XXIII.

Se non che verso le 10 antimeridiane dello stesso giorno (30 maggio),

dopo cioè che Garibaldi ebbe mandato a tutti i suoi posti l’ordine di

cessare da ogni ostilità, un inatteso avvenimento rischiava di mettere

in forse con un sol colpo tutta la conquistata fortuna. La colonna

di Von Meckel e del Bosco, in maggior parte composta di Bavaresi,

dopo aver per tre giorni perseguíto vanamente l’Orsini (il quale,

inchiodati i cannoni e bruciati gli affusti, era riuscito a scamparla,

sperdendosi per le campagne al di là di Giuliana), quella colonna,

dicevamo, risaputa alla fine la notizia[76] che quel Garibaldi, da essi

sognato fuggiasco sulla strada di Corleone, accampava già in Palermo,

era tornata quanto più veloce aveva potuto sui suoi passi, e appunto

la mattina del 30 maggio compariva innanzi a Porta Termini[77] e ne

assaliva la barricata che la custodiva. Le squadre di guardia al posto

ributtarono, com’era debito loro, l’inatteso nemico; questi incalzò più

risoluto che mai, e la fucilata si accese vivacissima da ambe le parti.

Indarno il luogotenente Wilmot, _ufficiale di bandiera_ dell’ammiraglio

Mundy, che per caso di là passava diretto al Castro Pretorio,

sventolava il suo bianco fazzoletto e gridava agli assalitori: una

tregua essere pattuita; fedifrago l’assalto; doverosa la ritirata; que’

Bavaresi, o avessero meditato un’insidia o la temessero, non vollero

intendere ragione. Allora il combattimento si accanì più che mai: e a

chi contava il numero soverchiante degli aggressori non era difficile

prevederne il risultato. I Picciotti resistevano del loro meglio; una

compagnia de’ Mille, guidata dall’intrepido Carini, tratteneva ancora

per alcuni istanti quella piena irrompente; ma ferito gravemente

ad un braccio lo stesso Carini, caduti molti de’ suoi, crescente

l’irruzione nemica, la barricata sarebbe stata certamente perduta e

la via aperta fino a Fiera Vecchia, se la fortuna non avesse voluto

che presso il generale Garibaldi stesse in quel momento, inviato dal

Lanza, l’ufficiale di Stato Maggiore regio, Nicoletti, il quale, udito

l’evento e invitato con acerbe parole dallo stesso Garibaldi a cessare

quella perfidia, accorse sul luogo del conflitto e colla sua assisa ed

autorità riuscì a persuadere quei, non sappiamo se testardi o astuti

Tedeschi, se non a ritirarsi, come avrebbero dovuto, a restar nei posti

indebitamente conquistati.[78]

Superato anche questo nuovo periglio, indossata ancora la sua vecchia

uniforme di Generale piemontese (divenuta buona un’altra volta),

accompagnato dal solo Crispi,[79] poco prima delle due pomeridiane si

mosse per recarsi al convegno fissato. Al Molo della Sanità l’aspettava

la lancia dell’_Hannibal_: quivi il caso volle che arrivassero nello

stesso punto il generale Letizia ed il generale Chretien; sicchè la

medesima barca li tragittò insieme al bordo dell’Ammiraglio inglese.

Colà giunti, i Generali borbonici lasciarono il passo a Garibaldi;

l’Ammiraglio, così a lui, come a’ suoi avversari, fece rendere i dovuti

onori militari e li invitò ad entrare nella sua cabina.[80] Non appena

radunati però, quasi preliminare al trattato che stava per cominciare,

sorse un singolare litigio, che qualificò subitamente agli occhi

dell’Inglese il diverso carattere de’ negoziatori da lui ospitati al

suo bordo.

