Le due giornate del Volturno avevano tolto ai Borbonici ogni
probabilità di prossima rivincita, ma non ogni possibilità di lunga
resistenza. Francesco II, non ostante le perdite, poteva ancora
allineare circa a quarantamila combattenti; le principali fortezze del
Regno, Capua e Gaeta, erano sempre in suo potere; tutto il territorio
dal Volturno al Tronto era signoreggiato dal suo esercito; gran
parte della popolazione rurale degli Abruzzi gli rimaneva fedele e in
taluni distretti, come in quello d’Isernia, i contadini respingevano
apertamente la rivoluzione e pigliavan le armi in sua difesa; talchè
egli poteva protrarre per lungo tempo la lotta e se non voltare la
fortuna, differire ancora la finale caduta.
Pel contrario l’esercito garibaldino cominciava ad assottigliarsi
e svigorirsi. I rinforzi non bilanciavano più da parecchio tempo
le perdite: le grandi spedizioni del Continente erano arenate: la
Sicilia, dati al passaggio dello Stretto dai quattro ai cinquemila
Picciotti, pareva come esaurita; e peggio devesi dire delle Calabrie,
delle Puglie, di tutte le provincie del Regno. Indarno Garibaldi
ripeteva i suoi belligeri appelli in nome di Roma e Venezia; da
qualche avventuriero in fuori nessuno rispondeva più alla chiamata.
Dei ventunmila uomini del 1º ottobre non ne restavano oramai che
diciottomila; e quando si eccettui una legione inglese, masnada di
beoni e di saccomanni,[136] non una insegna di soccorso spuntava
sull’orizzonte.
E come andava scemando la quantità, così peggiorava la qualità. I
bei giorni di Calatafimi e di Milazzo erano passati. Nelle schiere
cominciavano a serpeggiare quei primi sintomi di stanchezza, che
sono quasi sempre i precursori della dissoluzione. Una parte reggeva
ancora al dovere; ma la molla dell’entusiasmo, che aveva fino allora
rese dolci le privazioni e belli i pericoli, era fiaccata. La vanità
dei brevetti e dei gradi, i mercenari calcoli della carriera,
già subentravano, nel cuore di molti, ai puri stimoli dell’amore
della patria e della gloria. Gli ufficiali esuberavano in misura
insolita[137] anco fra gli eserciti rivoluzionari, ed acceleravano essi
pei primi, coll’ingombro degl’inetti e lo scandalo degli oziosi, la
corruzione dell’intero esercito.
Anche i migliori principiavano ad essere disamorati d’una guerra
che dopo l’annunciato sopraggiungere dell’esercito sardo perdeva la
sua ragione principale, e null’altro prometteva che un’incresciosa
vigilanza attorno ad una uggiosa fortezza in una più uggiosa pianura.
Che se a tutto ciò s’aggiunga l’intristire della stagione, le lunghe e
piovose notti del morente autunno, il difetto di riparo e di vesti, il
crescere conseguente delle sofferenze e delle malattie, si intenderà di
leggieri come l’esercito garibaldino potesse tener ancora la difensiva
sulla linea occupata, ma non mai pensare ad alcuna decisiva operazione
offensiva, molto meno poi all’impresa di Roma. E Garibaldi lo sentiva,
e talvolta nei confidenti abbandoni dell’amicizia gliene fuggiva di
bocca l’amara confessione. «Leggete questa lettera di Mazzini (diceva
ad Alberto Mario, qualche giorno dopo la vittoria del Volturno); egli
mi sprona alla spedizione di Roma. Sapete se io non ci abbia di lunga
mano pensato. Il 1º ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto,
che non sarà più in grado d’affrontarci; ma non potrò mai andare a
Roma, lasciandomi addietro sessantamila uomini trincerati fra due
fortezze, i quali intanto si ripiglierebbero Napoli.[138]» E se quei
sessantamila uomini erano un’amplificazione, tutto il resto era pura
verità. Dopo il 2 ottobre l’esercito garibaldino bastava appena a
salvar Napoli da un colpo di mano, se pure bastava.
