Se non che verso le 10 antimeridiane dello stesso giorno (30 maggio),
dopo cioè che Garibaldi ebbe mandato a tutti i suoi posti l’ordine di
cessare da ogni ostilità, un inatteso avvenimento rischiava di mettere
in forse con un sol colpo tutta la conquistata fortuna. La colonna
di Von Meckel e del Bosco, in maggior parte composta di Bavaresi,
dopo aver per tre giorni perseguíto vanamente l’Orsini (il quale,
inchiodati i cannoni e bruciati gli affusti, era riuscito a scamparla,
sperdendosi per le campagne al di là di Giuliana), quella colonna,
dicevamo, risaputa alla fine la notizia[76] che quel Garibaldi, da essi
sognato fuggiasco sulla strada di Corleone, accampava già in Palermo,
era tornata quanto più veloce aveva potuto sui suoi passi, e appunto
la mattina del 30 maggio compariva innanzi a Porta Termini[77] e ne
assaliva la barricata che la custodiva. Le squadre di guardia al posto
ributtarono, com’era debito loro, l’inatteso nemico; questi incalzò più
risoluto che mai, e la fucilata si accese vivacissima da ambe le parti.
Indarno il luogotenente Wilmot, _ufficiale di bandiera_ dell’ammiraglio
Mundy, che per caso di là passava diretto al Castro Pretorio,
sventolava il suo bianco fazzoletto e gridava agli assalitori: una
tregua essere pattuita; fedifrago l’assalto; doverosa la ritirata; que’
Bavaresi, o avessero meditato un’insidia o la temessero, non vollero
intendere ragione. Allora il combattimento si accanì più che mai: e a
chi contava il numero soverchiante degli aggressori non era difficile
prevederne il risultato. I Picciotti resistevano del loro meglio; una
compagnia de’ Mille, guidata dall’intrepido Carini, tratteneva ancora
per alcuni istanti quella piena irrompente; ma ferito gravemente
ad un braccio lo stesso Carini, caduti molti de’ suoi, crescente
l’irruzione nemica, la barricata sarebbe stata certamente perduta e
la via aperta fino a Fiera Vecchia, se la fortuna non avesse voluto
che presso il generale Garibaldi stesse in quel momento, inviato dal
Lanza, l’ufficiale di Stato Maggiore regio, Nicoletti, il quale, udito
l’evento e invitato con acerbe parole dallo stesso Garibaldi a cessare
quella perfidia, accorse sul luogo del conflitto e colla sua assisa ed
autorità riuscì a persuadere quei, non sappiamo se testardi o astuti
Tedeschi, se non a ritirarsi, come avrebbero dovuto, a restar nei posti
indebitamente conquistati.[78]
Superato anche questo nuovo periglio, indossata ancora la sua vecchia
uniforme di Generale piemontese (divenuta buona un’altra volta),
accompagnato dal solo Crispi,[79] poco prima delle due pomeridiane si
mosse per recarsi al convegno fissato. Al Molo della Sanità l’aspettava
la lancia dell’_Hannibal_: quivi il caso volle che arrivassero nello
stesso punto il generale Letizia ed il generale Chretien; sicchè la
medesima barca li tragittò insieme al bordo dell’Ammiraglio inglese.
Colà giunti, i Generali borbonici lasciarono il passo a Garibaldi;
l’Ammiraglio, così a lui, come a’ suoi avversari, fece rendere i dovuti
onori militari e li invitò ad entrare nella sua cabina.[80] Non appena
radunati però, quasi preliminare al trattato che stava per cominciare,
sorse un singolare litigio, che qualificò subitamente agli occhi
dell’Inglese il diverso carattere de’ negoziatori da lui ospitati al
suo bordo.