L’ammiraglio Mundy per rendere più solenne la conferenza e porne la

fede sotto il suggello di autorevoli testimonianze, aveva invitato

ad assistere alla conferenza anche i Comandanti dei legni da guerra

Francese, Americano e Sardo ancorati nello stesso porto, ed essi,

accettato l’invito, stavano già sul ponte all’arrivo de’ negoziatori

ed eran loro stati presentati. Quando però il generale Letizia li

vide entrare assieme a tutti gli altri nella cabina dell’Ammiraglio

e disporsi ad assistere alla conferenza, si fece innanzi e dichiarò

ch’egli non era preparato ad intraprendere alcun negoziato alla

presenza di quei Capitani stranieri, sicchè richiedeva formalmente che

si ritirassero. Nè a questo si fermò. Soggiunse, «che quantunque egli

avesse consentito a incontrare il generale Garibaldi a bordo della

nave britannica, egli non intendeva riconoscergli alcuna officiale

capacità, nè molto meno conferire con lui sopra qualsivoglia soggetto.

Ogni mediazione, continuava egli, doveva aver luogo tra l’Ammiraglio

inglese, lui ed il suo collega; e al generale Garibaldi non restava

che confermare o disapprovare le parole del trattato che si fossero per

usare. Queste le istruzioni da lui ricevute dal generale Lanza e dalle

quali egli non poteva nè voleva dipartirsi.[81]»

A questa inattesa parlata, il cui senso era aggravato dal tuono

dittatorio con cui era proferita, la sorpresa fu generale. L’Ammiraglio

però, rotto per il primo il silenzio e raccomandata la calma e la

temperanza, stimava suo debito chiedere prima d’ogni cosa, se anche

il generale Garibaldi aveva da muovere qualche obbiezione circa alla

presenza dei Comandanti stranieri. A cui Garibaldi rispose che ogni

concerto preso dall’Ammiraglio inglese gli sarebbe stato gradito, e che

quanto ai signori Comandanti era lieto di vederli rimanere. Ma nemmeno

a questa lezione di tolleranza e cortesia il generale Letizia volle

darsi per vinto, e arzigogolando cavillosamente sulle parole della

lettera scritta la mattina dal generale Lanza, ribadì la sua tèsi che

«i negoziati dovevano correre tra l’inglese Ammiraglio e gli incaricati

napoletani, e il generale Garibaldi non dover prendervi alcuna parte.»

Alla caparbia malafede del Napoletano proruppero indignati, tanto il

capitano francese Lefebre, quanto l’americano Palmer; «solo il marchese

D’Aste, antico ufficiale sardo, restò silenzioso;[82]» finalmente lo

stesso ammiraglio Mundy interveniva a cessare l’alterco, protestando

apertamente che, «se il generale Letizia non consentiva a trattar

personalmente col generale Garibaldi e in presenza dei Capitani esteri,

egli sarebbe obbligato di rimandare tutti a terra, e dichiarare rotti i

negoziati.[83]»

A sì aperto e risoluto linguaggio il generale Letizia finì col

rassegnarsi, e riconosciuta al generale Garibaldi la parte che gli

spettava, le trattative s’avviarono. I quattro primi articoli della

convenzione proposta passarono senza contraddizione o discussione

di sorta; giunti al 5º: «Che la Municipalità rassegnasse un’umile

petizione a Sua Maestà il Re, esprimendogli i reali bisogni della

città.» — «No!» proruppe con veemenza Garibaldi; e alzandosi di scatto

soggiunse: «Il tempo delle umili petizioni o al Re, o a chicchessia,

è passato; inoltre non ci sono più Municipalità.... La Municipalità

sono io. Io rifiuto il mio consenso. Passiamo alla sesta ed ultima

proposta.»

All’udir queste parole sdegno e stupore si dipingono sul volto del

generale Letizia, e sgualcendo la carta che stava spiegata sulla

tavola, esclama: «Allora se questo articolo non è concesso, ogni

comunicazione cessa fra di noi.[84]»

Garibaldi, il quale fino all’enunciazione del quinto articolo avea

sempre serbato un calmo e imperturbato contegno, a quell’ultima

albagiosa dichiarazione del suo avversario non seppe più frenarsi.

«Egli denunciò in termini eccessivi[85] la mancanza di buona fede, anzi

l’infamia della Reale Autorità nel permettere che truppe mercenarie,

mentre una bandiera di tregua sventolava, attaccassero le italiane, le

quali avevano avuto l’ordine di cessare il fuoco. Ed altre cose anche

più appassionate soggiunse Garibaldi; a cui replicò con violenza non

disuguale, ma certo con minor giustizia il suo antagonista. Sicchè

l’Ammiraglio fu costretto di nuovo ad interporsi non solo per rimettere

la calma fra i disputanti, ma per raddrizzare le torte argomentazioni,

con cui il negoziatore napoletano continuava a sillogizzare.»

