Frattanto il Medici aveva continuato la sua marcia; se non che giunto a
Termini e di là udito che il presidio di Messina muoveva su Barcellona
per guadagnarvi quell’importante postura e punire la città di non
sappiamo quale riotta liberale, delibera accelerare il passo nella
speranza di occupar Barcellona prima del nemico e di contrastargliela.
E così accadde. Il Medici, giunto a Barcellona quando appena la
vanguardia borbonica appariva a Milazzo, tolse a questa ogni voglia e
ragione di procedere oltre; talchè al Comandante garibaldino avanzarono
ancora alcuni giorni per dar riposo alle sue milizie e apparecchiar più
pensatamente le mosse ulteriori.
A mezza tappa da Barcellona, a poche miglia da Messina, sorge una
piccola terra detta Meri, che prende il nome dal torrentello dello
stesso nome, il quale calando da’ monti di Santa Lucia mette foce nel
mare. Il fiumiciattolo, asciutto molti mesi dell’anno, non oppone,
specialmente nell’estate, alcun ostacolo d’acque; ma per il suo letto
incassato, rotto e sassoso, e le ripe costeggiate da muraglie di orti
o da siepi di aloe, può far le veci in caso di estremo bisogno d’un
simulacro di difesa.
Oltre a ciò, di là da Meri correva dinanzi al villaggetto di Coriolo
un rio dello stesso nome che veniva a tracciare, meglio che a formare,
un’altra linea più avanzata, la quale avrebbe potuto aiutare non diremo
ad arrestare, ma a ritardare d’alcun poco un’aggressione nemica. In
questa posizione, la migliore che il terreno consentisse, decise
di appostarsi il Medici, e barricata la strada presso il Coriolo;
piantativi in batteria due pezzi d’artiglieria accattati a Barcellona;
colla destra a Santa Lucia; il centro e la sinistra lungo il Meri; gli
avamposti tra Coriolo e San Filippo, si tenne, scarso di forze com’era,
e conoscendo le soverchianti del nemico, nella più circospetta e
serrata difesa.
I Borbonici invece accennavano a voler ripigliare l’offesa, non a
dir vero per espresso comando del Governo napoletano, ma per occulta
volontà dello stesso Francesco II. Infatti a Napoli erano accaduti,
dal giorno della perdita di Palermo, alcune novità che importa
brevemente rammentare. Re Francesco, impaurito dal montar sordo della
rivoluzione, istigato da’ suoi consiglieri, o inetti o traditori,
aggirato dalla Diplomazia, pressato da’ suoi stessi parenti, aveva
finito col concedere una Costituzione, a cui nessuno, e primo di
tutti il largitore, credeva. Cedendo poi così ai consigli dei suoi
nuovi Ministri,[99] come agl’inviti capziosi del conte di Villamarina,
ministro di Sardegna e manipolatore in Napoli di tutte le trame del
conte di Cavour, s’era già indotto ad entrare in negoziati colla
Corte di Torino, accettando per base alle trattative l’abbandono della
Sicilia, se Garibaldi rinunciava ad invadere il Regno, l’alleanza col
Piemonte e l’accordo con lui nella politica nazionale. A quale poi
fra questi giuocatori di vantaggio, che di negoziatori leali avevan
perduto ogni titolo, s’aspetti il primato della mala fede, sarebbe
difficile il dire. Fra il conte di Cavour, che mentre negoziava con Re
Francesco cospirava a subornargli l’esercito e la flotta, armeggiando
contemporaneamente contro Garibaldi onde levargli di mano l’impresa,
e Liborio Romano, abbietto cittadino di Gand, che accettava il potere
dalle mani del suo Re per tradirlo più al sicuro; fra il generale
Nunziante, che oggi prometteva di farla finita col _Filibustiere_,
e dimani nell’ora del pericolo abbandonava la bandiera che l’aveva
fatto nobile e ricco, e non sapendo essere nè apertamente ribelle, nè
religiosamente fedele, cospirava ad involgere nella sua perfidia i suoi
antichi camerata,[100] e l’ammiraglio Persano che faceva l’assisa della
Marina italiana mezzana e complice di tutte codeste frodi e di codesti
mercati, la storia sarà incerta a cui dare la palma, ma certo l’ultima
fronda non toccherà a Francesco II. Anch’egli, ingannato da tutti,
sperava tutti ingannare; e mentre blandiva di promesse il popolo, gli
aizzava contro segretamente la sua Guardia del Corpo; mentre giurava
la Costituzione, sollecitava aiuti dall’Austria, dal Papa, dalla
Russia; infine, mentre inviava i suoi Ministri a Torino per trattare
dell’alleanza nazionale, e dicevasi pronto a rinunziare alla Sicilia,
eccitava, all’insaputa de’ suoi Ministri, i suoi Generali alla ripresa
dell’Isola e li soccorreva per questo di nuove armi ed armati.
Codesto suo desiderio sarebbe rimasto forse inadempiuto, se non avesse
trovato un fautore ardente, e un esecutore devoto ed intraprendente
nel colonnello Beneventano Del Bosco, che già incontrammo a Salemi, al
Parco, a Corleone; più vantatore forse che prode; ma certo uno degli
ufficiali più popolari dell’esercito borbonico, il quale, indettatosi
col Re, gli promise non solo di conservargli Milazzo, ma di passare sul
corpo del Medici alla riconquista di Palermo.
Sbarcato infatti da più giorni a Messina, e compostasi una colonna di
circa cinquemila uomini, fra i quali il suo ottavo Cacciatori, muoveva
di là alla volta di Milazzo; e lasciato un battaglione di custodia
alle importanti posizioni di Gesso, in sul mattino del 17 arrivava
col grosso presso Archi, a breve tratto dagli avamposti garibaldini.
Siccome però anche il Medici non era stato colle mani alla cintola, e
fin dal mattino aveva spedito una delle sue compagnie a riconoscere
al di là di Coriolo l’annunciato nemico, accadde che appunto presso
Archi l’avanguardia regia e gli esploratori garibaldini si scontrassero
e venissero alle mani. Il combattimento fu breve e di poco momento:
molto, come al solito, il numero de’ Borbonici; molto il valore de’
Garibaldini; ma nè da una parte nè dall’altra alcun decisivo vantaggio.