L’ammiraglio Mundy per rendere più solenne la conferenza e porne la
fede sotto il suggello di autorevoli testimonianze, aveva invitato
ad assistere alla conferenza anche i Comandanti dei legni da guerra
Francese, Americano e Sardo ancorati nello stesso porto, ed essi,
accettato l’invito, stavano già sul ponte all’arrivo de’ negoziatori
ed eran loro stati presentati. Quando però il generale Letizia li
vide entrare assieme a tutti gli altri nella cabina dell’Ammiraglio
e disporsi ad assistere alla conferenza, si fece innanzi e dichiarò
ch’egli non era preparato ad intraprendere alcun negoziato alla
presenza di quei Capitani stranieri, sicchè richiedeva formalmente che
si ritirassero. Nè a questo si fermò. Soggiunse, «che quantunque egli
avesse consentito a incontrare il generale Garibaldi a bordo della
nave britannica, egli non intendeva riconoscergli alcuna officiale
capacità, nè molto meno conferire con lui sopra qualsivoglia soggetto.
Ogni mediazione, continuava egli, doveva aver luogo tra l’Ammiraglio
inglese, lui ed il suo collega; e al generale Garibaldi non restava
che confermare o disapprovare le parole del trattato che si fossero per
usare. Queste le istruzioni da lui ricevute dal generale Lanza e dalle
quali egli non poteva nè voleva dipartirsi.[81]»
A questa inattesa parlata, il cui senso era aggravato dal tuono
dittatorio con cui era proferita, la sorpresa fu generale. L’Ammiraglio
però, rotto per il primo il silenzio e raccomandata la calma e la
temperanza, stimava suo debito chiedere prima d’ogni cosa, se anche
il generale Garibaldi aveva da muovere qualche obbiezione circa alla
presenza dei Comandanti stranieri. A cui Garibaldi rispose che ogni
concerto preso dall’Ammiraglio inglese gli sarebbe stato gradito, e che
quanto ai signori Comandanti era lieto di vederli rimanere. Ma nemmeno
a questa lezione di tolleranza e cortesia il generale Letizia volle
darsi per vinto, e arzigogolando cavillosamente sulle parole della
lettera scritta la mattina dal generale Lanza, ribadì la sua tèsi che
«i negoziati dovevano correre tra l’inglese Ammiraglio e gli incaricati
napoletani, e il generale Garibaldi non dover prendervi alcuna parte.»
Alla caparbia malafede del Napoletano proruppero indignati, tanto il
capitano francese Lefebre, quanto l’americano Palmer; «solo il marchese
D’Aste, antico ufficiale sardo, restò silenzioso;[82]» finalmente lo
stesso ammiraglio Mundy interveniva a cessare l’alterco, protestando
apertamente che, «se il generale Letizia non consentiva a trattar
personalmente col generale Garibaldi e in presenza dei Capitani esteri,
egli sarebbe obbligato di rimandare tutti a terra, e dichiarare rotti i
negoziati.[83]»
A sì aperto e risoluto linguaggio il generale Letizia finì col
rassegnarsi, e riconosciuta al generale Garibaldi la parte che gli
spettava, le trattative s’avviarono. I quattro primi articoli della
convenzione proposta passarono senza contraddizione o discussione
di sorta; giunti al 5º: «Che la Municipalità rassegnasse un’umile
petizione a Sua Maestà il Re, esprimendogli i reali bisogni della
città.» — «No!» proruppe con veemenza Garibaldi; e alzandosi di scatto
soggiunse: «Il tempo delle umili petizioni o al Re, o a chicchessia,
è passato; inoltre non ci sono più Municipalità.... La Municipalità
sono io. Io rifiuto il mio consenso. Passiamo alla sesta ed ultima
proposta.»
All’udir queste parole sdegno e stupore si dipingono sul volto del
generale Letizia, e sgualcendo la carta che stava spiegata sulla
tavola, esclama: «Allora se questo articolo non è concesso, ogni
comunicazione cessa fra di noi.[84]»
Garibaldi, il quale fino all’enunciazione del quinto articolo avea
sempre serbato un calmo e imperturbato contegno, a quell’ultima
albagiosa dichiarazione del suo avversario non seppe più frenarsi.
«Egli denunciò in termini eccessivi[85] la mancanza di buona fede, anzi
l’infamia della Reale Autorità nel permettere che truppe mercenarie,
mentre una bandiera di tregua sventolava, attaccassero le italiane, le
quali avevano avuto l’ordine di cessare il fuoco. Ed altre cose anche
più appassionate soggiunse Garibaldi; a cui replicò con violenza non
disuguale, ma certo con minor giustizia il suo antagonista. Sicchè
l’Ammiraglio fu costretto di nuovo ad interporsi non solo per rimettere
la calma fra i disputanti, ma per raddrizzare le torte argomentazioni,
con cui il negoziatore napoletano continuava a sillogizzare.»
