Il 21 passò in entrambi i campi a contarsi e riposare; il 22 apparvero
inaspettati nel porto di Milazzo, prima due grossi legni mercantili
francesi, poi un avviso da guerra, _La Muette_, della stessa bandiera,
i quali venivano, noleggiati dallo stesso Governo di Napoli, per
imbarcarsi le truppe del Bosco e trasportarle sul Continente. Quando
però seppero della giornata antecedente e videro il Bosco bloccato
nel suo forte, tre di quelle navi partirono, e solo il _Protis_ restò
per farsi mediatore, insieme al Capitano del Porto, d’un trattato di
resa. E i Comandanti delle due parti non si ricusarono al negoziare; ma
Garibaldi chiedeva la resa a discrezione, minacciando far saltare il
Bosco e la sua truppa dalle rupi del Castello; il Bosco pretendeva la
sortita libera coll’onore delle armi, preferendo, diceva, ad una resa
disonorata saltare in aria con una mina; talchè l’accordarsi, se le
parole dicevano il vero, pareva impossibile.
[Illustrazione: PIANO della BATTAGLIA DI MILAZZO]
Nella mattina del 23, altra e più grande sorpresa: quattro fregate
napoletane entravano nelle acque di Milazzo e si schieravano in
battaglia dinanzi alla città. A che venivano esse? Forse ad aiutare i
bloccati? Forse a ricominciare la lotta? Tale fu per alcuni istanti
il sospetto anche di Garibaldi; ma non andò guari che ogni cagione
d’allarme cessò. Quelle quattro navi venivano come quelle del giorno
precedente per imbarcare il presidio del Castello, e di più portavano
a bordo il colonnello di Stato Maggiore Anzani per trattare della
cessione del forte e di tutte le altre condizioni relative all’imbarco
ed alla resa.
Ora questo fatto, di cui occorrerà tra breve la spiegazione, vinse
tutte le incertezze. Il Bosco, da un lato, non aveva più nè motivo
nè diritto di ostinarsi in una difesa che il suo stesso Governo
non approvava; Garibaldi doveva benedire quelle quattro fregate che
venivano a liberarlo da un grande fastidio, se già non dovesse dirsi
da un serio pericolo; poichè se il Comandante borbonico resisteva,
prendere a forza di baionette, senza una sol bocca d’assedio, un
Castello cortinato e terrapienato, era cosa, anche a Garibaldi, più
facile a minacciarsi che a mantenersi.
Ne conseguì che la sera stessa del 23 i negoziati furono ripresi collo
stesso colonnello Anzani, e al mattino vegnente una Convenzione era già
sottoscritta, per la quale la truppa napoletana abbandonava il Castello
di Milazzo in armi e bagaglio e con tutti gli onori della guerra;
e il forte veniva consegnato al generale Garibaldi «con cannoni,
munizioni, attrezzi da guerra, cavalli, bardature degli stessi e tutti
gli accessorii appartenenti al forte, come all’atto della stipulazione
della Convenzione si trovavano.[104]»
E si badi che nessuno de’ cavalli, nemmeno quelli degli ufficiali,
molto meno quelli del colonnello Bosco, furono eccettuati. Che se
a taluno questa condizione a nemico patteggiato sembra insolita e
dura, eccone la spiegazione. Avendo i patriotti messinesi presentato
il colonnello Medici d’un superbo cavallo, il Bosco, fedele alla sua
indole millantatrice, s’era fatto sentire co’ donatori che tra poco
sarebbe rientrato in Messina proprio su quel cavallo da essi regalato
al suo compatito avversario. Ora come le sorti dell’armi posero il
colonnello Bosco tra i vinti, parve giusta rappresaglia ch’egli dovesse
cedere al vincitore precisamente quel medesimo onore ch’egli s’era
vantato di prendersi da lui, e che invece del Bosco sul cavallo del
Medici, i Messinesi dovessero salutare trionfante nella loro città il
Medici sul cavallo del Bosco.