XXIV.

La nuova dell’entrata di Garibaldi nella capitale aveva precipitata la

sollevazione di tutta l’Isola. Le principali città, quali senza grave

sforzo, come Trapani, Girgenti, Noto, Caltanissetta, Modica, Sciacca,

Mazzara; quali dopo aspra lotta di popolo e fiero martirio di saccheggi

e di stragi, come Catania, s’erano vendicate in libertà; e di tutta la

Sicilia al mattino del 7 giugno non restava più in mano del Borbone che

Messina e le cittadelle di Milazzo, Augusta e Siracusa.

In Palermo frattanto lo sgombero dei Regi era cominciato e l’aspetto

della città si rasserenava. All’ansietà angosciosa della lotta

succedeva d’ora in ora il respiro più libero e il moto festivo e

chiassoso della vittoria. La gente, come suole accadere ne’ giorni

di pubblici commovimenti, viveva più nelle strade che nelle case;

le grida, gli assembramenti, le manifestazioni rinascenti per ogni

nonnulla non posavano ancora; il variopinto brulicame delle squadre,

delle camicie rosse, dei frati in coccarda e cartucciera, dei preti in

piuma ed archibugio, continuava tuttavia a mascherare d’una tal quale

veste quarantottesca la città; ma intanto le barricate si sfacevano,

le rovine degl’incendi si sgomberavano, ai morti tratti dalle macerie

si dava onorata sepoltura, ai feriti ricoverati nelle case o negli

ospedali si apprestavano cure più ordinate e più sollecite; migliaia di

mani lavoravano ad ammannire vesti, scarpe, cartuccie; tutto dimostrava

che Palermo respirava a polmoni dilatati la nuova aura di libertà, e

guardava con serena fede all’avvenire.

Al tempo stesso il Dittatore provvedeva del suo meglio, come le

opportunità consentivano e i suoi Ministri sapevano suggerire, alle

più urgenti necessità dello stato novello. Volgendo il primo pensiero

ai morti per la patria, decretava ricoveri e pensioni alle loro vedove

e ai loro orfani; rivolgendo il secondo all’imperioso problema della

forza, si rassegnava a riporre in fondo al cuore la sua bella utopia

della leva in massa, ma consentiva tosto all’Orsini una leva più

limitata di quarantamila uomini: beato ancora se tutti accorressero!

Frattanto congedava con parole affettuose le squadre divenute più un

ingombro che un aiuto, ma invitava ancora una volta quanti Siciliani

fosser disposti a restar nell’armi, a prender ferma regolare nei quadri

de’ suoi Mille coi quali pensava di formare due brigate, destinate a

percorrere l’Isola per impiantarvi il Governo nazionale, reclutar nuova

gente e far atto di signoria.

Non meno importanti, se non tutte ugualmente saggie, erano le

provvisioni che i suoi Ministri gli _facevano firmare_ (ogni altra

parola sarebbe impropria) per l’ordinamento politico e amministrativo.

Il Crispi ceduto il portafoglio delle finanze a Domenico Peranni, e

tenutosi per sè l’Interno e la Segreteria della Dittatura, divideva

l’Isola in ventiquattro Distretti, ponendo a capo di ciascuno un

Governatore; intraprendeva l’organizzazione della Polizia e della

Pubblica Sicurezza con questori, delegati, milizie a cavallo; tentava

ricostruire le vecchie Municipalità, restaurando in carica i deposti

o gli sbanditi del 1848; commetteva il giudizio de’ reati comuni a

Commissioni speciali, parte civili e parte militari. Dal canto suo

l’Ugdulena otteneva dal Dittatore lo scioglimento delle compagnie de’

Gesuiti e de’ Liguorini;[90] il Peranni, l’abolizione del macinato,

dei dazi d’entrata sui cereali, e di qualunque altra gabella decretata

dal Governo borbonico dopo il 15 maggio 1849; indi l’assegnamento d’una

quota sui beni pubblici dei Comuni ai soldati della patria e il divieto

di pagare qualsiasi tassa al Governo caduto, e l’obbligo di versarle

tutte nelle casse del nuovo. Di quando in quando in mezzo a questi

decreti di scopo politico e finanziario, parti esclusivi della mente

dei Ministri, ai quali Garibaldi non faceva che apporre il suo nome, ne

compariva qualcuno di veramente pensato e voluto da lui, che portava

manifestamente l’impronta del suo animo generoso e delle sue idee

filantropiche, e che si poteva dire, senza tema di fallire, tutto suo.

Ora aboliva il titolo di _eccellenza_, e l’usanza del baciamano,

vergognose reliquie della servitù; ora si volgeva «al bello e gentile

sesso di Palermo,» perchè soccorresse della sua carità l’Ospizio dei

lattanti e degli orfani di Palermo, «dove novanta su cento lattanti

perivano di fame;[91]» ora infine decretava la demolizione del forte

di Castellamare, «conservando soltanto le batterie che difendono il

porto e battono la rada;» alla qual’opera si videro accorrere, per più

giorni, uomini, donne, nobili, plebei, laici, frati, il popolo intero,

lieto di offrire quel tributo, quasi direste quella giornata di fatica

servile alla patria tornata signora.[92]

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 28 / 147 题