A tal punto Garibaldi, credendo ormai compiuta la rottura de’
negoziati, si levò dalla sua sedia e fece atto di disporsi alla
partenza; «ma tale non appariva in alcuna guisa l’intenzione del
Generale borbonico.[86]» Anzi dopo essersi consultato alquanto col suo
collega, si rivolse di nuovo al suo avversario, annunziandogli che
egli consentirebbe a cassare il quinto articolo della convenzione,
quantunque sapesse che per quella concessione egli incontrerebbe il
disfavore del suo Generale in capo.
E dopo questa dichiarazione tanto maravigliosa ed inattesa, quanto
lo erano state fino allora tutte le parole del negoziatore regio,
l’armistizio fu prolungato fino alle nove del mattino seguente, al solo
fine di concordare definitivamente i punti controversi e di ottenere
dal Commissario _alter ego_ del Re la ratifica dei già patteggiati.
Prima di lasciar l’_Hannibal_ però il generale Garibaldi, cogliendo il
momento in cui l’ammiraglio Mundy s’era stretto in privato colloquio
co’ due Inviati regi, si traeva in un canto col capitano Palmer e col
marchese D’Aste, e susurrò loro in tutta fretta e in gran secretezza:
essere allo stremo di munizioni; questo il suo pensiero più tormentoso;
lo soccorressero, se potevano, in quella necessità; avrebbe pagato
un pacco di cartuccie a peso d’oro. Il capitano D’Aste non volle dare
neanche un grano di polvere; il Capitano americano crediamo che desse
la poca che aveva; al resto pensò la Provvidenza!
Ma sia che l’ultima impressione ricevuta da Garibaldi fosse che il
pattuito armistizio non potesse durare oltre il vegnente mattino; sia
ch’egli mirasse a trar profitto delle pretese esorbitanti del nemico, e
della sua sdegnosa risposta per infiammare vieppiù gli animi già accesi
de’ Palermitani, giunto a Palazzo Pretorio fece tosto pubblicare questo
Manifesto:
«Siciliani!
»Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io ne accettai quelle
condizioni che l’umanità dettava di accettare; cioè: ritirar
famiglie e feriti; ma fra le richieste, una ve n’era umiliante per
la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo.
Il risultato della mia conferenza di oggi fu dunque di ripigliare
le ostilità domani. Io ed i miei compagni siamo festanti di poter
combattere accanto ai figli del Vespro una battaglia, che deve
infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa
terra del genio e dell’eroismo.»
Alla lettura del fiero bando la città intera, può dirsi, si versò
a Palazzo Pretorio per udire dalle labbra del Dittatore, quasi per
leggere sul suo viso, la conferma della grande nuova. E Garibaldi,
apparso al balcone di Palazzo Pretorio, parlò come sapeva parlare
lui tutte le volte che il cuore lo ispirava, e la grandezza degli
avvenimenti s’accordava alla lirica intuonazione della sua tribunizia
eloquenza. Però quando disse: «Il nemico mi ha fatto delle proposte
che io credei ignominiose per te, o Popolo di Palermo, ed io sapendoti
pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città le ho
rifiutate....» un urlo, un urlo solo fu la risposta di quel popolo
divenuto delirante: «Guerra, guerra;» e le donne stesse con parola
anche più espressiva: «Grazie, gridavano al Generale, grazie;» e gli
inviavano baci e benedizioni.... «E dal fondo della piazza (soggiunge
uno de’ Mille testimonio alla gran scena) gli mandai un bacio anch’io.
Credo che Garibaldi non sia mai stato visto sfolgorante come in quel
momento da quel balcone; l’anima di quel popolo pareva tutta trasfusa
in lui.[87]» Nè furono parole soltanto: ogni uomo armato corse a
prendere il suo posto di combattimento: quante braccia erano atte
lavorarono l’intera notte al compimento delle barricate; e per supplire
alla mancata luminaria delle bombe e delle granate, Palermo illuminò
tutte le sue case, se non è meglio dir le sue rovine, come fosse alla
vigilia di una festa.
