Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’una
putrefazione. Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto
della sponda tirrena, raccolti ormai nelle Calabrie da venti a
venticinquemila uomini, e libero di farli avanzare per terra e per mare
secondo i casi e le opportunità; acclamato, festeggiato, portato sulle
braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi
s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un
trionfo.
_Bellum ambulando perfecerunt_, fu detto dei Cesariani nella Gallia,
e così poteva dirsi di Garibaldi. La sua non era una guerra, era una
passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto, lo
precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a
Melito, Potenza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta
la Basilicata si vendicava in libertà. All’annunzio della vittoria di
Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale
Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno
col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe
facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto: sicchè il generale
Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare
cogli avanzi dei fedeli nel Principato; fuga da un incendio in un
precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia
della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a
quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi,
batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’invasori una delle
chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio,
egli pure continuò la ritirata; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra
Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato
proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo
l’instancabile persecutore. Fu la sua rovina.
Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da
settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi
dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi
aggirato. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista
l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di
posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di
sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori,
era giunto in faccia al Ghio, quasi solo; ma non per questo pensò
d’indugiarsi. Ordinato a tutte le truppe che lo seguivano di convergere
tutte a marcia forzata per Tiriolo, appena ha sottomano l’avanguardia
della divisione del Cosenz, forte non più di millecinquecento uomini,
la spinge, ancora trafelata, sulla strada di Soveria-Manelli; fa calar
dalle alture le bande dello Stocco e intima al generale Ghio la resa.
Questi tenta guadagnar tempo e negoziare; ma gli fu accordata un’ora
sola, e dopo un’ora sola altri dodicimila uomini andavano sperperati
e disciolti in varie direzioni come quelli del Briganti, lasciando in
mano del fortunato Dittatore tutte le Calabrie.
E quel che era accaduto da San Giovanni a Cosenza, ripetevasi dovunque.
Non era una rivoluzione, era una grande diserzione. Il trono borbonico
non cadeva tanto per l’assalto de’ suoi nemici, quanto per l’abbandono
e l’infedeltà de’ suoi difensori. I soldati disertavano: i Generali
capitolavano: i cortigiani si nascondevano: i funzionari fuggivano: i
Napoletani non scacciavano il proprio Re, gli voltavano le spalle.