La nuova dell’entrata di Garibaldi nella capitale aveva precipitata la
sollevazione di tutta l’Isola. Le principali città, quali senza grave
sforzo, come Trapani, Girgenti, Noto, Caltanissetta, Modica, Sciacca,
Mazzara; quali dopo aspra lotta di popolo e fiero martirio di saccheggi
e di stragi, come Catania, s’erano vendicate in libertà; e di tutta la
Sicilia al mattino del 7 giugno non restava più in mano del Borbone che
Messina e le cittadelle di Milazzo, Augusta e Siracusa.
In Palermo frattanto lo sgombero dei Regi era cominciato e l’aspetto
della città si rasserenava. All’ansietà angosciosa della lotta
succedeva d’ora in ora il respiro più libero e il moto festivo e
chiassoso della vittoria. La gente, come suole accadere ne’ giorni
di pubblici commovimenti, viveva più nelle strade che nelle case;
le grida, gli assembramenti, le manifestazioni rinascenti per ogni
nonnulla non posavano ancora; il variopinto brulicame delle squadre,
delle camicie rosse, dei frati in coccarda e cartucciera, dei preti in
piuma ed archibugio, continuava tuttavia a mascherare d’una tal quale
veste quarantottesca la città; ma intanto le barricate si sfacevano,
le rovine degl’incendi si sgomberavano, ai morti tratti dalle macerie
si dava onorata sepoltura, ai feriti ricoverati nelle case o negli
ospedali si apprestavano cure più ordinate e più sollecite; migliaia di
mani lavoravano ad ammannire vesti, scarpe, cartuccie; tutto dimostrava
che Palermo respirava a polmoni dilatati la nuova aura di libertà, e
guardava con serena fede all’avvenire.
Al tempo stesso il Dittatore provvedeva del suo meglio, come le
opportunità consentivano e i suoi Ministri sapevano suggerire, alle
più urgenti necessità dello stato novello. Volgendo il primo pensiero
ai morti per la patria, decretava ricoveri e pensioni alle loro vedove
e ai loro orfani; rivolgendo il secondo all’imperioso problema della
forza, si rassegnava a riporre in fondo al cuore la sua bella utopia
della leva in massa, ma consentiva tosto all’Orsini una leva più
limitata di quarantamila uomini: beato ancora se tutti accorressero!
Frattanto congedava con parole affettuose le squadre divenute più un
ingombro che un aiuto, ma invitava ancora una volta quanti Siciliani
fosser disposti a restar nell’armi, a prender ferma regolare nei quadri
de’ suoi Mille coi quali pensava di formare due brigate, destinate a
percorrere l’Isola per impiantarvi il Governo nazionale, reclutar nuova
gente e far atto di signoria.
Non meno importanti, se non tutte ugualmente saggie, erano le
provvisioni che i suoi Ministri gli _facevano firmare_ (ogni altra
parola sarebbe impropria) per l’ordinamento politico e amministrativo.
Il Crispi ceduto il portafoglio delle finanze a Domenico Peranni, e
tenutosi per sè l’Interno e la Segreteria della Dittatura, divideva
l’Isola in ventiquattro Distretti, ponendo a capo di ciascuno un
Governatore; intraprendeva l’organizzazione della Polizia e della
Pubblica Sicurezza con questori, delegati, milizie a cavallo; tentava
ricostruire le vecchie Municipalità, restaurando in carica i deposti
o gli sbanditi del 1848; commetteva il giudizio de’ reati comuni a
Commissioni speciali, parte civili e parte militari. Dal canto suo
l’Ugdulena otteneva dal Dittatore lo scioglimento delle compagnie de’
Gesuiti e de’ Liguorini;[90] il Peranni, l’abolizione del macinato,
dei dazi d’entrata sui cereali, e di qualunque altra gabella decretata
dal Governo borbonico dopo il 15 maggio 1849; indi l’assegnamento d’una
quota sui beni pubblici dei Comuni ai soldati della patria e il divieto
di pagare qualsiasi tassa al Governo caduto, e l’obbligo di versarle
tutte nelle casse del nuovo. Di quando in quando in mezzo a questi
decreti di scopo politico e finanziario, parti esclusivi della mente
dei Ministri, ai quali Garibaldi non faceva che apporre il suo nome, ne
compariva qualcuno di veramente pensato e voluto da lui, che portava
manifestamente l’impronta del suo animo generoso e delle sue idee
filantropiche, e che si poteva dire, senza tema di fallire, tutto suo.
Ora aboliva il titolo di _eccellenza_, e l’usanza del baciamano,
vergognose reliquie della servitù; ora si volgeva «al bello e gentile
sesso di Palermo,» perchè soccorresse della sua carità l’Ospizio dei
lattanti e degli orfani di Palermo, «dove novanta su cento lattanti
perivano di fame;[91]» ora infine decretava la demolizione del forte
di Castellamare, «conservando soltanto le batterie che difendono il
porto e battono la rada;» alla qual’opera si videro accorrere, per più
giorni, uomini, donne, nobili, plebei, laici, frati, il popolo intero,
lieto di offrire quel tributo, quasi direste quella giornata di fatica
servile alla patria tornata signora.[92]