Risapute però queste nuove, anche i Generali borbonici vennero a
miglior consiglio, e nella mattina del 31 lo stesso generale Letizia
tornava al Dittatore per ripigliare gli interrotti negoziati e
chiedergli un armistizio indefinito. Tanto non poteva concedere
Garibaldi; consentì bensì ad una tregua di tre giorni, e fu in questi
capitoli stipulata:
«1º La sospensione delle ostilità resta prolungata per tre giorni,
a contare da questo momento che sono le 12 meridiane del dì 31
maggio: al termine della quale S. E. il Generale in Capo spedirà
un suo aiutante di campo onde di consenso si stabilisca l’ora per
riprendersi le ostilità.
»2º Il Regio Banco sarà consegnato al rappresentante Crispi
segretario di Stato, con analoga ricevuta, ed il distaccamento che
lo custodisce andrà a Castellamare con armi e bagaglio.
»3º Sarà continuato l’imbarco di tutti i feriti e famiglie, non
trascurando alcun mezzo per impedire qualunque sopruso.
»4º Sarà libero il transito dei viveri per le due parti
combattenti, in tutte le ore del giorno, dando le analoghe
disposizioni per mandar ciò pienamente ad effetto.
»5º Sarà permesso di contraccambiare i prigionieri Mosto e Rivalta
con il primo tenente Colonna ed altro ufficiale o capitano Grasso.
»_Il Generale in Capo_
»Firmato: FERDINANDO LANZA.
»_Il Segretario di Stato
»del Governo Provvisorio di Sicilia_
»Firmato: FRANCESCO CRISPI.»
Taluno censurò il vincitore di aver concesso al nemico una tregua
troppo lunga; noi pensiamo altrimenti. Per fermo i Regi potevan
ricevere nuovi rinforzi; ma che importavano oramai alcune migliaia
di nemici di più, se mancava tra di loro la mente che governasse e il
cuore che combattesse? Per la rivolta invece ogni ora che passava era
un passo alla vittoria: lo scoramento nelle file avversarie cresceva,
le diserzioni moltiplicavano, la città s’agguerriva, e s’abituava
all’idea della lotta disperata; e frattanto i Mille si ristoravano,
le munizioni si risarcivano, le difese si perfezionavano, i soccorsi
sperati o promessi dal Continente o arrivavano o potevano arrivare,
come sarebbe stato debito loro.[88]
Oltre a ciò nella generosità di Garibaldi s’ascondeva un grande
concetto non meno politico che umanitario. Nessuno più di lui sentiva
che quella era guerra civile, e quel pensiero fisso di renderla
quanto più fosse possibile umana e pietosa sarà, nella calma sentenza
de’ posteri, non ultima gloria della sua eroica vita. Quei soldati,
lo diceva ad ogni istante, eran nostri fratelli; lo diceva a’ suoi
seguaci consigliandoli ad essere miti; lo diceva a’ nemici stessi, se
qualcuno gliene compariva dinanzi o prigioniero o disertore; e solo
dicendolo faceva proseliti e diradava le file nemiche. La generosità
in quel caso era virtù ed arte insieme; e quando vedremo l’esercito
borbonico squagliarsi e quasi sfumare innanzi ai passi di Garibaldi
che li incalzava col sorriso sulle labbra e l’offerta del ritorno alle
loro case, intenderemo quanto quella virtù fosse utile e quell’arte
profonda.
Nè quei tre giorni li passò inerti. Intanto che i suoi Luogotenenti
attendevano al riordinamento delle milizie, e i Palermitani al
perfezionamento delle barricate, e il Crispi a prender possesso del
Palazzo di Finanza, dove trovava cinque milioni di ducati, insperato
tesoro per quei cenciosi conquistatori partiti da Quarto con trentamila
franchi; Garibaldi pensava a dare all’improvvisato Governo di Palermo
una forma più regolare e compíta, istituendo un Ministero, in cui
il Crispi riteneva il portafoglio dell’interno e delle finanze, il
barone Pisani gli esteri, il canonico Ugdulena il culto e la pubblica
istruzione, un Raffaele i lavori pubblici, un Guarnieri la giustizia, e
l’Orsini, riuscito miracolosamente a traforarsi il giorno 2 in Palermo,
con tutti i suoi cannoni e i suoi uomini, il Ministero della guerra.