A tal punto Garibaldi, credendo ormai compiuta la rottura de’

negoziati, si levò dalla sua sedia e fece atto di disporsi alla

partenza; «ma tale non appariva in alcuna guisa l’intenzione del

Generale borbonico.[86]» Anzi dopo essersi consultato alquanto col suo

collega, si rivolse di nuovo al suo avversario, annunziandogli che

egli consentirebbe a cassare il quinto articolo della convenzione,

quantunque sapesse che per quella concessione egli incontrerebbe il

disfavore del suo Generale in capo.

E dopo questa dichiarazione tanto maravigliosa ed inattesa, quanto

lo erano state fino allora tutte le parole del negoziatore regio,

l’armistizio fu prolungato fino alle nove del mattino seguente, al solo

fine di concordare definitivamente i punti controversi e di ottenere

dal Commissario _alter ego_ del Re la ratifica dei già patteggiati.

Prima di lasciar l’_Hannibal_ però il generale Garibaldi, cogliendo il

momento in cui l’ammiraglio Mundy s’era stretto in privato colloquio

co’ due Inviati regi, si traeva in un canto col capitano Palmer e col

marchese D’Aste, e susurrò loro in tutta fretta e in gran secretezza:

essere allo stremo di munizioni; questo il suo pensiero più tormentoso;

lo soccorressero, se potevano, in quella necessità; avrebbe pagato

un pacco di cartuccie a peso d’oro. Il capitano D’Aste non volle dare

neanche un grano di polvere; il Capitano americano crediamo che desse

la poca che aveva; al resto pensò la Provvidenza!

Ma sia che l’ultima impressione ricevuta da Garibaldi fosse che il

pattuito armistizio non potesse durare oltre il vegnente mattino; sia

ch’egli mirasse a trar profitto delle pretese esorbitanti del nemico, e

della sua sdegnosa risposta per infiammare vieppiù gli animi già accesi

de’ Palermitani, giunto a Palazzo Pretorio fece tosto pubblicare questo

Manifesto:

«Siciliani!

»Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io ne accettai quelle

condizioni che l’umanità dettava di accettare; cioè: ritirar

famiglie e feriti; ma fra le richieste, una ve n’era umiliante per

la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo.

Il risultato della mia conferenza di oggi fu dunque di ripigliare

le ostilità domani. Io ed i miei compagni siamo festanti di poter

combattere accanto ai figli del Vespro una battaglia, che deve

infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa

terra del genio e dell’eroismo.»

Alla lettura del fiero bando la città intera, può dirsi, si versò

a Palazzo Pretorio per udire dalle labbra del Dittatore, quasi per

leggere sul suo viso, la conferma della grande nuova. E Garibaldi,

apparso al balcone di Palazzo Pretorio, parlò come sapeva parlare

lui tutte le volte che il cuore lo ispirava, e la grandezza degli

avvenimenti s’accordava alla lirica intuonazione della sua tribunizia

eloquenza. Però quando disse: «Il nemico mi ha fatto delle proposte

che io credei ignominiose per te, o Popolo di Palermo, ed io sapendoti

pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città le ho

rifiutate....» un urlo, un urlo solo fu la risposta di quel popolo

divenuto delirante: «Guerra, guerra;» e le donne stesse con parola

anche più espressiva: «Grazie, gridavano al Generale, grazie;» e gli

inviavano baci e benedizioni.... «E dal fondo della piazza (soggiunge

uno de’ Mille testimonio alla gran scena) gli mandai un bacio anch’io.

Credo che Garibaldi non sia mai stato visto sfolgorante come in quel

momento da quel balcone; l’anima di quel popolo pareva tutta trasfusa

in lui.[87]» Nè furono parole soltanto: ogni uomo armato corse a

prendere il suo posto di combattimento: quante braccia erano atte

lavorarono l’intera notte al compimento delle barricate; e per supplire

alla mancata luminaria delle bombe e delle granate, Palermo illuminò

tutte le sue case, se non è meglio dir le sue rovine, come fosse alla

vigilia di una festa.

