VIII.

Primo atto di Garibaldi in Napoli fu di aggregare tutta la marina da

guerra e mercantile delle Due Sicilie alla squadra del re Vittorio

Emanuele, comandata dall’ammiraglio Persano.[113] Questo Decreto

era già un principio d’annessione, e doveva bastare esso solo a

testimoniare della fede del Dittatore e a disarmare a un tempo tutti i

sospetti e tutte le diffidenze. Quella flotta, oggetto da un mese delle

bramosíe e delle trame del conte di Cavour, per aver la quale egli ed

il Persano avevan tanto armeggiato e congiurato, ecco che Garibaldi

spontaneamente, tre ore appena dal suo ingresso in Napoli, al solo

vedere l’ammiraglio di Vittorio Emanuele, la consegna egli stesso nelle

di lui mani. Dal punto di veduta della politica rivoluzionaria era il

più madornale degli spropositi; ma dal punto di veduta della politica

unitaria italiana, era il più sublime degli olocausti.

Pure non bastò. Il conte di Cavour aveva detto alla rivoluzione: _non

plus ultra_; e ciò non per tema che Garibaldi tradisse la Monarchia,

ma per repugnanza che la Monarchia gli dovesse troppo. E su questo

pernio ruotava da tre mesi tutta la sua politica. A Palermo aveva

cercato arrestare il vincitore coll’annessione immediata; al di

qua dello Stretto s’era provato a prevenirlo col fargli scoppiare

dinanzi per iniziativa e con forze monarchiche una sommossa che lo

costringesse o a tornarsene a Caprera, o a divenire un luogotenente

di Vittorio Emanuele; dileguata poi anche la chimera dell’insurrezione

monarchica, non cessa per questo dal macchinare: ora perchè Persano si

assicuri della flotta; ora perchè s’impossessi dei forti di Napoli;

ora perchè si tolga in mano la dittatura. Udito infine che Garibaldi

è alle porte di Napoli, risolve con Vittorio Emanuele l’invasione

delle Marche e dell’Umbria, «resa necessaria, scriveva al La Marmora,

dalla conquista di Napoli;» — «unico mezzo, soggiungeva al Persano,

per domare la rivoluzione e impedire che entrasse nel Regno.» E qui

non s’ingannava. Lo scopo finale «di coronare Vittorio Emanuele re

d’Italia in Campidoglio,» lunge dal nasconderlo, Garibaldi lo gridava

colla sua ingenua franchezza a’ quattro venti. Lo proclamava ne’ suoi

bandi; lo diceva ne’ suoi colloqui; lo ripeteva al ministro inglese

Lord Elliot, quando questi lo pregava a nome del suo Governo di non

toccare la questione della Venezia;[114] lo confermava all’ammiraglio

Persano ed al conte di Villamarina, quando l’uno dopo l’altro andavano

ad annunciargli la deliberata impresa degli Stati pontificii.

«All’udire (dice un autorevole scrittore)[115] che i soldati piemontesi

si apparecchiavano a entrare nell’Umbria e nelle Marche, il Dittatore

manifestò gioia schiettissima. Ma poi, fattosi pensieroso, dopo

alcuni istanti di silenzio, disse: — Se questa spedizione è diretta a

tirare un cordone di difesa attorno al Papa, farà un pessimo effetto

sull’animo degl’Italiani; — Villamarina con franca e calorosa parola

si pose a dimostrare, che, se tra la politica sarda e quella seguíta

dal Dittatore v’era qualche screzio in ordine ai mezzi, v’era perfetta

concordia di fine, e che quindi bisognava che l’una aiutasse l’altra.

— A me poco importa, riprese Garibaldi, che il Papa rimanga in Roma

come vescovo, o come Capo della Chiesa cattolica; ma bisogna togliergli

il principato temporale, e costringere la Francia a richiamare i suoi

soldati da Roma. Se il Governo sardo è capace di conseguire tutto ciò

per negoziati diplomatici, faccia pure, ma presto; giacchè, se tarda,

niuno mi potrà trattenere di sciogliere la questione colla sciabola

alla mano.»

