XIII.

Le due giornate del Volturno avevano tolto ai Borbonici ogni

probabilità di prossima rivincita, ma non ogni possibilità di lunga

resistenza. Francesco II, non ostante le perdite, poteva ancora

allineare circa a quarantamila combattenti; le principali fortezze del

Regno, Capua e Gaeta, erano sempre in suo potere; tutto il territorio

dal Volturno al Tronto era signoreggiato dal suo esercito; gran

parte della popolazione rurale degli Abruzzi gli rimaneva fedele e in

taluni distretti, come in quello d’Isernia, i contadini respingevano

apertamente la rivoluzione e pigliavan le armi in sua difesa; talchè

egli poteva protrarre per lungo tempo la lotta e se non voltare la

fortuna, differire ancora la finale caduta.

Pel contrario l’esercito garibaldino cominciava ad assottigliarsi

e svigorirsi. I rinforzi non bilanciavano più da parecchio tempo

le perdite: le grandi spedizioni del Continente erano arenate: la

Sicilia, dati al passaggio dello Stretto dai quattro ai cinquemila

Picciotti, pareva come esaurita; e peggio devesi dire delle Calabrie,

delle Puglie, di tutte le provincie del Regno. Indarno Garibaldi

ripeteva i suoi belligeri appelli in nome di Roma e Venezia; da

qualche avventuriero in fuori nessuno rispondeva più alla chiamata.

Dei ventunmila uomini del 1º ottobre non ne restavano oramai che

diciottomila; e quando si eccettui una legione inglese, masnada di

beoni e di saccomanni,[136] non una insegna di soccorso spuntava

sull’orizzonte.

E come andava scemando la quantità, così peggiorava la qualità. I

bei giorni di Calatafimi e di Milazzo erano passati. Nelle schiere

cominciavano a serpeggiare quei primi sintomi di stanchezza, che

sono quasi sempre i precursori della dissoluzione. Una parte reggeva

ancora al dovere; ma la molla dell’entusiasmo, che aveva fino allora

rese dolci le privazioni e belli i pericoli, era fiaccata. La vanità

dei brevetti e dei gradi, i mercenari calcoli della carriera,

già subentravano, nel cuore di molti, ai puri stimoli dell’amore

della patria e della gloria. Gli ufficiali esuberavano in misura

insolita[137] anco fra gli eserciti rivoluzionari, ed acceleravano essi

pei primi, coll’ingombro degl’inetti e lo scandalo degli oziosi, la

corruzione dell’intero esercito.

Anche i migliori principiavano ad essere disamorati d’una guerra

che dopo l’annunciato sopraggiungere dell’esercito sardo perdeva la

sua ragione principale, e null’altro prometteva che un’incresciosa

vigilanza attorno ad una uggiosa fortezza in una più uggiosa pianura.

Che se a tutto ciò s’aggiunga l’intristire della stagione, le lunghe e

piovose notti del morente autunno, il difetto di riparo e di vesti, il

crescere conseguente delle sofferenze e delle malattie, si intenderà di

leggieri come l’esercito garibaldino potesse tener ancora la difensiva

sulla linea occupata, ma non mai pensare ad alcuna decisiva operazione

offensiva, molto meno poi all’impresa di Roma. E Garibaldi lo sentiva,

e talvolta nei confidenti abbandoni dell’amicizia gliene fuggiva di

bocca l’amara confessione. «Leggete questa lettera di Mazzini (diceva

ad Alberto Mario, qualche giorno dopo la vittoria del Volturno); egli

mi sprona alla spedizione di Roma. Sapete se io non ci abbia di lunga

mano pensato. Il 1º ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto,

che non sarà più in grado d’affrontarci; ma non potrò mai andare a

Roma, lasciandomi addietro sessantamila uomini trincerati fra due

fortezze, i quali intanto si ripiglierebbero Napoli.[138]» E se quei

sessantamila uomini erano un’amplificazione, tutto il resto era pura

verità. Dopo il 2 ottobre l’esercito garibaldino bastava appena a

salvar Napoli da un colpo di mano, se pure bastava.

