Una battaglia era imminente; molti indizi l’annunciavano, Garibaldi la
presentiva. «Tornato da Palermo (scrive egli stesso) presi stanza a
Caserta, e visitando ogni giorno Monte Sant’Angelo, da dove scorgeva
bene il campo dei nemici, a levante della città di Capua e nei
dintorni, dai loro movimenti sulla sponda destra del Volturno, che
non potevano sfuggire al mio osservatorio del Monte suddetto, e dalle
loro disposizioni, io congetturava essere i Borbonici in preparativi
d’una battaglia aggressiva.» E non s’ingannava. Fin dal 26 settembre il
generale Ritucci, nuovo comandante supremo dell’esercito regio, aveva
già fermato il suo disegno, modello di primitiva semplicità: attaccare
la linea garibaldina su tutti i punti, con maggior sforzo alle due
ali di Santa Maria e di Maddaloni, e, sfondatala, marciare su Napoli.
E da ciò questa distribuzione di parti: il generale Tabacchi colla
divisione della guardia, settemila uomini, doveva assalire Santa Maria,
fiancheggiato alla sua destra dalla brigata Sergardi, tremila uomini,
che spuntando l’estrema sinistra garibaldina a San Tammaro aveva per
iscopo di minacciare la strada d’Aversa. Al centro, invece, dando
la destra al Tabacchi e sostenuto a manca dal generale Colonna, cui
era commesso di passare con cinquemila uomini la Scafa di Triflisco,
doveva marciare su Sant’Angelo con diecimila uomini, maggior nerbo
degli assalitori, il generale Afan de Rivera: ad oriente il colonnello
Perrone, con milledugento combattenti spalleggiati però da una riserva
di altri tremila rimasti a Caiazzo, doveva sboccare da Limatola, e
per la strada di Castel Morone mirare diritto a Caserta: all’ultima
destra, infine, il Von Mechel con una divisione di ottomila uomini, la
più gran parte Tedeschi, doveva, per la strada di Ducenta, avventarsi
sul Bixio ai Ponti della Valle, e di là, dando la mano al Perrone,
come questi doveva darla al Colonna, al Rivera, al Tabacchi, a tutti
quanti marciare a bandiere spiegate su Napoli. Il gran colpo era stato
deciso per il 1º ottobre, onomastico di Francesco II; il Re stesso,
coi fratelli, doveva seguire, a convenevole distanza, le sue legioni, e
coll’augusta presenza incoraggiarle, da lontano, alla sacra riscossa.
Fino dalla vigilia Garibaldi aveva notato sotto le mura di Capua
un grande tramenío, sicchè, come uomo che ha letto fino al fondo
il pensiero del suo avversario, diceva o mandava a dire a’ suoi
Luogotenenti: «Fate buona guardia, domani saremo attaccati.»
In sull’alba del 1º ottobre, infatti, un crescente colpeggiare di
moschetteria, echeggiante da Sant’Angelo a Santa Maria, annunziava che
la zuffa era cominciata. Poco dopo il Milbitz era già alle prese col
Tabacchi, e il Medici con Afan de Rivera; laonde Garibaldi, accorso al
fragore de’ primi colpi a Santa Maria, aveva subito indovinato che la
giornata sarebbe stata, come suol dirsi, assai calda, e che conveniva
rinforzare senza indugio Santa Maria, che era, tra i punti principali
della sua linea, il più debole e per postura e per numero di difensori.
Mandò quindi a chiedere a Caserta la brigata Assanti della riserva, e
confidatosi interamente al Milbitz, uno de’ suoi vecchi commilitoni di
Roma, partì in carrozza per Sant’Angelo, altro dei punti che più gli
stavano a cuore.
Potevano essere le sei del mattino. Circa all’ora medesima gli
avamposti del Bixio si scontravano con l’avanguardia di Von Mechel, e
il Perrone passava il Volturno a Limatola. Se non che, giunta verso la
metà della strada che da Santa Maria mena a Sant’Angelo, la carrozza di
Garibaldi è all’improvviso tempestata da una grandine di fucilate, e
al tempo stesso involta in un nugolo di nemici sbucati da certe fosse
asciutte che tenevan luogo di vere strade coperte. E già quella prima
scarica aveva morti il cocchiere ed un cavallo della carrozza; talchè
Garibaldi stesso, in presentissimo pericolo, fu costretto a balzare a
terra ed a mettersi co’ suoi aiutanti in sulla difesa. «Ma (narra egli
medesimo) mi trovavo in mezzo ai Genovesi di Mosto ed ai Lombardi di
Simonetta. — Non fu quindi necessario di difenderci noi stessi; quei
prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i Borbonici con tanto
impeto, che li respinsero un buon pezzo distanti e ci facilitarono la
via verso Sant’Angelo.[126]»
Pure anco l’arrivo a Sant’Angelo non fu senza pericolo. Intanto che la
prima catena del Rivera per quelle fosse o strade coperte, che dicemmo,
s’insinuava non vista dentro il fianco sinistro del Medici e stava
per tagliargli ogni comunicazione col Milbitz, dal lato opposto le
avanguardie del Colonna, tragittata nella notte la Scafa di Triflisco,
aggiravano favorite dalle tenebre la destra di Sant’Angelo, e per
sentieri ascosi di monti arrivavano in sul fare dell’alba sui poggi
di San Vito, uno dei contrafforti del Tifata. Poco mancò pertanto
che Garibaldi, il quale appunto verso quella medesima ora arrivava su
quell’altura, cascasse in mezzo a quella nuova imboscata di nemici; e
sarebbe certamente accaduto se appena scortili non li avesse arrestati,
cacciando loro incontro il drappello della sua scorta, facendoli al
tempo stesso pigliar di costa da una compagnia del Sacchi che chiamò in
tutta fretta da San Leucio.
