XXIX.

Dopo questo però il Comandante borbonico, sia che volesse riconoscere

più a fondo le forze e le posizioni dell’avversario; sia che sperasse

con un subitaneo assalto sorprenderlo e sgominarlo (ciò è ancora

controverso), deliberò di deviare per poco dalla via presa e di

attaccarlo nel giorno stesso, col grosso delle sue forze, nel centro

delle sue linee. Ma o ricognizione o attacco, nulla di quanto il Bosco

aveva premeditato gli riuscì. Assaliti quasi contemporaneamente dalla

destra e dal centro, nessuno dei posti garibaldini indietreggiò d’un

passo. Spiegatosi più furioso l’attacco contro la barricata della

strada di Coriolo, questa tenne fermo; accostatosi il nemico e venuto

l’istante della baionetta, la carica fu sì concorde, sì impetuosa,

che i Regi andarono cacciati colla punta alle reni fino al di là di

Coriolo, rischiando di perdere un cannone, che a stento salvarono. Il

Medici però non poteva illudersi; era evidente che il Bosco, qual che

fosse stato il suo scopo, non aveva impegnato che una parte delle sue

forze; e il giorno in cui le avesse spiegate tutte, il rischio poteva

esser grave. Telegrafò quindi al Comandante in capo il buon successo

del 17, ma insieme i pericoli da cui era minacciato.

Ed all’annunzio Garibaldi deliberò di partir immediatamente pel

campo. Fin dal 7 luglio, la terza spedizione del Cosenz, forte di

ben millecinquecento uomini, ben armata ed istrutta, era giunta a

Palermo e già incamminata per Messina; un altro battaglione, comandato

dall’inglese Dunn, grosso non più che di quattrocento uomini, stava

pronto alla partenza; il caso volle che proprio nella mattina del 18

quel battaglione, comandato da Clemente Corte, che era stato preso

dai Regi in mare e tradotto a Gaeta, ora liberato dalla tediosa

prigionía approdasse egli pure a Palermo; infine il 12 luglio il

capitano Anguissola, comandante della corvetta regia la Veloce,[101]

dando per il primo l’esempio della rivolta, conduceva al Dittatore

in Palermo il proprio legno e gliene faceva dedizione. Tutto sommato

pertanto, Garibaldi possedeva già un principio di marina da guerra, e

poteva portare al Medici un soccorso di circa duemila baionette, forza

straordinaria al paragone di quella con cui aveva vinto fino allora.

Lasciata quindi la prodittatura al general Sirtori; avvisata la

colonna del Cosenz di affrettare la marcia; presa seco sulla Veloce,

ribattezzata col nome di Tükery (quel prode Magiaro, morto nella presa

di Palermo), la gente del Dunn e del Corte, salpa il 18, mattina, per

Patti; colà preso terra, continua in vettura col Cosenz, che l’aveva

raggiunto, per Meri, dove arriva la sera del giorno stesso. Il suo

arrivo suonava battaglia, lo intesero e glielo fecero intendere colla

loro entusiastica accoglienza i volontari del Medici, e il presagio

s’avverò.

Spesa la giornata del 19 ad esplorare co’ suoi Luogotenenti le

posizioni del nemico, e ad attendere l’arrivo delle truppe in marcia,

decise per l’indomani l’attacco di Milazzo.

_Qu’est ce que c’est que Milazzo?_ chiedeva Napoleone I a suo fratello

Giuseppe, quando meditava egli pure una spedizione in Sicilia. Quel

che fosse allora esattamente, non sapremmo dire; quel che sia oggi,

eccolo. Milazzo sorge alla base d’un istmo sottile, congiunto alla

terra mediante tre strade principali, quella d’Archi e Spadafora

all’oriente, che lo allaccia a Messina; quella di San Pietro Meri

a mezzogiorno, e quella di Santa Marina Meri a occidente, che lo

annodano alla strada consolare di Barcellona, quindi all’interno

dell’Isola. La città, di circa diecimila abitanti, è cinta da vecchie

mura, costrutta in pendío e coronata alla sua estremità settentrionale

da un castello a due piani di fortilizi, capace di alcune migliaia

d’uomini e di parecchie batterie. Il terreno che lo circonda più arido

a levante, più ubertoso a ponente, è, in generale, basso, coperto,

privo d’orizzonte, intersecato da acque frequenti, frastagliato di case

e di molini, irretito, a dir così, entro una maglia di viottole che

corrono, nella parte coltivata, tra continue muraglie di giardini e di

vigneti, e nell’incolta tra folti canneti, che cessano soltanto dove

comincia la nuda e sabbiosa spiaggia del mare, detta di San Papino,

dominata da tutte le feritoie del Castello. Ora non è chi non veda

che siffatto terreno quanto è propizio a chi debba difenderlo di piè

fermo, altrettanto è avverso a chiunque tocchi traversarlo palmo a

palmo e conquistarlo di viva forza. Tuttavia Garibaldi confidò ancora

nel valore de’ suoi, nel suo genio e nella sua stella, e decise la

battaglia.