Ma a distoglierlo dalla temeraria impresa, più ancora della ragione
militare poteva la politica.
Disfatto a Castelfidardo il Lamoricière, espugnata Ancona, riuscita
oltre la speranza l’impresa delle Marche e dell’Umbria, il conte di
Cavour deliberò di farsi perdonare l’audacia coll’audacia e di spingere
l’esercito, già sulla via, all’invasione del Regno. Così con un colpo
solo lo strappava a Garibaldi ed al Borbone insieme; rompeva gli ultimi
indugi all’annessione, rivendicando alla spada del suo Re l’onore di
compiere e assodare l’opera dalla rivoluzione iniziata.
Sfidata ancora la collera delle Potenze d’Europa, di cui presentiva
le strida, ma insieme presagiva l’inerzia;[139] annunziata con
brutale laconismo al Ministro napoletano presso la Corte di Torino la
sua risoluzione; chiesta dal Parlamento subalpino,[140] non ancora
italiano, l’approvazione della sua politica e la balía di annettere
tutte le provincie italiane, che liberamente dichiarassero di voler
far parte integrante della Monarchia; spinge il Re stesso a mettersi
a capo dell’esercito vincitore ed a passare il Tronto. E Vittorio
Emanuele, cui nulla era più gradito della parte di re guerriero, e
che degli ardimenti del suo Ministro era piuttosto l’istigatore che il
moderatore, lasciata la reggenza al Principe di Carignano raggiunge il
3 ottobre l’esercito ad Ancona; d’onde bandito ai Napoletani, in un
Manifesto, a dir vero, nè sobrio nè modesto,[141] ch’egli stava per
arrivare, invitato, tra loro, a «chiudere l’èra delle rivoluzioni,»
s’incamminò a grandi giornate verso i confini del Regno.
Ciò stante a Garibaldi non faceva mestieri di grande acume politico per
comprendere che egli non poteva più oramai muovere le insegne contro
Roma senza urtare o prima o poi nelle schiere di Vittorio Emanuele, e
peggio ancora nella volontà di quel Parlamento che era a quei giorni
il supremo rappresentante morale, se non per anco legale, della
nazione intera; senza incorrere perciò nella terribile responsabilità
d’una guerra civile. E poichè nulla era più profondo nel cuore del
patriottico eroe che l’orrore della discordia fraterna, così molto
prima d’accorgersi che gliene mancava la forza e molto prima che
Vittorio Emanuele venisse a capitanare l’esercito d’Ancona, egli aveva
deliberato in cuor suo, mormorando, imprecando, fors’anco, a chi ve
lo sforzava, ma pure senza restrizioni nè riserve, di rinunciare, pel
momento almeno, ad ogni tentativo su Roma.
E di questo fanno fede due documenti noti, ma per avventura non
abbastanza notati, nè dirittamente finora interpretati. Il primo
è l’_Ordine del giorno_ del 28 settembre, nel quale, bandita con
esultanti parole ai Volontari la disfatta del Lamoricière, precorreva
colla speranza gli eventi, compiacevasi della resa d’Ancona e della
passata dell’esercito del Settentrione nel Regno anche prima che ciò
avvenisse, e conchiudeva giubilando: «Fra poco avremo la fortuna di
stringere quelle destre vittoriose.[142]» L’altro ancora più espressivo
è la lettera ch’egli stesso dirigeva a re Vittorio Emanuele in data del
4 ottobre, e che preferiamo riprodurre testualmente:
«Caserta, 4 ottobre 1860.
»Sire,
»Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie
riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici
lor conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un
combattimento alle due Caserte pongono i soldati di Francesco II
nell’impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il
Volturno domani. Non sarebbe male che la Maestà Vostra ordinasse a
parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese,
di passare quella frontiera e far abbassare le armi a certi
gendarmi che parteggiano ancora per il Borbone.
»So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e
sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore, e merito
un poco d’esser creduto. È molto meglio accogliere tutti gli
Italiani onesti, a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il
passato, anzichè inasprire fazioni che potrebbero essere pericolose
nell’avvenire.
»Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli
per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M.
deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi
congiungerei la mia destra, e mi recherei in persona a presentarle
i miei omaggi, e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.
»La V. M. promulghi un decreto che riconosca i gradi de’ miei
ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere
eliminati.»
Chi consideri pertanto di questa lettera, il tempo, il contenuto, la
forma, ne vedrà risplendere vieppiù il significato. Essa fu scritta
il 4 ottobre, prima dunque che Garibaldi potesse conoscere il bando
di Vittorio Emanuele ai Napoletani, prima che l’esercito sardo si
fosse levato d’Ancona, prima assai che il Parlamento avesse votato
l’annessione dell’Italia meridionale, e sanzionato con siffatto voto la
politica del conte di Cavour.
Checchè dunque scriva a lode o vitupero lo spirito di parte, questo
rimane incontrastato, che Cavour e Garibaldi, lo statista e l’eroe,
quasi nel tempo stesso, ad insaputa l’uno dell’altro, s’accordavano
a dare al Re quel medesimo consiglio, intorno al quale pareva
dovessero restar divisi implacabilmente! _Ecco il giudicio uman come
spesso erra_. I monarchici superlativi credevano d’essere costretti,
o prima o poi, a dar battaglia «alla rivoluzione personificata in
Garibaldi,[143]» e Garibaldi apriva loro le porte di quello che ancora
era suo Stato, di null’altro ansioso che di incontrarli e schierarsi
sotto le loro insegne.
Nè si dica che la sua lettera parla di «una passeggiata;» è questa
un’attenuazione metaforica per scemare l’importanza del fatto e farne
parere più facile l’esecuzione; ma s’intende da sè che «la passeggiata»
d’una divisione, capitanata da un Re, fiancheggiata da un’altra
divisione, entro i confini d’uno Stato forestiero, è invasione bella
e buona, è guerra in tutte le forme. E con quali intendimenti egli
affretti la venuta di Vittorio Emanuele, è palese: vuol essere il primo
a rendergli omaggio, desidera «ricevere i suoi ordini per le ulteriori
operazioni,» ambisce, in una parola, di combattere al suo fianco, come
suo luogotenente, contro il comune nemico.
Il linguaggio della lettera è semplice e schietto, ma reverente e
affettuoso insieme; in essa il soldato dà consigli al Re; ma consigli
saggi, di moderazione e di temperanza, che re Vittorio, il quale
chiamerà un giorno l’antico mazziniano Medici a suo primo aiutante di
campo, e il vecchio repubblicano Crispi a suo primo Ministro, non si
pentirà d’aver ascoltati. Tutto persuade, adunque, che allorquando più
si strillava a Torino perchè Garibaldi si ostinasse nell’avventura di
Roma, egli n’aveva già deposto, almeno per quell’anno, il proposito,
e che ad altro non pensava se non a finir gloriosamente, in compagnia
dei suoi fratelli dell’esercito sardo, sotto gli ordini del suo Re, la
guerra contro il Borbone.
Ma perchè indugiava dunque ancora l’annessione, quell’annessione voluta
ormai dalla quasi totalità del paese, decretata dal Parlamento, da
Garibaldi stesso, indirettamente offerta a Vittorio Emanuele, e contro
la quale, colla rinunzia alla marcia su Roma, cessava ogni ragione
ed ogni pretesto? In verità, giunti a questo punto, il concetto del
nostro eroe ci sfugge. Abbiamo compresa e difesa la sua resistenza
all’annessione sino al giorno del suo ingresso in Napoli; l’abbiamo
scusato d’averla differita anche dopo l’entrata dell’esercito sardo
sul territorio ecclesiastico; ma ora, appressandosi quell’esercito,
vietata dall’espressa volontà del Governo e del Parlamento la via di
Roma, certo l’incontro ed il conflitto, nè l’intendiamo, nè sappiamo
difenderla più. E fortuna volle che non la sapesse intendere a lungo
nemmeno Garibaldi, siccome il seguito di questo racconto sta per
dimostrare.