Era sbarcato a Palermo, coll’ammiraglio Persano, Giuseppe La Farina.
Era partito per volontà sua, senza mandato positivo ed ufficiale,
in apparenza per osservare, studiare, portare il tributo della sua
opera e del suo nome; in realtà per mestare ed intrigare. Appena
giunto, cominciò a trovare tutto malfatto e spregevole: il Governo, la
negazione d’ogni governo; i Ministri, o ribaldi o inetti; Garibaldi
quasi uno scemo. Errori parecchi, lo dicemmo noi pure, erano stati
commessi; ma il La Farina, anzichè alleviarli coi consigli amichevoli
e leali, coll’aspra e superba censura li ribadiva e peggiorava.
Ostentando l’amicizia del conte di Cavour, atteggiandosi a suo unico
interprete e rappresentante, anticipava in Sicilia lo scoppio di
dissidii partigiani, che ancora non erano nati. Stimando panacea
a tutti i mali la subita convocazione d’un’Assemblea siciliana che
votasse a precipizio l’annessione dell’Isola alla Monarchia di Vittorio
Emanuele, non adoperava nella predicazione di questo suo concetto, per
tanti rispetti disputabile, alcuna cautela e misura. Fattosi centro
d’una camarilla di nobili e di dottrinari, impazienti di porsi in
tutela d’una Monarchia, e più pensosi certamente, in quel momento, del
trionfo della lor parte che della redenzione d’Italia e della salute
dell’Isola loro, in luogo di dar loro consigli di tolleranza e di
prudenza, li pungolava, li aizzava, prestava la mano a tutte le mène
o occulte o palesi, colle quali essi tentavano isolare il Dittatore da
tutti i suoi amici, e renderlo stromento de’ loro disegni.
Il Crispi, vuoi per la naturale asprezza dell’indole sua, vuoi per
l’infelice genía di persone di cui aveva inondati i pubblici uffici,
vuoi per la politica fin troppo rigidamente unitaria con cui sfatava
le speranze e rompeva le trame dei regionali, partito antico e sempre
potente nell’Isola, era infatti divenuto inviso a moltissimi e quasi
impopolare. Però non tardò il giorno in cui i Palermitani, soffiando
il La Farina, ne chiesero il congedo al Dittatore. Questi in sulle
prime riluttò, repugnandogli giustamente di staccarsi da colui ch’egli
reputava uno de’ più energici fattori della spedizione di Sicilia, e
nella questione suprema della redenzione ed unità nazionale sapeva fido
interprete ed esecutore delle sue più care idee. Tuttavia, per amor di
concordia, s’era alla fine rassegnato a togliere a lui ed ai principali
suoi compagni il portafoglio, eleggendo in lor vece un nuovo Ministero
d’uomini creduti o neutrali o conciliativi, e sui quali per la dignità
del nome e del carattere primeggiava il marchese di Torrearsa. Se
non che, indi a pochi giorni avendo anche il Torrearsa rassegnato
l’ufficio, questo passò subito al barone Natoli, probo Siciliano,
appena tornato dall’esilio, ma amicissimo del La Farina. Poteva questi
esserne soddisfatto; ma poichè Garibaldi, perdurando a confidare nel
Crispi, l’aveva nominato Segretario della Dittatura, ecco riscoppiare
anche più accese le ire del La Farina, cagione d’altre agitazioni e
di nuove trame. A sentirlo, il Crispi era la rovina della Sicilia;
imminente lo scoppio della collera popolare; fra una settimana, fra
quindici giorni al più, certa la caduta della Dittatura e la fine di
Garibaldi.[94]
Indarno parlava per questi la fedeltà da lui tenuta fino a quel giorno
al programma di Marsala; indarno la ragione categorica che, proclamando
subito l’annessione, il moto fino allora felicemente avviato arenava e
l’Italia, a cui un varco sì insperato s’era dischiuso, veniva arrestata
nuovamente al Faro; indarno, infine, lo stesso conte di Cavour faceva
raccomandare al La Farina di non affrettarsi ad agire «e di aver
pazienza, dovendosi ad ogni costo evitare urti col Generale:[95]» il
fervente emissario non sapeva nè avere nè dar pace, fin che venne il
giorno in cui Garibaldi, stanco di quel fanatico cadutogli fra i piedi,
perduta la pazienza, lo sfrattò dalla Sicilia in 24 ore.
Nè la piena giustizia del bando potrà essere contrastata. Il La Farina
non era più che un cospiratore arrabbiato e pericoloso, e il governo
nascente d’un paese in guerra non lo avrebbe potuto soffrire più a
lungo senza mettere a repentaglio la salvezza dello Stato, di cui gli
era stata commessa la Dittatura. Ma se la pena era meritata, il modo
aveva offeso. I confini della incolpata tutela erano stati inutilmente
violati; le dure necessità della guerra con un brutale oltraggio
superfluamente inasprite.
L’articolo del Giornale Ufficiale di Palermo, col quale il bando del La
Farina era annunciato assieme a quello di due spioni côrsi,[96] fu una
selvaggia rappresaglia, un lusso grossolano di durezza, che Garibaldi
non doveva permettere se lo conosceva prima, e conosciutolo dopo doveva
sconfessare e punire.[97]
Ciò detto, però, il torto del La Farina non cessa d’essere
inescusabile; e chiunque abbia scorso quel suo triste _Epistolario_, in
cui gli atti ed i pensieri del suo soggiorno in Sicilia sono riflessi
come in uno specchio, potrà farne testimonianza. Volere l’annessione
della Sicilia prima della sua compiuta liberazione, era un’insania;
volerla quando da due mesi non v’era atto o parola di Garibaldi che
non bandisse, affermasse, glorificasse il nome di Vittorio Emanuele,
era ingiuriosa diffidenza e grossa gratitudine che conchiudeva alla
peggiore delle politiche. La poteva giustificare un argomento solo:
che l’Isola fosse in piena anarchia; ma quest’anarchia non era che
un sogno del La Farina. La confusione era più alla superficie che
al fondo; nessun arbitrio scandaloso, nessuna discordia pubblica era
accaduta, e il prestigio del nome di Garibaldi era ancora sì grande,
che bastava esso solo, come in quei primi mesi bastò, a tener luogo
di governo e di leggi. Lo stesso conte di Cavour, che pure ingannato
dalle amplificazioni lafariniane non vedeva dapprincipio altra salute
che nell’annessione immediata, aveva finito per non reputarla più
così urgente e necessaria come da prima aveva stimato, e il 30 giugno
scriveva esplicitamente al Persano che, «se il generale Garibaldi
non vuole l’annessione immediata, sia lasciato libero di agire a
suo talento.[98]» Il La Farina adunque non poteva dirsi nemmeno
l’interprete fedele del pensiero del suo alto committente; egli lo
esagerava, lo svisava, e dicasi pure per innocente zelo, da segnacolo
di concordia che doveva essere, ne faceva un’arme di guerra, un tizzone
di discordia, un lievito di partiti; rischiando egli per il primo di
ritardare o guastare quell’unione, che tutti, e prima d’ogni altro
Garibaldi, fermamente volevano.