesa con quanta gente si

trovava fra mano, diè modo a quei bravi Bersaglieri dell’esercito

settentrionale, chiamati la vigilia, di barattare coi Borboni

alcuni felici colpi di carabina, e di suggellare anche sui campi del

Mezzogiorno la fratellanza non mai smentita tra i soldati di Vittorio

Emanuele e le camicie rosse della rivoluzione.[130] Intanto però

che il Sirtori respingeva l’attacco di fronte, le truppe destinate

all’aggiramento giungevano a’ loro posti, sicchè non restò più che

a dar sul nemico l’ultimo colpo. Infatti verso le tre pomeridiane,

attaccata dai Calabresi dello Stocco, e dal battaglione della brigata

Re, lanciati alle spalle ed ai fianchi di Caserta da Garibaldi stesso,

attorniata e serrata da due brigate del Bixio, perseguitata dal

battaglione Isnardi della brigata Sacchi, opportunamente accorsa a

chiudere il passo ai respinti da Caserta, tutta la colonna del Perrone

o restò prigioniera, o andò dispersa di là dal Volturno, assicurando

con nuovi trofei la vittoria della giornata precedente.

La battaglia del Volturno, e per l’estensione del campo e pel numero

de’ combattenti e per la durata della pugna e per la grandezza

dei risultati, fu una delle più grosse che l’armi italiane abbiano

combattuto. Ventimila giovani volontari, disseminati sopra un terreno

tortuoso e capricciosissimo di circa venti chilometri, resistettero ad

un esercito di quarantamila vecchi soldati agguerriti, ed alla fine

lo sbaragliarono. Le perdite dei Garibaldini sommarono all’incirca a

cinquecento morti, a milletrecento feriti e milletrecento sbandati

o prigionieri; fuori del conto i codardi che passeggiavano le vie,

biscazzavano nei caffè, o sbevazzavano nelle taverne di Napoli,

intanto che i loro camerati combattevano e morivano. Dei morti e feriti

borbonici invece incerto il numero, quantunque sia probabile che per

la imperfezione delle armi garibaldine non abbia uguagliato quello

dei vincitori; certissimo però quello dei prigionieri e delle prede:

tremila e più tra soldati ed ufficiali e sette bocche da campagna

di grosso calibro. Come in tutte le grandi fazioni campali, così in

questa i fattori della vittoria furono tre: il genio del Capitano

supremo, la prodezza de’ suoi Luogotenenti e soldati, gli errori del

nemico. «Il generale Garibaldi (dice un ufficiale tedesco storico e

testimone) fu inarrivabile prima, nel corso e dopo la battaglia.[131]»

Preparato da molti giorni ad un assalto generale, prese in tempo le

opportune misure per respingerlo, raddoppiò colla sua la vigilanza dei

suoi Luogotenenti e si premunì da ogni sorpresa. Non appena accesa

la pugna, ne estimò l’importanza, ne fermò il disegno, ne divinò

l’obiettivo. Salito fin dal mattino al suo prediletto osservatorio del

Tifata, vi potè abbracciare d’uno sguardo l’intero campo di battaglia

e seguirne davvicino tutte le principali vicende. Veduto il balenare

delle sue linee e il soverchiare del nemico, non dubitò un istante

della vittoria. Apparso il momento del colpo decisivo, l’afferrò

al volo; chiamò in tempo le riserve e le capitanò egli stesso; egli

stesso le diresse contro il punto più offensibile del fianco nemico

e decise della giornata. Nella prima fase dell’azione fu l’occhio,

nella seconda la mente e l’anima dell’esercito suo. Comandò e combattè

insieme; osservò con acutezza, ragionò con logica, agì con rapidità e

precisione; dovunque apparve serenò, col solo aspetto, i combattenti,

fugò la paura e sovraneggiò la fortuna.