Risapute però queste nuove, anche i Generali borbonici vennero a

miglior consiglio, e nella mattina del 31 lo stesso generale Letizia

tornava al Dittatore per ripigliare gli interrotti negoziati e

chiedergli un armistizio indefinito. Tanto non poteva concedere

Garibaldi; consentì bensì ad una tregua di tre giorni, e fu in questi

capitoli stipulata:

«1º La sospensione delle ostilità resta prolungata per tre giorni,

a contare da questo momento che sono le 12 meridiane del dì 31

maggio: al termine della quale S. E. il Generale in Capo spedirà

un suo aiutante di campo onde di consenso si stabilisca l’ora per

riprendersi le ostilità.

»2º Il Regio Banco sarà consegnato al rappresentante Crispi

segretario di Stato, con analoga ricevuta, ed il distaccamento che

lo custodisce andrà a Castellamare con armi e bagaglio.

»3º Sarà continuato l’imbarco di tutti i feriti e famiglie, non

trascurando alcun mezzo per impedire qualunque sopruso.

»4º Sarà libero il transito dei viveri per le due parti

combattenti, in tutte le ore del giorno, dando le analoghe

disposizioni per mandar ciò pienamente ad effetto.

»5º Sarà permesso di contraccambiare i prigionieri Mosto e Rivalta

con il primo tenente Colonna ed altro ufficiale o capitano Grasso.

»_Il Generale in Capo_

»Firmato: FERDINANDO LANZA.

»_Il Segretario di Stato

»del Governo Provvisorio di Sicilia_

»Firmato: FRANCESCO CRISPI.»

Taluno censurò il vincitore di aver concesso al nemico una tregua

troppo lunga; noi pensiamo altrimenti. Per fermo i Regi potevan

ricevere nuovi rinforzi; ma che importavano oramai alcune migliaia

di nemici di più, se mancava tra di loro la mente che governasse e il

cuore che combattesse? Per la rivolta invece ogni ora che passava era

un passo alla vittoria: lo scoramento nelle file avversarie cresceva,

le diserzioni moltiplicavano, la città s’agguerriva, e s’abituava

all’idea della lotta disperata; e frattanto i Mille si ristoravano,

le munizioni si risarcivano, le difese si perfezionavano, i soccorsi

sperati o promessi dal Continente o arrivavano o potevano arrivare,

come sarebbe stato debito loro.[88]

Oltre a ciò nella generosità di Garibaldi s’ascondeva un grande

concetto non meno politico che umanitario. Nessuno più di lui sentiva

che quella era guerra civile, e quel pensiero fisso di renderla

quanto più fosse possibile umana e pietosa sarà, nella calma sentenza

de’ posteri, non ultima gloria della sua eroica vita. Quei soldati,

lo diceva ad ogni istante, eran nostri fratelli; lo diceva a’ suoi

seguaci consigliandoli ad essere miti; lo diceva a’ nemici stessi, se

qualcuno gliene compariva dinanzi o prigioniero o disertore; e solo

dicendolo faceva proseliti e diradava le file nemiche. La generosità

in quel caso era virtù ed arte insieme; e quando vedremo l’esercito

borbonico squagliarsi e quasi sfumare innanzi ai passi di Garibaldi

che li incalzava col sorriso sulle labbra e l’offerta del ritorno alle

loro case, intenderemo quanto quella virtù fosse utile e quell’arte

profonda.

Nè quei tre giorni li passò inerti. Intanto che i suoi Luogotenenti

attendevano al riordinamento delle milizie, e i Palermitani al

perfezionamento delle barricate, e il Crispi a prender possesso del

Palazzo di Finanza, dove trovava cinque milioni di ducati, insperato

tesoro per quei cenciosi conquistatori partiti da Quarto con trentamila

franchi; Garibaldi pensava a dare all’improvvisato Governo di Palermo

una forma più regolare e compíta, istituendo un Ministero, in cui

il Crispi riteneva il portafoglio dell’interno e delle finanze, il

barone Pisani gli esteri, il canonico Ugdulena il culto e la pubblica

istruzione, un Raffaele i lavori pubblici, un Guarnieri la giustizia, e

l’Orsini, riuscito miracolosamente a traforarsi il giorno 2 in Palermo,

con tutti i suoi cannoni e i suoi uomini, il Ministero della guerra.