Ma a distoglierlo dalla temeraria impresa, più ancora della ragione

militare poteva la politica.

Disfatto a Castelfidardo il Lamoricière, espugnata Ancona, riuscita

oltre la speranza l’impresa delle Marche e dell’Umbria, il conte di

Cavour deliberò di farsi perdonare l’audacia coll’audacia e di spingere

l’esercito, già sulla via, all’invasione del Regno. Così con un colpo

solo lo strappava a Garibaldi ed al Borbone insieme; rompeva gli ultimi

indugi all’annessione, rivendicando alla spada del suo Re l’onore di

compiere e assodare l’opera dalla rivoluzione iniziata.

Sfidata ancora la collera delle Potenze d’Europa, di cui presentiva

le strida, ma insieme presagiva l’inerzia;[139] annunziata con

brutale laconismo al Ministro napoletano presso la Corte di Torino la

sua risoluzione; chiesta dal Parlamento subalpino,[140] non ancora

italiano, l’approvazione della sua politica e la balía di annettere

tutte le provincie italiane, che liberamente dichiarassero di voler

far parte integrante della Monarchia; spinge il Re stesso a mettersi

a capo dell’esercito vincitore ed a passare il Tronto. E Vittorio

Emanuele, cui nulla era più gradito della parte di re guerriero, e

che degli ardimenti del suo Ministro era piuttosto l’istigatore che il

moderatore, lasciata la reggenza al Principe di Carignano raggiunge il

3 ottobre l’esercito ad Ancona; d’onde bandito ai Napoletani, in un

Manifesto, a dir vero, nè sobrio nè modesto,[141] ch’egli stava per

arrivare, invitato, tra loro, a «chiudere l’èra delle rivoluzioni,»

s’incamminò a grandi giornate verso i confini del Regno.

Ciò stante a Garibaldi non faceva mestieri di grande acume politico per

comprendere che egli non poteva più oramai muovere le insegne contro

Roma senza urtare o prima o poi nelle schiere di Vittorio Emanuele, e

peggio ancora nella volontà di quel Parlamento che era a quei giorni

il supremo rappresentante morale, se non per anco legale, della

nazione intera; senza incorrere perciò nella terribile responsabilità

d’una guerra civile. E poichè nulla era più profondo nel cuore del

patriottico eroe che l’orrore della discordia fraterna, così molto

prima d’accorgersi che gliene mancava la forza e molto prima che

Vittorio Emanuele venisse a capitanare l’esercito d’Ancona, egli aveva

deliberato in cuor suo, mormorando, imprecando, fors’anco, a chi ve

lo sforzava, ma pure senza restrizioni nè riserve, di rinunciare, pel

momento almeno, ad ogni tentativo su Roma.

E di questo fanno fede due documenti noti, ma per avventura non

abbastanza notati, nè dirittamente finora interpretati. Il primo

è l’_Ordine del giorno_ del 28 settembre, nel quale, bandita con

esultanti parole ai Volontari la disfatta del Lamoricière, precorreva

colla speranza gli eventi, compiacevasi della resa d’Ancona e della

passata dell’esercito del Settentrione nel Regno anche prima che ciò

avvenisse, e conchiudeva giubilando: «Fra poco avremo la fortuna di

stringere quelle destre vittoriose.[142]» L’altro ancora più espressivo

è la lettera ch’egli stesso dirigeva a re Vittorio Emanuele in data del

4 ottobre, e che preferiamo riprodurre testualmente:

«Caserta, 4 ottobre 1860.

»Sire,

»Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie

riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici

lor conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un

combattimento alle due Caserte pongono i soldati di Francesco II

nell’impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il

Volturno domani. Non sarebbe male che la Maestà Vostra ordinasse a

parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese,

di passare quella frontiera e far abbassare le armi a certi

gendarmi che parteggiano ancora per il Borbone.

»So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e

sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore, e merito

un poco d’esser creduto. È molto meglio accogliere tutti gli

Italiani onesti, a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il

passato, anzichè inasprire fazioni che potrebbero essere pericolose

nell’avvenire.

»Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli

per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M.

deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi

congiungerei la mia destra, e mi recherei in persona a presentarle

i miei omaggi, e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.

»La V. M. promulghi un decreto che riconosca i gradi de’ miei

ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere

eliminati.»

Chi consideri pertanto di questa lettera, il tempo, il contenuto, la

forma, ne vedrà risplendere vieppiù il significato. Essa fu scritta

il 4 ottobre, prima dunque che Garibaldi potesse conoscere il bando

di Vittorio Emanuele ai Napoletani, prima che l’esercito sardo si

fosse levato d’Ancona, prima assai che il Parlamento avesse votato

l’annessione dell’Italia meridionale, e sanzionato con siffatto voto la

politica del conte di Cavour.

Checchè dunque scriva a lode o vitupero lo spirito di parte, questo

rimane incontrastato, che Cavour e Garibaldi, lo statista e l’eroe,

quasi nel tempo stesso, ad insaputa l’uno dell’altro, s’accordavano

a dare al Re quel medesimo consiglio, intorno al quale pareva

dovessero restar divisi implacabilmente! _Ecco il giudicio uman come

spesso erra_. I monarchici superlativi credevano d’essere costretti,

o prima o poi, a dar battaglia «alla rivoluzione personificata in

Garibaldi,[143]» e Garibaldi apriva loro le porte di quello che ancora

era suo Stato, di null’altro ansioso che di incontrarli e schierarsi

sotto le loro insegne.

Nè si dica che la sua lettera parla di «una passeggiata;» è questa

un’attenuazione metaforica per scemare l’importanza del fatto e farne

parere più facile l’esecuzione; ma s’intende da sè che «la passeggiata»

d’una divisione, capitanata da un Re, fiancheggiata da un’altra

divisione, entro i confini d’uno Stato forestiero, è invasione bella

e buona, è guerra in tutte le forme. E con quali intendimenti egli

affretti la venuta di Vittorio Emanuele, è palese: vuol essere il primo

a rendergli omaggio, desidera «ricevere i suoi ordini per le ulteriori

operazioni,» ambisce, in una parola, di combattere al suo fianco, come

suo luogotenente, contro il comune nemico.

Il linguaggio della lettera è semplice e schietto, ma reverente e

affettuoso insieme; in essa il soldato dà consigli al Re; ma consigli

saggi, di moderazione e di temperanza, che re Vittorio, il quale

chiamerà un giorno l’antico mazziniano Medici a suo primo aiutante di

campo, e il vecchio repubblicano Crispi a suo primo Ministro, non si

pentirà d’aver ascoltati. Tutto persuade, adunque, che allorquando più

si strillava a Torino perchè Garibaldi si ostinasse nell’avventura di

Roma, egli n’aveva già deposto, almeno per quell’anno, il proposito,

e che ad altro non pensava se non a finir gloriosamente, in compagnia

dei suoi fratelli dell’esercito sardo, sotto gli ordini del suo Re, la

guerra contro il Borbone.

Ma perchè indugiava dunque ancora l’annessione, quell’annessione voluta

ormai dalla quasi totalità del paese, decretata dal Parlamento, da

Garibaldi stesso, indirettamente offerta a Vittorio Emanuele, e contro

la quale, colla rinunzia alla marcia su Roma, cessava ogni ragione

ed ogni pretesto? In verità, giunti a questo punto, il concetto del

nostro eroe ci sfugge. Abbiamo compresa e difesa la sua resistenza

all’annessione sino al giorno del suo ingresso in Napoli; l’abbiamo

scusato d’averla differita anche dopo l’entrata dell’esercito sardo

sul territorio ecclesiastico; ma ora, appressandosi quell’esercito,

vietata dall’espressa volontà del Governo e del Parlamento la via di

Roma, certo l’incontro ed il conflitto, nè l’intendiamo, nè sappiamo

difenderla più. E fortuna volle che non la sapesse intendere a lungo

nemmeno Garibaldi, siccome il seguito di questo racconto sta per

dimostrare.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 50 / 147 题