Liberato, con tanta fortuna sua e della giornata che stava
combattendo, da quel nuovo pericolo, Garibaldi potè abbracciare dal
suo osservatorio di Sant’Angelo tutto il quadro della battaglia. E gli
apparve formidabile. Il Milbitz e il Medici resistevano prodemente,
ora contrastando, ora riacquistando con infaticabili contrassalti i
punti capitali delle loro posizioni; ma il nemico, forte delle sue
grosse riserve, rinnovava di continuo con truppe fresche gli assalti,
mentre i Garibaldini, diradati dalla strage e dalla stanchezza, erano
all’estremo della loro possa. Si combatteva da una parte e dall’altra
da oltre sei ore; ma verso il tocco pomeridiano un nuovo e generale
assalto del Tabacchi contro il Milbitz, e di Afan de Rivera contro il
Medici, addossa i difensori agli ultimi ripari delle loro linee. Il
Milbitz a Santa Maria è ridotto alla difesa di Porta Capuana; il Medici
a Sant’Angelo è forzato a disputare con un pugno di gente il crocivio
Capua-Sant’Angelo, Santa Maria-Sant’Angelo, centro delle sue, e chiave
di tutte le posizioni a occidente di Caserta. Ancora un passo de’
Borbonici e la giornata è perduta. Garibaldi lo vede, ed afferrando a
volo l’istante, scende a galoppo dal Tifata, rincora, rampogna, raduna,
risospinge al combattimento quanti fuggiaschi o sbandati incontra per
via: raccomanda al Medici, cui ogni raccomandazione era superflua, di
tenersi a Sant’Angelo fino all’ultimo fiato; spicca ordine al Sirtori
di mandare incontanente a Santa Maria tutte le riserve, e pei sentieri
bistorti e ruinosi della montagna, poichè la strada diritta era in
potere del nemico, corre egli stesso a Santa Maria per attendervi le
riserve e ristorare la pugna.
Le riserve infatti, verso le due pomeridiane, parte per la consolare,
parte per la ferrovia, arrivarono. Non v’era più un solo istante
da perdere; ogni altro capitano le avrebbe cacciate, senza dar
loro un secondo di riposo, nella mischia: Garibaldi no. Composto
il viso all’abituale placidezza, non tradendo alcun segno d’interna
trepidazione, rassicura col solo aspetto le truppe sopravvenienti,
comanda agli ufficiali che siano lasciate riposare, dice ad alta voce
al generale Türr, in guisa che tutti possano sentirlo: «La vittoria
è certa, manca solo il colpo decisivo;[127]» poi, senza fretta,
senza trambusto, con ordine e calma mirabili, piglia egli stesso la
brigata Milano e parte della Eber e la caccia sulla strada di Santa
Maria a Sant’Angelo; intanto che il Türr col rimanente della Eber e
gli avanzi della Milbitz va a rinforzare la difesa di Porta Capuana
e a fronteggiare il nemico su tutta la sinistra. Nel suo concetto le
riserve mandate alla riscossa sulla destra dovevano attaccare il nemico
in due colonne e con due obbiettivi affini, ma diversi: l’uno, cioè,
urtare diagonalmente la destra del Tabacchi in modo da spuntarlo e
separarlo da Afan de Rivera; l’altro marciar perpendicolarmente sul
fianco sinistro di questi, in guisa da minacciarne la ritirata e da
liberar a Sant’Angelo il Medici che eroicamente agonizzava. E tutto
riuscì a seconda. Pochi colpi, alcune cariche a fondo brillanti,
soprattutto quelle della Legione ungherese e del battaglione Milano, e
i Generali borbonici, sconfidati da tanta resistenza, se non stremati
di forze, fatta coprire la loro fronte, spezzata da un’ultima carica
di cavalleria, male guidata e presto risospinta, suonarono a ritirata.
Alle 5 della sera tutte le posizioni garibaldine erano riconquistate.
Il Medici tornava signore indisputato del suo quadrivio. Il Türr e
il Rustow (il Milbiltz era rimasto ferito) inseguivano le schiere
disordinate del Tabacchi e del Rivera, fin sotto le mura di Capua.
Alla stessa ora il Bixio, dopo avere per tutta la giornata ributtati
gli assalti di Von Mechel, lo ricacciava colle baionette alle reni
di là dai Ponti della Valle fin presso a Ducenta; al Perrone infine,
trattenuto sei ore sotto Castel Morone dall’eroico petto di Pilade
Bronzetti e de’ suoi trecento, sacratisi a certa morte per la salvezza
comune, era tolto di tentare per quel giorno il divisato colpo su
Caserta; sicchè in quell’ora stessa, 5 pomeridiane, Garibaldi poteva
telegrafare a Napoli: «Vittoria su tutta la linea.[128]»
[Illustrazione: PIANO DELLA GIORNATA DEL VOLTURNO]