XXV.

Certo ben pochi di questi Decreti passeranno alla posterità come

esemplari di sapienza politica o legislativa. Quello che richiamava in

ufficio i proscritti del 48, ridesta alla memoria la follía di Vittorio

Emanuele I di Sardegna, il quale, ristaurato ne’ suoi Stati, si pensò

bastasse ripubblicare l’_Almanacco reale del 1815_ per riavere tutta

la sua vecchia magistratura. La istituzione dei tribunali speciali

era un’offesa alla giustizia della libertà rinascente; l’abolizione

tumultuaria del macinato e d’ogni altra gabella fruttuosa era, per

non dirne peggio, una solenne imprudenza; ma per quanto severa voglia

essere la storia, essa finirà coll’ascoltare le molte circostanze

attenuanti, e conchiuderà con una mite sentenza. Non si dimentichi che

la Dittatura era uscita dal seno d’una rivoluzione; che il Governo,

privo della consacrazione del tempo e della tradizione, era costretto

a cercare il suo principal fondamento sulla popolarità; che infine il

paese, inasprito da lunghi dolori, era avido di novità e di riforme,

le quali era assai dubbio fino a qual punto fosse saggio il concedere

o il rifiutare. Oltre a ciò, nulla di quanto il Governo borbonico

lasciava dietro di sè poteva più essere conservato. Magistrati, leggi,

consuetudini, tutto era fradicio, e tutto conveniva spazzar via e

rinnovare: impresa ardua in tempi calmi anco ai più esperti, ma che

ad uomini cresciuti fino allora o nei sogni delle congiure, o nelle

speculazioni della dottrina, e affatto nuovi alla pratica dei governi,

doveva riuscire difficilissima e quasi invincibile.

Ma nè la loro apologia, nè la loro censura è dell’ufficio nostro. A

noi si aspetta soltanto giudicar anche in questo l’opera di Garibaldi;

e ne pare che il giudizio si riassuma in queste parole: egli nulla

ne intendeva, nè poteva intenderne. Nè la vita del mare, nè quella

de’ campi, nè la tebaide di Caprera, nè gli esempi di Bento Gonzales,

del Ribera e dell’Oribe, l’avevano per fermo preparato ad essere un

reggitore di Stati. Qual fosse per lui l’ideale più eccelso delle

società umane, noi lo sappiamo: lo stato di natura; epperò anche il

governo patriarcale era il più perfetto modello di governo, cui egli

sapesse aspirare. Finanze, polizia, imposte, tribunali, congegni

amministrativi, erano per lui meccanismi artificiali, superfetazioni

oppressive, inventate dalla nequizia o dall’astuzia umana, delle quali,

potendo, avrebbe fatto tavola rasa; non potendolo, si rassegnava a

subirle, ma in cuor suo sprezzandole ed abborrendole. Ora con queste

idee pel capo, non solo non si governano gli Stati, ma si resta inetti

a discernere chi possa meglio governarli per voi; e fu questa la

sorte di Garibaldi. Creato dalla meritata fortuna Dittatore di nove

milioni d’uomini, egli non sarà mai in effetto che un regolo dimidiato,

metà genio, metà automa: nel campo di battaglia sovrano possente ed

invincibile; nella corte, nel foro, nel reggimento civile, pupillo e

stromento di chi lo attorniava e consigliava. E però ognuno di que’

Decreti che egli aveva già firmati o firmerà, portava a’ piedi il

suo nome; ma il suo spirito poteva dirsene assente e la sua coscienza

irresponsabile. Nè ciò fa la sua lode; aggiunge solo un chiaroscuro

caratteristico alla sua figura. Una cosa sola egli vide, e ben chiara,

nella sua Dittatura, dallo sbarco a Marsala all’arrivo in Napoli:

differire l’annessione del Regno alla Monarchia di Vittorio Emanuele

fino a che la rivoluzione, che doveva gettare le prime basi all’unità

dell’Italia, non fosse compiuta. E ciò chiarirà meglio chi non voglia

stancarsi di leggere queste pagine.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 29 / 147 题