Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti
oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere,
risolute, dicevano, ad attraversare ad ogni costo il passo al
Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo
credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva
le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla
giornata finale.
Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal
contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa
appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel
Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato
a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli
antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar
que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan
sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai
Comandanti di tentare, con qualche probabilità di buon successo, la
prova estrema a cui si erano impegnati.
L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo. Nella sera del 5
settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, chiese il da
farsi, e una sola fu la risposta loro: impossibile la resistenza; il Re
si ritirasse a Gaeta colla famiglia; le truppe ripiegassero dietro il
Volturno; Napoli fosse lasciata in tutela della sua Guardia nazionale.
Il Re s’arrese al consiglio, e la sera del 6 settembre, intanto che
le sue truppe cominciavano il loro movimento, dato un addio, non
privo di dignità, ai suoi antichi sudditi, s’imbarcava colla moglie
e i parenti sopra il _Colon_, nave da guerra spagnuola, e scortato da
un’altra della stessa bandiera, poichè la sua flotta aveva rifiutato
di seguirlo, salpava alla volta di Gaeta. La partenza di Francesco II
fu pei Napoletani il lieto fine inaspettato d’un dramma che minacciava
ad ogni scena di finire in tragica catastrofe. Tutti respiravano come
sollevati da un incubo. I patriotti che conseguivano la libertà senza
il dolore di macchiarla di sangue civile; il popolo che poteva mutar di
padrone senza nemmeno darsi la fatica d’una sommossa; i cortigiani cui
era concesso di voltar livrea senza passare per ingrati; i magistrati
cui era lecito di barattar giuramento senza esser tacciati di
fedifraghi; gli ammiragli, i generali, le assise dorate dell’esercito
e dell’armata, cui s’offriva la rara fortuna di passar sotto le
bandiere del vincitore senza la vergogna di disertare quelle del vinto;
Liborio Romano, infine, cui era riuscito di far sparire Francesco
II e comparire Garibaldi, rendendosi ministro possibile dell’uno e
dell’altro: tutti avevan sul volto quell’aria di soddisfatta sicurezza
che esalò dal petto di Don Abbondio quando udì che Don Rodrigo era
morto. Infatti la nave che portava in esiglio perpetuo Francesco II
era ancora in vista del Golfo, che il Presidente de’ suoi Ministri
proponeva ai colleghi fosse tosto annunciato a Garibaldi il felice
evento, e invitato a venire a prendere possesso della metropoli. Non
era ufficio che spettasse a’ Ministri d’un Re che non aveva ancora
abdicato, e il Manna, il De Martino, lo Spinelli, rispettosi di sè
medesimi, lo ricusarono; ma il Romano era preparato a ben altro, e
quando gli fu detto esser necessario comporre un indirizzo di devozione
da presentarsi al Dittatore: «Eccolo,» disse, e lo trasse di tasca
bell’e fatto.
All’udir pertanto la gran nuova, Garibaldi che era già arrivato
ad Eboli parte difilato per Salerno; colà ricevuta la Deputazione
del Ministero che lo invitava d’affrettare il suo ingresso nella
capitale, risponde saviamente esser pronto a partire appena vengano
a lui il Sindaco e il Comandante della Guardia nazionale della
città; raccomandare frattanto l’ordine e la calma; ma poichè anche
il Romano, divorato dalla febbre di ricevere egli per il primo il
trionfatore, replica con enfatica parola l’invito, Garibaldi lasciando
ogni esitazione prende a Vietri la ferrovia; arriva a mezzogiorno
alla stazione di Napoli, dove Liborio Romano lo riceve e gli declama
l’indirizzo preparato; e al tocco, in carrozza, accompagnato dal
Cosenz, dal Bertani dal Nullo e da due altri ufficiali, entra in
Napoli, e passando sotto il fuoco de’ forti tuttora occupati dai
Borbonici, traversando i drappelli delle soldatesche nemiche sparse per
la città, protetto soltanto dall’amore entusiasta d’un popolo e dalla
serenità radiosa del suo volto che incute al pericolo e disarma il
tradimento, va a posare alla _Foresteria_ (Palazzo del Governo), e ne
prende possesso. Modo di conquista unico nella storia: prodigio quasi
divino d’un’idea, cui basta la fede d’un eroe ingenuo e sorridente per
disperdere gli eserciti, atterrare le fortezze ed abbattere i troni!