E vittoria era, piena, compiuta, gloriosa e, checchè altri abbia
novellato, tutta dell’armi volontarie, tutta garibaldina. All’indomani,
come suol spesso accadere dopo i grandi fatti d’arme, la battaglia ebbe
uno strascico che poteva arricchire e quasi allietare la vittoria, ma
non avrebbe mai potuto, non che metterla in forse, turbarla un istante.
Dicemmo che Pilade Bronzetti, anzichè cedere il passo di Castel Morone,
a lui affidato, aveva tolto di morire col fiore più eletto de’ suoi.
Da ciò era conseguíto che il Perrone, perduto intorno a quella vetta
il suo tempo migliore, e ritardato novamente da un contrassalto ardito
di alcune compagnie della brigata Sacchi, era stato sopraggiunto
dalla sera e non aveva più potuto proseguire per Caserta, come era suo
disegno. Tuttavia, o perchè ignorasse (strana cosa invero) la ritirata
dell’esercito suo, o perchè fosse d’animo temerario e sconsiderato, non
volle rinunziarvi per l’indomani, e all’alba del giorno mosse per la
via di Caserta Vecchia alla sua mèta. Il generale Sirtori, che tutta
la giornata del primo aveva vegliato con grande alacrità all’invio
dei rinforzi e delle munizioni, e insieme alla sicurezza del Quartier
generale, fu il primo ad avvertir l’avanzarsi del corpo del Perrone e
nella notte stessa n’aveva mandato l’annunzio a Garibaldi, che spossato
dalla grande fatica della vigilia era rimasto a prendere un po’ di
riposo a Sant’Angelo. Egli però fu più noiato del sonno interrotto,
che conturbato dalla gravità del messaggio. Anche senza vederlo aveva,
per istinto, compreso che si trattava d’un corpo isolato, rimasto
spensieratamente di qua dal Volturno e che non poteva in alcuna guisa
rimettere in dubbio la vittoria della vigilia. Montato tuttavia
a cavallo, corre nella notte stessa a Caserta, dove concorda col
Sirtori le disposizioni necessarie, non tanto per combattere, quanto
per irretire e prendere il nemico. Il Sirtori con una frazione della
brigata Assanti levata da Santa Maria, e un battaglione di Bersaglieri
dell’esercito settentrionale chiamato il dì innanzi da Napoli, quando
più ondeggiava la fortuna, doveva stare alla difesa di Caserta, quindi
del centro; il Bixio ebbe ordine di attorniare il nemico dal lato di
Monte Viro e Caserta Vecchia, cioè dalla sua sinistra; mentre Garibaldi
in persona con un manipolo di Carabinieri genovesi, alcuni frammenti
della brigata Spangaro razzolati a Sant’Angelo, un battaglione
regolare della brigata Re e l’intera brigata Sacchi, si era assunto di
accerchiarlo dalla destra, togliendogli così ogni scampo.
Se non che, intanto che le truppe destinate all’azione si ordinavano
e mettevano in marcia, l’avanguardia del Perrone, che già nel mattino
era stata scoperta dalle guide del Missori a Caserta Vecchia, si
avanzava alla sprovveduta sino alle prime case di Caserta,[129] talchè
il Sirtori, costretto ad accorrere alla difesa con quanta gente si
trovava fra mano, diè modo a quei bravi Bersaglieri dell’esercito
settentrionale, chiamati la vigilia, di barattare coi Borboni
alcuni felici colpi di carabina, e di suggellare anche sui campi del
Mezzogiorno la fratellanza non mai smentita tra i soldati di Vittorio
Emanuele e le camicie rosse della rivoluzione.[130] Intanto però
che il Sirtori respingeva l’attacco di fronte, le truppe destinate
all’aggiramento giungevano a’ loro posti, sicchè non restò più che
a dar sul nemico l’ultimo colpo. Infatti verso le tre pomeridiane,
attaccata dai Calabresi dello Stocco, e dal battaglione della brigata
Re, lanciati alle spalle ed ai fianchi di Caserta da Garibaldi stesso,
attorniata e serrata da due brigate del Bixio, perseguitata dal
battaglione Isnardi della brigata Sacchi, opportunamente accorsa a
chiudere il passo ai respinti da Caserta, tutta la colonna del Perrone
o restò prigioniera, o andò dispersa di là dal Volturno, assicurando
con nuovi trofei la vittoria della giornata precedente.
