Ma i mezzi? Per l’opera, a dir vero, infaticabile di Giuseppe La Masa,
s’eran venuti raccogliendo sulla vetta di Gibilrossa, centro dei monti
che serrano Palermo da sud-est, un grosso campo di squadriglie, armate
e istruite come sappiamo, ma che per le loro marcie irrequiete, i loro
fuochi numerosi, e gli innumerevoli e altisonanti proclami coi quali il
loro capitano ne magnificava il numero e la fierezza, erano riuscite
fino allora a tenere in allarme il presidio di Palermo, ed a coprire
l’estrema destra del corpo garibaldino da subitanei assalti. A dir
il vero la prima volta che queste bande ricevettero il battesimo del
fuoco, non fecero buona prova: al Parco anzi la mattina del 26 chiamate
in sostegno della minacciata destra garibaldina, avevan dato volta ai
primi spari, gridando per giunta (insania della paura!) «al tradimento
di Garibaldi,[64]» e spargendo la loro fola e il loro terrore fin
dentro Palermo. Tuttavia erano intorno a tremila; rappresentavano
l’eletta militante del paese; confusi nella turba battevano i cuori
più intrepidi della Sicilia, e non sarebbe stato giustizia, oltre che
prudenza, trascurarli. Garibaldi inoltre ne aveva bisogno; sicchè
salita la mattina stessa del 26 Gibilrossa (da Misilmeri distante
poche ore) e passato a rassegna tutto il campo, ne ritrae così buona
impressione, che promette al La Masa di porre a capo della colonna
destinata alla marcia imminente su Palermo i suoi «bravi Picciotti.»
Sceso però da Gibilrossa, ebbe uno scrupolo e volle adempiere una
formalità. Chiamati a consiglio, cosa insolita, i suoi principali
Luogotenenti, Sirtori, Türr, Bixio, La Masa, Crispi, quando li vide
tutti raccolti, diresse loro questa breve parlata: «Voi sapete che
non ho mai radunato Consigli di guerra, ma le circostanze in cui siamo
mi vi inducono. Due vie ci stanno davanti: l’assalto di Palermo, o la
ritirata nell’Isola. Scegliete.»
Taluno dicesi fu per la ritirata, i più per l’assalto,[65] che era in
quel caso, non solo il più eroico, ma anche il più prudente partito,
per non dirlo senz’altro l’unico effettuabile. Allora Garibaldi, fedele
sempre al _tolle moras_, riunita la sua colonna al campo di Gibilrossa
e quivi raccolte tutte le sue forze, dà nella sera stessa gli ultimi
ordini per la deliberata battaglia. L’assalto nel primo concetto doveva
effettuarsi nel cuore della notte, la partenza quindi essere suonata
per le prime ore della sera. Composte le ordinanze colle squadre del
La Masa e uno stuolo de’ Mille per guida ed esempio alla testa; i
battaglioni del Bixio e del Carini al centro; le squadre del Sant’Anna
alla retroguardia; la colonna doveva scendere da Gibilrossa pel
sentiero dei Ciaculli che va a cadere sulla strada di Porta Termini,
poco lungi da San Giovanni, e passato l’Oreto al Ponte dell’Ammiraglio
camminar diritta sulla città. L’ordine era: marciar serrati e
silenziosi; avvicinarsi quanto più era possibile al nemico; giuntogli
dappresso, rovesciar alla baionetta ogni ostacolo e penetrare al più
presto, comunque, in Palermo.
Se non che, come accade sovente anco agli eserciti meglio ordinati, la
marcia non cominciò per l’appunto all’ora designata; il sentiero preso,
soggiorno quasi aereo di caproni selvatici, era oltre al preveduto
aspro e malagevole; i Picciotti posti alla fronte, inesperti di marcie
militari, molto più delle notturne, s’arrestano ad ogni tratto per
ombre ed allarmi immaginari; talchè al sommar di tutte queste ragioni
la colonna assalitrice non potè sboccare sulla strada di Palermo che
allo spuntar dell’alba. Tuttavia non era per anco stata avvertita
da alcuno, e la sorpresa era sperabile sempre, quando i Picciotti
dell’estrema avanguardia, giunti ai così detti _Molini della Scaffa_ e
scambiandoli forse per le prime case di Palermo, alzano, probabilmente
per darsi coraggio, tale un clamore di grida, con accompagnamento
di fuochi, non sapremmo dire se di paura o di gioia, che i Regi di
guardia, appostati al Ponte dell’Ammiraglio, ne sono riscossi in
sussulto e corrono, tutt’ora assonnati, alle armi.