Semplicissimo come al solito, ma logico, chiaro, antiveggente il

disegno. Giustamente prevedendo che il Bosco avrebbe rivolto il maggior

suo sforzo contro la destra garibaldina, per tentare di sfondarla e

piombare sulla sua linea di ritirata; non che temerla, delibera di

invogliarlo a quella mossa; ma intanto che il nemico concentrerà il

grosso delle sue forze sulla sua sinistra, attaccarlo col maggior nerbo

della propria gente sulla destra e pel centro, camminando direttamente

su Milazzo. A tal uopo ordina che il Malenchini si porti, per la strada

di Santa Marina, contro la sinistra del nemico e appena scopertolo lo

assalti; commette al Medici e al Cosenz di avanzare col reggimento

Simonetta e il battaglione Gaeta per la strada di San Pietro,

spingendosi pel centro e per la destra contro la città; affida a

Niccola Fabrizi di occupare con un’improvvisata legione di Siciliani la

strada di Spadafora per antivenire una eventuale sortita del presidio

di Messina; delibera infine che il battaglione Dunn e la colonna

Cosenz, già partiti fino dall’alba da Patti, col battaglione Guerzoni,

lasciato a guardia di Meri, formino la riserva.

Alle 5 del mattino tutti furono in moto: alle 7, il Malenchini aveva

già aperto il fuoco presso San Papino; poco dopo anche il Medici

incontrava al di là di San Pietro il nemico; e il combattimento

s’accendeva su tutta la linea. Se non che il Bosco che, come Garibaldi

aveva preveduto, teneva in serbo il massimo delle sue forze sulla

sua sinistra, accoglie l’assalto del Malenchini con tale furia di

mitraglia, che il prode Colonnello, malgrado i più gagliardi sforzi per

contenere e riordinare le sue giovani milizie, è costretto a ripiegare

rotto e disordinato sulla strada di Meri. Ciò eccedeva il desiderio di

Garibaldi; egli voleva bensì impegnare in serio combattimento il nemico

da quel lato; ma non certo lasciarlo padrone del terreno, e molto meno

della sua linea di ritirata. Occorreva dunque riparare tostamente

all’inatteso rovescio, e lo soccorse ancora il suo prodigioso colpo

d’occhio. Ordinato al Cosenz di spingere il battaglione Dunn, arrivato

per fortuna in quel punto, in sostegno del Malenchini, si caccia egli

stesso, alla testa de’ Carabinieri genovesi e delle poche Guide, sul

fianco del nemico per arrestarne la foga irrompente. Ma i _bianchi_

del Dunn non sono in sulle prime più fortunati de’ _neri_ del

Malenchini:[102] chè uno squadrone di cavalli lanciato a tempo contro

di loro, li mette in rotta, sperdendoli fra i canneti e le siepi che

lungheggiano la via. In quel punto però Garibaldi co’ Carabinieri

riusciva sul fianco nemico, sicchè gli Usseri reduci dalla carica, poco

dianzi vittoriosa, si trovarono fra due fuochi in faccia a Garibaldi,

che intimava loro la resa. E accadde allora la famosa lotta a corpo

a corpo di Garibaldi, sceneggiata a penna ed a matita in tante guise

diverse; ma che sfrondata dalle frasche romanzesche avvenne veramente

così.[103]

Il generale Garibaldi era a piedi, in un campo di fichi d’India,

seguíto e attorniato dal Missori, dal capitano Statella dello

Stato Maggiore, da due o tre altre Guide e da qualche quadriglia di

Carabinieri appiattati qua e là dietro le siepi. All’arrivare della

cavalleria, quanti erano presso il Generale cercarono di coprirlo

del loro meglio; ma il Capitano borbonico galoppò direttamente su di

lui, e senza sospettare qual nemico gli stesse di fronte, gli menò

un terribile fendente, che l’avrebbe certamente tagliato in due se

Garibaldi, parando con maravigliosa agilità e freddezza e ribattendo

subito colpo con colpo, non avesse spaccato egli la testa del Capitano.

Intanto anche il resto della scorta non si era rimasta inerte: il

Missori con alcuni ben appuntati colpi di revolver rovesciava due o

tre cavalieri; lo Statella, rimasto poco dopo ferito, ne atterrava

un altro; i Carabinieri, le Guide si precipitarono per partecipare

alla zuffa; sicchè di tutto quel bello squadrone di Usseri pochissimi

rientrarono in Milazzo; la più parte rimasero sul terreno feriti o

prigionieri.