Di fronte a queste dichiarazioni dell’eroe la risoluzione del conte

di Cavour diventava legittima e quasi necessaria. E però la spedizione

delle Marche e dell’Umbria può dirsi, dopo la guerra di Crimea, la più

ispirata e fatidica azione del grand’uomo di Stato. Con quel passo

egli salvò al tempo stesso la Monarchia e l’Italia; frenò il corso

precipitoso della rivoluzione, per riaddurla poscia più sicuramente

alla mèta.[116] Se un giorno, esaurito ogni altro mezzo, fosse per

divenire necessario di recidere colla sciabola il nodo di Roma, nessuno

poteva, nel 1860, nè affermare, nè negare: certo in quell’istante

pareva, anche ai più impazienti, intempestivo; e il Mazzini stesso nel

suo proclama di risposta alla circolare di Pier Luigi Farini, non si

peritava a confessare che «la questione di Roma sarà sciolta, spero

provarlo, pacificamente più tardi.[117]»

Ma se l’andare incontro a Garibaldi per prevenirlo e compiere più

ordinatamente l’impresa ch’egli aveva rivoluzionariamente iniziata,

era concetto ardito e saggio al tempo stesso; il vessare di sospetti,

di pressure, di spinte l’uomo che aveva liberato mezza Italia, perchè

s’affrettasse a deporre un potere ch’egli non aveva alcuna intenzione

di ritenere, era affatto inopportuno ed improvvido, e poteva, a lungo

andare, riuscire funesto. Certo Garibaldi, a Napoli, non aveva più

le ragioni che in Sicilia per differire l’annessione, e s’intende

che i patriotti napoletani intorno ad una questione di sì capitale

importanza dovessero esporgli sin da principio i loro voti colla

più aperta franchezza. Quello tuttavia che non s’intende è che vi

fossero annessionisti così impazienti da pretendere che il Dittatore

scrivesse il decreto dell’annessione appena messo il piede in Napoli,

incerte tuttora le sorti della guerra, non chiari per anco gli effetti

dell’impresa negli Stati pontificii, non esaurita ancora, nè di qua

nè di là dallo Stretto, la fase della rivoluzione. L’annessione era

ormai nella forza delle cose, e come Garibaldi non avrebbe potuto,

anco volendolo, impedirla, così non s’addiceva a coloro, che insomma

dovevano a lui la libertà di discuterla, l’imporgliela ad ora fissa,

lo strappargliela quasi a forza di mano. Nessun diritto aveva egli dato

fino allora agli annessionisti di dubitare delle sue intenzioni; molti

argomenti invece per rassicurarli. A Napoli si annuncia, proclamando

Vittorio Emanuele: _Vero Padre della Patria_.[118] Giunto, consegna

la flotta borbonica all’ammiraglio Persano; il giorno stesso nomina

Ministri i capi più eletti della parte moderata e cavouriana; poco

dopo prega il Persano a volergli mandare in città i Bersaglieri per

custodire gli arsenali ed i porti; infine al settimo giorno promulga

lo Statuto del Regno sardo come legge fondamentale di tutto il

novello Stato. Come insospettire dunque e diffidare di lui? Certo gli

stavano al fianco altri consiglieri dell’annessione non zelanti, e

della politica del Cavour tutt’altro che amici; ma fino a qual punto

li ascoltava egli? Lo spettro pauroso degli annessionisti era il

Bertani, segretario generale della Dittatura, dell’impresa di Roma

fautore aperto, in fama di mazziniano, anima rivoluzionaria al certo

ed in ogni suo proposito audace e tenacissima. Ma senza dire che il

Bertani non era veramente avverso all’annessione, ma soltanto la voleva

differita e condizionata, i suoi avversari non dovevano ignorare che

il suo ascendente sul Dittatore era assai debole; che anzi di tutti

gli uomini che attorniavano Garibaldi, quello che più gli era in

sospetto e quasi in uggia era appunto il celebre medico; vuoi per i

suoi rapporti occulti col Mazzini, vuoi per i contrasti avuti, e non

per anco interamente quetati, per la spedizione di Terranova; vuoi per

la disformità dei temperamenti e dei caratteri: l’uno rigido, loico,

tenace, e sopra ogni cosa partigiano; l’altro mobile, subitaneo,

intollerante delle opposizioni metodiche e ombroso dei consigli

dottrinari; facile alle simpatie ed alle antipatie; accessibile

da cento parti, ma sopra alcuni punti, formanti il suo _credo_,

incrollabile e quasi inabbordabile.