La battaglia del Volturno, e per l’estensione del campo e pel numero
de’ combattenti e per la durata della pugna e per la grandezza
dei risultati, fu una delle più grosse che l’armi italiane abbiano
combattuto. Ventimila giovani volontari, disseminati sopra un terreno
tortuoso e capricciosissimo di circa venti chilometri, resistettero ad
un esercito di quarantamila vecchi soldati agguerriti, ed alla fine
lo sbaragliarono. Le perdite dei Garibaldini sommarono all’incirca a
cinquecento morti, a milletrecento feriti e milletrecento sbandati
o prigionieri; fuori del conto i codardi che passeggiavano le vie,
biscazzavano nei caffè, o sbevazzavano nelle taverne di Napoli,
intanto che i loro camerati combattevano e morivano. Dei morti e feriti
borbonici invece incerto il numero, quantunque sia probabile che per
la imperfezione delle armi garibaldine non abbia uguagliato quello
dei vincitori; certissimo però quello dei prigionieri e delle prede:
tremila e più tra soldati ed ufficiali e sette bocche da campagna
di grosso calibro. Come in tutte le grandi fazioni campali, così in
questa i fattori della vittoria furono tre: il genio del Capitano
supremo, la prodezza de’ suoi Luogotenenti e soldati, gli errori del
nemico. «Il generale Garibaldi (dice un ufficiale tedesco storico e
testimone) fu inarrivabile prima, nel corso e dopo la battaglia.[131]»
Preparato da molti giorni ad un assalto generale, prese in tempo le
opportune misure per respingerlo, raddoppiò colla sua la vigilanza dei
suoi Luogotenenti e si premunì da ogni sorpresa. Non appena accesa
la pugna, ne estimò l’importanza, ne fermò il disegno, ne divinò
l’obiettivo. Salito fin dal mattino al suo prediletto osservatorio del
Tifata, vi potè abbracciare d’uno sguardo l’intero campo di battaglia
e seguirne davvicino tutte le principali vicende. Veduto il balenare
delle sue linee e il soverchiare del nemico, non dubitò un istante
della vittoria. Apparso il momento del colpo decisivo, l’afferrò
al volo; chiamò in tempo le riserve e le capitanò egli stesso; egli
stesso le diresse contro il punto più offensibile del fianco nemico
e decise della giornata. Nella prima fase dell’azione fu l’occhio,
nella seconda la mente e l’anima dell’esercito suo. Comandò e combattè
insieme; osservò con acutezza, ragionò con logica, agì con rapidità e
precisione; dovunque apparve serenò, col solo aspetto, i combattenti,
fugò la paura e sovraneggiò la fortuna.
