XXVII.

Era sbarcato a Palermo, coll’ammiraglio Persano, Giuseppe La Farina.

Era partito per volontà sua, senza mandato positivo ed ufficiale,

in apparenza per osservare, studiare, portare il tributo della sua

opera e del suo nome; in realtà per mestare ed intrigare. Appena

giunto, cominciò a trovare tutto malfatto e spregevole: il Governo, la

negazione d’ogni governo; i Ministri, o ribaldi o inetti; Garibaldi

quasi uno scemo. Errori parecchi, lo dicemmo noi pure, erano stati

commessi; ma il La Farina, anzichè alleviarli coi consigli amichevoli

e leali, coll’aspra e superba censura li ribadiva e peggiorava.

Ostentando l’amicizia del conte di Cavour, atteggiandosi a suo unico

interprete e rappresentante, anticipava in Sicilia lo scoppio di

dissidii partigiani, che ancora non erano nati. Stimando panacea

a tutti i mali la subita convocazione d’un’Assemblea siciliana che

votasse a precipizio l’annessione dell’Isola alla Monarchia di Vittorio

Emanuele, non adoperava nella predicazione di questo suo concetto, per

tanti rispetti disputabile, alcuna cautela e misura. Fattosi centro

d’una camarilla di nobili e di dottrinari, impazienti di porsi in

tutela d’una Monarchia, e più pensosi certamente, in quel momento, del

trionfo della lor parte che della redenzione d’Italia e della salute

dell’Isola loro, in luogo di dar loro consigli di tolleranza e di

prudenza, li pungolava, li aizzava, prestava la mano a tutte le mène

o occulte o palesi, colle quali essi tentavano isolare il Dittatore da

tutti i suoi amici, e renderlo stromento de’ loro disegni.

Il Crispi, vuoi per la naturale asprezza dell’indole sua, vuoi per

l’infelice genía di persone di cui aveva inondati i pubblici uffici,

vuoi per la politica fin troppo rigidamente unitaria con cui sfatava

le speranze e rompeva le trame dei regionali, partito antico e sempre

potente nell’Isola, era infatti divenuto inviso a moltissimi e quasi

impopolare. Però non tardò il giorno in cui i Palermitani, soffiando

il La Farina, ne chiesero il congedo al Dittatore. Questi in sulle

prime riluttò, repugnandogli giustamente di staccarsi da colui ch’egli

reputava uno de’ più energici fattori della spedizione di Sicilia, e

nella questione suprema della redenzione ed unità nazionale sapeva fido

interprete ed esecutore delle sue più care idee. Tuttavia, per amor di

concordia, s’era alla fine rassegnato a togliere a lui ed ai principali

suoi compagni il portafoglio, eleggendo in lor vece un nuovo Ministero

d’uomini creduti o neutrali o conciliativi, e sui quali per la dignità

del nome e del carattere primeggiava il marchese di Torrearsa. Se

non che, indi a pochi giorni avendo anche il Torrearsa rassegnato

l’ufficio, questo passò subito al barone Natoli, probo Siciliano,

appena tornato dall’esilio, ma amicissimo del La Farina. Poteva questi

esserne soddisfatto; ma poichè Garibaldi, perdurando a confidare nel

Crispi, l’aveva nominato Segretario della Dittatura, ecco riscoppiare

anche più accese le ire del La Farina, cagione d’altre agitazioni e

di nuove trame. A sentirlo, il Crispi era la rovina della Sicilia;

imminente lo scoppio della collera popolare; fra una settimana, fra

quindici giorni al più, certa la caduta della Dittatura e la fine di

Garibaldi.[94]

Indarno parlava per questi la fedeltà da lui tenuta fino a quel giorno

al programma di Marsala; indarno la ragione categorica che, proclamando

subito l’annessione, il moto fino allora felicemente avviato arenava e

l’Italia, a cui un varco sì insperato s’era dischiuso, veniva arrestata

nuovamente al Faro; indarno, infine, lo stesso conte di Cavour faceva

raccomandare al La Farina di non affrettarsi ad agire «e di aver

pazienza, dovendosi ad ogni costo evitare urti col Generale:[95]» il

fervente emissario non sapeva nè avere nè dar pace, fin che venne il

giorno in cui Garibaldi, stanco di quel fanatico cadutogli fra i piedi,

perduta la pazienza, lo sfrattò dalla Sicilia in 24 ore.

Nè la piena giustizia del bando potrà essere contrastata. Il La Farina

non era più che un cospiratore arrabbiato e pericoloso, e il governo

nascente d’un paese in guerra non lo avrebbe potuto soffrire più a

lungo senza mettere a repentaglio la salvezza dello Stato, di cui gli

era stata commessa la Dittatura. Ma se la pena era meritata, il modo

aveva offeso. I confini della incolpata tutela erano stati inutilmente

violati; le dure necessità della guerra con un brutale oltraggio

superfluamente inasprite.

L’articolo del Giornale Ufficiale di Palermo, col quale il bando del La

Farina era annunciato assieme a quello di due spioni côrsi,[96] fu una

selvaggia rappresaglia, un lusso grossolano di durezza, che Garibaldi

non doveva permettere se lo conosceva prima, e conosciutolo dopo doveva

sconfessare e punire.[97]

Ciò detto, però, il torto del La Farina non cessa d’essere

inescusabile; e chiunque abbia scorso quel suo triste _Epistolario_, in

cui gli atti ed i pensieri del suo soggiorno in Sicilia sono riflessi

come in uno specchio, potrà farne testimonianza. Volere l’annessione

della Sicilia prima della sua compiuta liberazione, era un’insania;

volerla quando da due mesi non v’era atto o parola di Garibaldi che

non bandisse, affermasse, glorificasse il nome di Vittorio Emanuele,

era ingiuriosa diffidenza e grossa gratitudine che conchiudeva alla

peggiore delle politiche. La poteva giustificare un argomento solo:

che l’Isola fosse in piena anarchia; ma quest’anarchia non era che

un sogno del La Farina. La confusione era più alla superficie che

al fondo; nessun arbitrio scandaloso, nessuna discordia pubblica era

accaduta, e il prestigio del nome di Garibaldi era ancora sì grande,

che bastava esso solo, come in quei primi mesi bastò, a tener luogo

di governo e di leggi. Lo stesso conte di Cavour, che pure ingannato

dalle amplificazioni lafariniane non vedeva dapprincipio altra salute

che nell’annessione immediata, aveva finito per non reputarla più

così urgente e necessaria come da prima aveva stimato, e il 30 giugno

scriveva esplicitamente al Persano che, «se il generale Garibaldi

non vuole l’annessione immediata, sia lasciato libero di agire a

suo talento.[98]» Il La Farina adunque non poteva dirsi nemmeno

l’interprete fedele del pensiero del suo alto committente; egli lo

esagerava, lo svisava, e dicasi pure per innocente zelo, da segnacolo

di concordia che doveva essere, ne faceva un’arme di guerra, un tizzone

di discordia, un lievito di partiti; rischiando egli per il primo di

ritardare o guastare quell’unione, che tutti, e prima d’ogni altro

Garibaldi, fermamente volevano.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 31 / 147 题