E lo stato delle provincie riflettevasi coll’intensità d’un vasto
focolare nella capitale. Il conte di Cavour, ostinato a volere che
una sommossa scoppiasse in Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi,
ne aveva affidata la suprema cura al marchese di Villamarina ed
all’ammiraglio Persano e sotto di loro un vario stuolo di emigrati,
cui la nuova Costituzione aveva riaperte le porte della patria, e di
emissari d’ogni provincia e d’ogni fatta s’affaticavano alla tanto
travagliosa quanto inutile trama. Il barone Nisco, per mezzo del
Persano, introduceva nella città migliaia di fucili: il generale
Nunziante, compro dal Cavour, diffondeva fra l’esercito proclami
corruttori: a bordo della squadra piemontese infine stavan nascosti due
battaglioni di Bersaglieri, pronti a scendere a terra al primo segnale
di rivolta;[110] e quantunque non fosse da aspettarsi che il popolo
napoletano volesse dipartirsi da quel sistema di resistenza passiva e
di inerzia ostile che era nell’indole sua, e in parte imposta dagli
avvenimenti che camminavano più celeri della sua volontà; tuttavia,
questi soli due fatti d’un popolo che aspettava da un’ora all’altra
la caduta de’ suoi Re, e d’un esercito che non pareva più disposto a
sparare un sol colpo per scongiurarla, bastano ad accertare che il fato
de’ Borboni era consumato.
Nè la reggia era più sicura della piazza. Sorpreso da un turbine
che avrebbe dato le vertigini a’ più gagliardi, aggirato da opposte
correnti, circuito da consiglieri o fiacchi o stolti o infidi, col
sospetto e la discordia nella stessa sua famiglia, Francesco II
era la foglia in preda alla tormenta. Le Potenze lo abbandonavano;
l’Inghilterra gli era ostile; la Francia lo trastullava di vane
promesse; la Russia, la Prussia, l’Austria lo confortavano di sterili
proteste; il Papa era impotente; il Piemonte, lo sappiamo, teneva in
mano tutte le molle della tagliola in cui doveva cadere. Dovunque
si volgesse, non udiva che amari rimproveri, o consigli vani ed
impraticabili. Il conte di Siracusa, suo zio, lo consigliava ad
abdicare;[111] il Ministero di Liborio Romano lo invitava formalmente
ad uscire temporaneamente dallo Stato e ad affidare il governo ad una
reggenza; solo il conte Brenier, ministro di Francia, e il generale
Pianell ed altri pochi gli davano l’unico consiglio, degno d’un Re, di
mettersi a capo del suo esercito e di cadere o vincere con esso; ma era
consiglio troppo alto per l’animo suo e ormai forse inutile e tardivo.
In tanta tempesta di pensieri egli non s’appigliava a partito alcuno; o
piuttosto li tentava tutti senza coerenza e senza energia. Ora faceva
chiedere alle Potenze la neutralizzazione di Napoli e del territorio,
colla speranza di arrestare Garibaldi e di restaurare, indugiando,
le sorti del Regno; ora mandava segrete lettere a Garibaldi stesso
per offrirgli cinquantamila uomini e la flotta per la guerra contro
l’Austria, a condizione che s’arrestasse e gli salvasse il restante del
Regno;[112] ora infine, rifiutata dalla Diplomazia la neutralizzazione
e da Garibaldi, sdegnosamente, l’alleanza, si buttava in braccio alla
reazione, tramando colla madre, la moglie, il generale Cutrofiano,
l’Ischitella ed altri arnesi di Corte, un nuovo colpo di Stato, una
specie di 15 maggio, che avrebbe dovuto fare man bassa di tutte le
libertà e di tutti i liberali, se, come tutte le congiure, non fosse
stato anzi tempo scoperto e i congiurati stessi non si fossero chiariti
impotenti a tentarlo soltanto.