Tutto ciò per altro non fu nemmanco sospettato dai partigiani a

oltranza dell’annessione immediata; e così a Napoli come in Sicilia

cominciarono tosto ad assediare il Dittatore di indirizzi e di

deputazioni, di cicalate di gabinetto e di manifestazioni di piazza,

che in sulle prime ottenevano da lui l’effetto precisamente contrario.

Però se a Napoli la sola sua presenza bastava a moderare le impazienze

ed a tenere in rispetto le opposizioni; in Sicilia, lui assente,

presente invece il suo Prodittatore, dell’annessione segreto istigatore

dapprima, poscia pubblico favoreggiatore, le voglie annessioniste

erano divenute smaniose, e fino a un certo punto anco pericolose. Il 4

settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto

il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una

lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il

plebiscito dell’Isola.

«La scena (scrive il Bertani)[119] accadeva in una povera osteria.

Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del

Depretis, e già Garibaldi, non sapremmo se più persuaso o infastidito,

aveva detto: — Basso, scrivete: _Caro Depretis, Fate l’annessione

quando volete_; — allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò:

— Generale, voi abdicate; — e capacitato ben presto dalle opposte

ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione

del suo animo): — Avete ragione, — rispose, e rivoltosi a Basso, che

stava sempre colla penna in mano, soggiunse: — Basso, stracciate la

lettera. —

»E poi con calma riprese a dettare: _Caro Depretis, per l’annessione

parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni.

Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti, e cominciate dai due

C....._[120]

»E la scena finì;»..... ma non finirono del pari le lotte per

l’annessione siciliana. Gli annessionisti, capitanati principalmente

dal Cordova, e spalleggiati dal Depretis, non volevano desistere dal

loro proposito; anzi in un Consiglio di Ministri ventilarono persino

se non si dovesse bandire il plebiscito anche malgrado la lettera

di Garibaldi. Il Crispi invece colla parte più rivoluzionaria e

garibaldina insisteva perchè la volontà del Dittatore fosse rispettata;

onde tumulti in piazza e conflitti in Palazzo, che mantenevano Palermo

in uno stato d’agitazione assai presso all’anarchia e scrollavano

sempre più la poca autorità al Prodittatore. Quando però corse la

nuova che Garibaldi era entrato in Napoli, tanto il Crispi, quanto il

Depretis, decisero, l’uno dietro l’altro, di partire pel Continente,

onde rendere giudice un’altra volta il Dittatore della perpetua

controversia. E il Dittatore fu ancora del parere di Fortino; sicchè il

Crispi continuò a stargli al fianco Ministro degli affari esteri, ed

al Depretis, fallitogli ormai il principale scopo della sua missione,

non restò che rassegnare l’ufficio. La rinuncia del Depretis però

lasciava la Sicilia senza Prodittatore e senza governo, e all’urgente

bisogno Garibaldi pensò di provvedere egli stesso in persona. La

sera del 16 settembre, infatti, s’imbarca quasi di nascosto; approda

l’indomani a Palermo; radunati tostamente i Ministri e trovatili fermi

nella loro idea, con parole fin troppo dittatorie li congeda; elegge a

Prodittatore Antonio Mordini, allora Auditore generale dell’esercito

garibaldino, e lo fiancheggia di Ministri a lui graditi; fattosi al

balcone del Palazzo arringa il popolo impaziente di acclamarlo dopo

i recenti trionfi, lo ringrazia d’aver avuto fede in lui e di aver

respinto un’annessione ch’egli credeva intempestiva, l’incuora a

persistere finchè vi siano fratelli da liberare;[121] e dopo aver

protestato nuovamente della sua amicizia per Vittorio Emanuele,

«l’unico rappresentante della causa italiana,» si accommiata colla

lusinga di aver per alquanto tempo restaurata la pace e l’autorità in

Sicilia, e ritorna a Napoli, dove le faccende della guerra s’erano già

troppo risentite della sua mancanza.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 45 / 147 题