Questo episodio aveva arrestato l’irrompere del nemico sulla sinistra;

dal canto suo il Medici e il Cosenz, rinforzati da nuovi soccorsi,

guadagnavano a prezzo di preziosissime vite (pianta fra tutte la morte

del maggiore Filippo Migliavacca, uno dei prodi di Roma e di Varese)

nuovo terreno; ma la battaglia era tutt’altro che vinta. Il ponte del

Coriolo, gli sbocchi dei canneti, le case dei sobborghi erano ancora

in potere dei nemici; e non appariva chiaro nè con quante forze vi

stessero, nè con quali avrebbero potuto esserne sloggiati.

A quel punto Garibaldi divinava il segreto della vittoria. Indispettito

contro quelle bassure paludose e assiepate che gli impedivano di

vedere gli andamenti della giornata, andava cercando intorno a sè un

punto culminante d’onde dominare il campo; quando l’occhio gli cadde

sulle antenne del _Tükery_, che sbarcata la sua gente a Patti arrivava

per l’appunto nelle acque di Milazzo. Ora veder quel bastimento

e fabbricarvi sopra un intero stratagemma di guerra, fu un punto.

Raccomandata al Cosenz quell’ala della battaglia, si butta con pochi

aiutanti in una barca, voga fino al _Tükery_; salitovi, arrampica sulla

gabbia dell’albero maestro e di là scoperto finalmente tutto il teatro

della battaglia, scende, fa accostare il _Tükery_ a tiro di mitraglia,

e aspettato che una colonna sortisse di Milazzo per riassalire

la sua sinistra, la fulmina di fianco, l’arresta come tramortita

da quell’inatteso attacco, e la costringe poco dopo a rientrare

scompigliata in Milazzo.

Il colpo felice ridà tempo e lena ai Garibaldini; il Medici e il

Cosenz hanno riordinato le loro truppe e le preparano ad un nuovo

assalto. Garibaldi, fatto sbarcare dal _Tükery_ un manipolo d’armati,

probabilmente la scorta del bastimento, e mandatili a scaramucciare

sul lato settentrionale del forte, ridiscende egli stesso a terra

a rianimare il combattimento sulla sinistra; le ultime riserve sono

impegnate: il Guerzoni arriva al passo di corsa sul campo di battaglia;

un ultimo assalto quindi è ordinato; i canneti a sinistra, il ponte

di Coriolo di fronte, le case di destra, terribili strette, son tutte

superate: i Cacciatori del Bosco mandano fuori dai loro ripari un fuoco

infernale; le perdite degli assalitori sono numerose e dolorosissime;

il capitano Leardi morto; il Corte, lo Statella, il Martini, il Cosenz

stesso, feriti; ma il nemico è in fuga, la porta di Milazzo è presa; i

Garibaldini sono in Milazzo.

Però non è ancora la vittoria: la pianta della città è tale, che un

valido difensore ne può rendere esiziale il possesso. L’unica strada,

lunga, erta, tagliata a mezzo da una vasta caserma, che potrebbe

tener luogo d’un forte, mette, passando sotto un volto della caserma

stessa, al Castello che la domina, quindi la spazza a suo beneplacito.

Alcune compagnie risolute a difendersi in quella caserma, un fuoco

ben nutrito dal Castello, e una nuova battaglia diveniva inevitabile.

Fortunatamente il Bosco aveva già rinunciato a vincere. I difensori

della caserma, dopo alcune scariche, cercano riparo nel Castello;

i cannoni del forte non rallentano ancora, ma i Garibaldini con due

rapide corse si son già portati fuori del tiro; già investono, già

serrano il Castello da ogni parte, e prima del mezzogiorno piantano le

loro sentinelle a’ piedi delle sue mura.

La battaglia di Milazzo fu la più sanguinosa tra le combattute dalle

armi garibaldine nel Mezzogiorno. Degli assalitori sopra non più che

quattromila combattenti, settecento tra morti e feriti restarono sul

campo; più d’un sesto quindi della forza, proporzione enorme nelle

guerre moderne. I Regi invece si gloriarono di non aver perduto che

centosessantadue uomini sopra milleseicento: ridevole menzogna e

incauto vanto insieme! Menzogna ridevole, poichè a tutti è noto che il

solo Bosco condusse in Milazzo un cinquemila uomini; vanto incauto, più

degno di commiserazione che di plauso, poichè se così scarse furono le

perdite dei vinti, non ha più giustificazione l’abbandono, in men di

tre ore, di posizioni formidabili; e la sconfitta che potrebbe essere

giustificata dalla gravità dei danni patiti, non si spiega più se non

colla dappocaggine dei vinti.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 33 / 147 题