Il dubbio, tenace tuttora nella mente di molti, che Garibaldi non
sia mai stato che un abile partigiano, inetto al comando di numerosi
eserciti ed alle fazioni della grossa guerra, non merita più, dopo il
1º ottobre, di essere seriamente discusso. Nella battaglia del Volturno
erano impegnate tante forze quante a Rivoli, sopra un terreno non meno
esteso di quello di Marengo, e se il vincere una siffatta battaglia
non conferisce al vincitore il titolo di Capitano, Bonaparte fino
alle Piramidi non avrebbe potuto dirsi che un guerrigliero.[132] Certo
anche Garibaldi non avrebbe potuto vincere senza Generali e soldati; ma
avrebbe forse Napoleone trionfato in tante battaglie senza i Massena,
i Soult, i Ney, i Lannes, i Marmont, i Davoust? E invero la condotta
dei divisionari di Garibaldi al 1º ottobre è degna d’esser citata ad
esempio. Posti a difendere con forze inadeguate posizioni tutt’altro
che gagliarde, e il cui primo difetto era di essere tutte ugualmente
importanti, adempirono l’arduo assunto con grande abilità e valore;
disputarono palmo a palmo il terreno, tenendosi concentrati nei punti
decisivi e soprattutto usando a tempo e con energia dei contrassalti
offensivi, che sono la salvezza di tutte le difese. È vero che furono
a lor volta mirabilmente secondati. Il Bixio disse: «Quando dei corpi
saranno comandati da ufficiali come Dezza, Piva, Taddei, Spinazzi,
ed avranno a capo di Stato Maggiore un ufficiale come Ghersi, se la
vittoria non coronerà sempre i loro sforzi, certo sapranno incontrare
ai loro posti una morte gloriosa.[133]»
Ora lo stesso avrebbe potuto dirsi a Santa Maria, di Faldella, di
Malenchini, di Eber, di De Giorgis, di Assanti, e a Sant’Angelo di
Simonetta, di Ferrari, di Guastalla, di Cadolini, di Spangaro, e
a Caserta di Bonnet, di Bruzzesi, di Majocchi; e serbata la debita
misura di tutti i gregari. Le azioni di valore in quella giornata
furono innumerevoli; ma a tutte sovrasta, come una gloria, quella del
Bronzetti a Castel Morone, il cui generoso sacrificio salvò, ben può
dirsi, l’esercito garibaldino dal più terribile colpo che il nemico gli
serbasse, poichè a nessuno è dato affermare quel che sarebbe avvenuto,
se il 1º ottobre un corpo, anche relativamente piccolo, fosse piombato
su Caserta, nell’ora decisiva, costringendo Garibaldi ad usar contro di
esso quelle riserve che gli erano necessarie a ristorare la battaglia
sugli altri punti più minacciati.
Ma, siccome dicemmo, una parte non ultima della vittoria va dovuta agli
errori de’ nemici. «Per fortuna nostra (scrive Garibaldi stesso), fu
pur difettoso il piano di battaglia dei Generali borbonici. Essi ci
attaccarono con forze considerevoli su tutta la linea, in sei punti
diversi, a Maddaloni, a Castel Morone, a Sant’Angelo, a Santa Maria, a
San Tammaro, ed in un punto intermediario di cui non ricordo il nome,
ove comandava il general Sacchi.
»Diedero così una battaglia parallela, cozzando col grosso del loro
esercito contro il grosso del nostro, ed assalendo posizioni da noi
studiate e preparate.
»Se avessero invece preferito una battaglia obliqua, cioè minacciato
cinque dei punti summentovati, con avvisaglie di notte, e nella stessa
notte portare quarantamila uomini sulla nostra sinistra a San Tammaro,
o sulla nostra destra a Maddaloni, io non dubito essi potean giungere a
Napoli con poche perdite.
»Non sarebbe stato perciò perduto l’esercito meridionale, ma un grande
scompiglio ce lo avrebbero cagionato. Con un’ala rotta, ed il nemico
padrone di Napoli e delle nostre risorse, diventava l’affare un poco
serio.[134]»
E di più non ci occorre aggiungere. Garibaldi con questo giudizio,
tanto modesto quanto esatto, ha dimostrato una volta di più che nessuno
degli elementi del cimentoso problema incontrato il 1º ottobre nella
pianura capuana gli era rimasto ignoto; ch’egli agì con piena coscienza
della situazione sua e degli avversari; che la vittoria non premiò in
lui soltanto il valore, e non servì soltanto la fortuna; ma ubbidì alla
sagacia, all’arte, alla prodezza, a tutte le doti che formano il buon
Capitano, e lo rendono degno delle marziali corone.[135]