Certo ben pochi di questi Decreti passeranno alla posterità come
esemplari di sapienza politica o legislativa. Quello che richiamava in
ufficio i proscritti del 48, ridesta alla memoria la follía di Vittorio
Emanuele I di Sardegna, il quale, ristaurato ne’ suoi Stati, si pensò
bastasse ripubblicare l’_Almanacco reale del 1815_ per riavere tutta
la sua vecchia magistratura. La istituzione dei tribunali speciali
era un’offesa alla giustizia della libertà rinascente; l’abolizione
tumultuaria del macinato e d’ogni altra gabella fruttuosa era, per
non dirne peggio, una solenne imprudenza; ma per quanto severa voglia
essere la storia, essa finirà coll’ascoltare le molte circostanze
attenuanti, e conchiuderà con una mite sentenza. Non si dimentichi che
la Dittatura era uscita dal seno d’una rivoluzione; che il Governo,
privo della consacrazione del tempo e della tradizione, era costretto
a cercare il suo principal fondamento sulla popolarità; che infine il
paese, inasprito da lunghi dolori, era avido di novità e di riforme,
le quali era assai dubbio fino a qual punto fosse saggio il concedere
o il rifiutare. Oltre a ciò, nulla di quanto il Governo borbonico
lasciava dietro di sè poteva più essere conservato. Magistrati, leggi,
consuetudini, tutto era fradicio, e tutto conveniva spazzar via e
rinnovare: impresa ardua in tempi calmi anco ai più esperti, ma che
ad uomini cresciuti fino allora o nei sogni delle congiure, o nelle
speculazioni della dottrina, e affatto nuovi alla pratica dei governi,
doveva riuscire difficilissima e quasi invincibile.
Ma nè la loro apologia, nè la loro censura è dell’ufficio nostro. A
noi si aspetta soltanto giudicar anche in questo l’opera di Garibaldi;
e ne pare che il giudizio si riassuma in queste parole: egli nulla
ne intendeva, nè poteva intenderne. Nè la vita del mare, nè quella
de’ campi, nè la tebaide di Caprera, nè gli esempi di Bento Gonzales,
del Ribera e dell’Oribe, l’avevano per fermo preparato ad essere un
reggitore di Stati. Qual fosse per lui l’ideale più eccelso delle
società umane, noi lo sappiamo: lo stato di natura; epperò anche il
governo patriarcale era il più perfetto modello di governo, cui egli
sapesse aspirare. Finanze, polizia, imposte, tribunali, congegni
amministrativi, erano per lui meccanismi artificiali, superfetazioni
oppressive, inventate dalla nequizia o dall’astuzia umana, delle quali,
potendo, avrebbe fatto tavola rasa; non potendolo, si rassegnava a
subirle, ma in cuor suo sprezzandole ed abborrendole. Ora con queste
idee pel capo, non solo non si governano gli Stati, ma si resta inetti
a discernere chi possa meglio governarli per voi; e fu questa la
sorte di Garibaldi. Creato dalla meritata fortuna Dittatore di nove
milioni d’uomini, egli non sarà mai in effetto che un regolo dimidiato,
metà genio, metà automa: nel campo di battaglia sovrano possente ed
invincibile; nella corte, nel foro, nel reggimento civile, pupillo e
stromento di chi lo attorniava e consigliava. E però ognuno di que’
Decreti che egli aveva già firmati o firmerà, portava a’ piedi il
suo nome; ma il suo spirito poteva dirsene assente e la sua coscienza
irresponsabile. Nè ciò fa la sua lode; aggiunge solo un chiaroscuro
caratteristico alla sua figura. Una cosa sola egli vide, e ben chiara,
nella sua Dittatura, dallo sbarco a Marsala all’arrivo in Napoli:
differire l’annessione del Regno alla Monarchia di Vittorio Emanuele
fino a che la rivoluzione, che doveva gettare le prime basi all’unità
dell’Italia, non fosse compiuta. E ciò chiarirà meglio chi non voglia
stancarsi di leggere queste pagine.