Il dubbio, tenace tuttora nella mente di molti, che Garibaldi non

sia mai stato che un abile partigiano, inetto al comando di numerosi

eserciti ed alle fazioni della grossa guerra, non merita più, dopo il

1º ottobre, di essere seriamente discusso. Nella battaglia del Volturno

erano impegnate tante forze quante a Rivoli, sopra un terreno non meno

esteso di quello di Marengo, e se il vincere una siffatta battaglia

non conferisce al vincitore il titolo di Capitano, Bonaparte fino

alle Piramidi non avrebbe potuto dirsi che un guerrigliero.[132] Certo

anche Garibaldi non avrebbe potuto vincere senza Generali e soldati; ma

avrebbe forse Napoleone trionfato in tante battaglie senza i Massena,

i Soult, i Ney, i Lannes, i Marmont, i Davoust? E invero la condotta

dei divisionari di Garibaldi al 1º ottobre è degna d’esser citata ad

esempio. Posti a difendere con forze inadeguate posizioni tutt’altro

che gagliarde, e il cui primo difetto era di essere tutte ugualmente

importanti, adempirono l’arduo assunto con grande abilità e valore;

disputarono palmo a palmo il terreno, tenendosi concentrati nei punti

decisivi e soprattutto usando a tempo e con energia dei contrassalti

offensivi, che sono la salvezza di tutte le difese. È vero che furono

a lor volta mirabilmente secondati. Il Bixio disse: «Quando dei corpi

saranno comandati da ufficiali come Dezza, Piva, Taddei, Spinazzi,

ed avranno a capo di Stato Maggiore un ufficiale come Ghersi, se la

vittoria non coronerà sempre i loro sforzi, certo sapranno incontrare

ai loro posti una morte gloriosa.[133]»

Ora lo stesso avrebbe potuto dirsi a Santa Maria, di Faldella, di

Malenchini, di Eber, di De Giorgis, di Assanti, e a Sant’Angelo di

Simonetta, di Ferrari, di Guastalla, di Cadolini, di Spangaro, e

a Caserta di Bonnet, di Bruzzesi, di Majocchi; e serbata la debita

misura di tutti i gregari. Le azioni di valore in quella giornata

furono innumerevoli; ma a tutte sovrasta, come una gloria, quella del

Bronzetti a Castel Morone, il cui generoso sacrificio salvò, ben può

dirsi, l’esercito garibaldino dal più terribile colpo che il nemico gli

serbasse, poichè a nessuno è dato affermare quel che sarebbe avvenuto,

se il 1º ottobre un corpo, anche relativamente piccolo, fosse piombato

su Caserta, nell’ora decisiva, costringendo Garibaldi ad usar contro di

esso quelle riserve che gli erano necessarie a ristorare la battaglia

sugli altri punti più minacciati.

Ma, siccome dicemmo, una parte non ultima della vittoria va dovuta agli

errori de’ nemici. «Per fortuna nostra (scrive Garibaldi stesso), fu

pur difettoso il piano di battaglia dei Generali borbonici. Essi ci

attaccarono con forze considerevoli su tutta la linea, in sei punti

diversi, a Maddaloni, a Castel Morone, a Sant’Angelo, a Santa Maria, a

San Tammaro, ed in un punto intermediario di cui non ricordo il nome,

ove comandava il general Sacchi.

»Diedero così una battaglia parallela, cozzando col grosso del loro

esercito contro il grosso del nostro, ed assalendo posizioni da noi

studiate e preparate.

»Se avessero invece preferito una battaglia obliqua, cioè minacciato

cinque dei punti summentovati, con avvisaglie di notte, e nella stessa

notte portare quarantamila uomini sulla nostra sinistra a San Tammaro,

o sulla nostra destra a Maddaloni, io non dubito essi potean giungere a

Napoli con poche perdite.

»Non sarebbe stato perciò perduto l’esercito meridionale, ma un grande

scompiglio ce lo avrebbero cagionato. Con un’ala rotta, ed il nemico

padrone di Napoli e delle nostre risorse, diventava l’affare un poco

serio.[134]»

E di più non ci occorre aggiungere. Garibaldi con questo giudizio,

tanto modesto quanto esatto, ha dimostrato una volta di più che nessuno

degli elementi del cimentoso problema incontrato il 1º ottobre nella

pianura capuana gli era rimasto ignoto; ch’egli agì con piena coscienza

della situazione sua e degli avversari; che la vittoria non premiò in

lui soltanto il valore, e non servì soltanto la fortuna; ma ubbidì alla

sagacia, all’arte, alla prodezza, a tutte le doti che formano il buon

Capitano, e lo rendono degno delle marziali corone.[135]

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 49 / 147 题