I Napoletani, all’opposto, non riuscirono che a rendere sempre più

manifesta la loro impotenza. Non appena infatti fu conchiuso il primo

armistizio, il generale Letizia partiva per Napoli per comunicarne il

testo al suo Re ed al suo Governo, dipinger loro il vero stato delle

cose, e richiederne le istruzioni per la condotta avvenire. Ruppe

in amari rimbrotti il Re, e sola sua risposta fu che si riprendesse

Palermo a viva forza, anche a costo di raderla al suolo; ma tale non fu

il consiglio nè la risposta de’ suoi Ministri, i quali già affaccendati

ad ottenere la mediazione delle estere Potenze, fecero capire al

Letizia che quel mezzo del bombardamento sarebbe stato esiziale a tutto

il Regno, e che, se altra via non s’apriva per ricuperar Palermo, era

minor danno abbandonarlo. Se lo tenne per detto il Letizia; e convinto

oramai che il Governo di Napoli non aveva più nè volontà, nè speranza

di vincere, riportò queste notizie e impressioni al regio Commissario

in Palermo. Il quale, sperimentata già vana la forza delle bombe, non

sapendo, nè osando confidar in quella delle baionette, delle quali,

se voleva vincere, gli conveniva mettersi alla testa; sconfidando

sempre più nella fedeltà delle truppe e temendo una sedizione della

flotta;[89] ma tremando forse più per sè stesso, si decise a chiedere

un prolungamento all’armistizio d’altri tre giorni, prodromo evidente

della resa finale. E Garibaldi accondiscese ancora; ed ancora il suo

naturale accorgimento non l’ingannò.

Infatti il 6 giugno i negoziati furono ancora ripresi, e senza molta

difficoltà condussero alla Convenzione seguente:

«1º Gl’infermi (dell’armata regia) che giacciono in ambedue

gli ospedali od in altri luoghi dovranno essere imbarcati colla

maggiore sollecitudine.

»2º Le truppe regie che si trovano in Palermo avranno la scelta di

abbandonare la città per terra o per mare con equipaggi, materiali

da guerra, artiglieria, cavalli, bagagli, famiglie e tutto ciò che

loro spetta, comprese le munizioni rinchiuse in Castellamare. A S.

E. il tenente generale Lanza viene concesso di abbandonare Palermo

per mare o per terra a sua scelta.

»3º Qualora si scegliesse la via di mare, si darà principio allo

sgombramento caricando i materiali da guerra, gli equipaggi e parte

dei cavalli e delle altre bestie da soma; le truppe rimarranno

ultime.

»4º Tutte le truppe s’imbarcheranno sul Molo, e quindi prenderanno

provvisoriamente alloggio nel quartiere dei Quattroventi.

»5º Il generale Garibaldi lascierà Castelluccio, il Molo e la

batteria del Faro senza atti di ostilità.

»6º Il generale Garibaldi consegnerà tutti gl’infermi ed i feriti

(delle truppe regie) che si trovassero in suo potere.

»7º I prigionieri saranno scambiati da ambe le parti senza

distinzione di grado o di numero, e non uomo per uomo.

»8º Sette prigionieri (non militari) rinchiusi in Castellamare

saranno messi in libertà tosto che sia compíto l’imbarco delle

truppe e totalmente sgomberato il forte Castellamare. Questi

prigionieri verranno condotti dalla guarnigione sul Molo e quivi

consegnati.

»Ritenuti tutti i sovraccennati articoli, si aggiunge in una

clausola addizionale che la guarnigione sarà spedita per la via di

mare ed imbarcata sul Molo di Palermo.

»6 giugno 1860.

»G. GARIBALDI.

»Con procura di S. E. il Luogotenente generale LANZA, Comandante

del Corpo delle truppe regie:

»V. BONOPANE,

»_Colonnello e Capo dello Stato Maggiore._

»L. LETIZIA, march. di Mompellieri, _generale_.»

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 27 / 147 题