Di colpo improvviso non era più a parlarne, e non restava che supplire
colla subitaneità dell’assalto e la forza dell’impeto alla fallita
sorpresa.
Lo comprese tosto Garibaldi; lo comprese Nino Bixio, suo braccio
destro; lo compresero quanti in quella falange avevan anima di soldati
e senso della terribilità del momento. E prima di tutti l’avevan
compreso il prode Tükery e i suoi compagni dell’antiguardo; i quali
al primo grido, alla prima ombra può dirsi del nemico, s’avventano
su di lui a testa bassa, e prima ch’egli abbia tempo di conoscere gli
assalitori, lo sforzano ad accettare la pugna.
E da quel punto «avanti, addosso, alla carica tutti.» I Regi,
fortemente asserragliati dietro il Ponte dell’Ammiraglio, spazzano
con un turbine di moschetteria e di mitraglia la via ed i campi:
i Picciotti, nuovi a quei cimenti a petto a petto, balenano, si
sparnazzano, scompigliano col rigurgito le schiere sopravvenienti
degli amici; ma non monta: il Bixio e il Carini colle coorti di
Calatafimi sopraggiungono al rincalzo; i più animosi delle squadre
stesse si mescolano agli agguerriti compagni e fanno valanga; i
Regi già vacillano, già danno le spalle e il Ponte dell’Ammiraglio è
conquistato.
Era un fausto preludio, ma non ancora la vittoria. Restava ancora
Porta Termini, chiave della città; restava una seconda linea di
nemici gagliardamente appostati dietro case e barricate, protetti da
numerose artiglierie, fiancheggiati da una forte squadra, liberi di
piombare sui fianchi degli assalitori per le due strade che dalla Porta
Sant’Antonino e da Porta de’ Greci convergono sulla via di Termini,
e dentro una cerchia di fuoco schiacciarli. Ma non era sfuggito il
pericolo a Garibaldi, il quale, provvedendo a un punto all’attacco ed
alla difesa, mandava quanti branchi di squadre poteva raccogliere a
custodire quelle due vie, mentre ordinava un ultimo disperato assalto
alla Porta. E «al concitato imperio» non seguì mai sì pronto «il celere
obbedir.»
Serrati, concordi, non contando i nemici, disprezzando la morte,
gareggianti solamente a chi prima arriva, si slanciano di fronte i
Mille: alla destra, avanzando arditamente tra vigneti e giardini, li
fiancheggiano, condotti dall’intrepido Fuxa, manipoli di Siciliani;
da sinistra altri Picciotti e Cacciatori misti insieme, guidati
dal Sirtori e dal Türr, tengono in iscacco i difensori della Porta
Sant’Antonino: procombono sul fulminato terreno, della bella morte de’
prodi, Tükery, Rocco La Russa, Pietro Inserillo e Giuseppe Lo Squiglio;
giacciono feriti Benedetto Cairoli, Enrico Piccinini, Raffaello Di
Benedetto, Leonardo Cacioppo; Bixio stesso, ferito al petto da una
palla, se la estrae da sè; ma i Napoletani, quasi sopraffatti da
superstizioso terrore, più non reggono alla diabolica irruzione. Nullo,
il Fieramosca della schiera, a cavallo, ritto, intrepido, stupendo
nella sua marziale eleganza di cavaliere antico, ha già varcato, primo
de’ primi, la Porta, e dietro a lui, come torrente che rompa le dighe,
penetra da cento bocche la piena procellosa degli assalitori, i quali
dilagando rapidi per tutte le vie, scacciando da ritta e da manca i
residui dei nemici resistenti, e portando in trionfo, più che seguendo,
il loro fatato Capitano, mondano Fiera Vecchia, il cuore di Palermo.
Eran forse le 6 del mattino; due ore eran bastate alla prodigiosa
vittoria, e il sole del 27 maggio, il sole di San Fermo, illuminava
un’altra volta uno de’ più memorabili portenti del valore italiano.