I Napoletani, all’opposto, non riuscirono che a rendere sempre più
manifesta la loro impotenza. Non appena infatti fu conchiuso il primo
armistizio, il generale Letizia partiva per Napoli per comunicarne il
testo al suo Re ed al suo Governo, dipinger loro il vero stato delle
cose, e richiederne le istruzioni per la condotta avvenire. Ruppe
in amari rimbrotti il Re, e sola sua risposta fu che si riprendesse
Palermo a viva forza, anche a costo di raderla al suolo; ma tale non fu
il consiglio nè la risposta de’ suoi Ministri, i quali già affaccendati
ad ottenere la mediazione delle estere Potenze, fecero capire al
Letizia che quel mezzo del bombardamento sarebbe stato esiziale a tutto
il Regno, e che, se altra via non s’apriva per ricuperar Palermo, era
minor danno abbandonarlo. Se lo tenne per detto il Letizia; e convinto
oramai che il Governo di Napoli non aveva più nè volontà, nè speranza
di vincere, riportò queste notizie e impressioni al regio Commissario
in Palermo. Il quale, sperimentata già vana la forza delle bombe, non
sapendo, nè osando confidar in quella delle baionette, delle quali,
se voleva vincere, gli conveniva mettersi alla testa; sconfidando
sempre più nella fedeltà delle truppe e temendo una sedizione della
flotta;[89] ma tremando forse più per sè stesso, si decise a chiedere
un prolungamento all’armistizio d’altri tre giorni, prodromo evidente
della resa finale. E Garibaldi accondiscese ancora; ed ancora il suo
naturale accorgimento non l’ingannò.
Infatti il 6 giugno i negoziati furono ancora ripresi, e senza molta
difficoltà condussero alla Convenzione seguente:
«1º Gl’infermi (dell’armata regia) che giacciono in ambedue
gli ospedali od in altri luoghi dovranno essere imbarcati colla
maggiore sollecitudine.
»2º Le truppe regie che si trovano in Palermo avranno la scelta di
abbandonare la città per terra o per mare con equipaggi, materiali
da guerra, artiglieria, cavalli, bagagli, famiglie e tutto ciò che
loro spetta, comprese le munizioni rinchiuse in Castellamare. A S.
E. il tenente generale Lanza viene concesso di abbandonare Palermo
per mare o per terra a sua scelta.
»3º Qualora si scegliesse la via di mare, si darà principio allo
sgombramento caricando i materiali da guerra, gli equipaggi e parte
dei cavalli e delle altre bestie da soma; le truppe rimarranno
ultime.
»4º Tutte le truppe s’imbarcheranno sul Molo, e quindi prenderanno
provvisoriamente alloggio nel quartiere dei Quattroventi.
»5º Il generale Garibaldi lascierà Castelluccio, il Molo e la
batteria del Faro senza atti di ostilità.
»6º Il generale Garibaldi consegnerà tutti gl’infermi ed i feriti
(delle truppe regie) che si trovassero in suo potere.
»7º I prigionieri saranno scambiati da ambe le parti senza
distinzione di grado o di numero, e non uomo per uomo.
»8º Sette prigionieri (non militari) rinchiusi in Castellamare
saranno messi in libertà tosto che sia compíto l’imbarco delle
truppe e totalmente sgomberato il forte Castellamare. Questi
prigionieri verranno condotti dalla guarnigione sul Molo e quivi
consegnati.
»Ritenuti tutti i sovraccennati articoli, si aggiunge in una
clausola addizionale che la guarnigione sarà spedita per la via di
mare ed imbarcata sul Molo di Palermo.
»6 giugno 1860.
»G. GARIBALDI.
»Con procura di S. E. il Luogotenente generale LANZA, Comandante
del Corpo delle truppe regie:
»V. BONOPANE,
»_Colonnello e Capo dello Stato Maggiore._
»L. LETIZIA, march. di Mompellieri, _generale_.»