Della mossa del 21 però i vantaggi non potevano essere immediati:
essa era un passo preparatorio, la condizione indispensabile al
conseguimento dello scopo finale; ma non poteva ancora dirsi per sè
sola decisiva. Garibaldi, con quella marcia, s’era sottratto, a dir
così, alla vista del nemico, ponendosi «in più facile comunicazione
coll’interno e la parte orientale dell’Isola;[61]» aveva guadagnato un
terreno più acconcio alle utili manovre e che gli avrebbe permesso fin
all’ultimo la scelta tra l’offensiva e la difensiva, tra l’attacco e la
ritirata; ma l’ora e il modo della difesa o dell’offesa, anzi la stessa
decisione tra l’assalto e la ritirata erano altrettanti termini nuovi
d’un problema nuovo, e di cui soltanto gli eventi potevano suggerirgli
la soluzione. Gli eventi però a que’ giorni correvano veloci.
Dopo avere per ben ventiquattro ore perduto ogni traccia di Garibaldi,
anco i Regi s’erano raccapezzati, e scoperto alla fine il suo nuovo
rifugio, parevan risoluti a non lasciargli più un sol giorno di
tregua. Il general Lanza (inviato a Palermo Commissario _alter ego_
del Re a surrogare il Castelcicala revocato) aveva ordinato infatti
che due colonne muovessero simultaneamente dalla capitale, la prima da
sinistra per Monreale, la seconda di fronte per La Grazia, ad assalire
il filibustiere nel suo campo di Parco, procacciando di chiudervelo
dentro e di schiacciarlo d’un colpo. Ma il filibustiere vegliava, e
scoperta egli stesso dalla cima del Pizzo del Fico la duplice mossa
del nemico, n’aveva indovinato l’ultimo fine. Sulle prime però, o non
avesse ben calcolato le forze del nemico, o confidasse nella forte
postura, o sperasse soccorso dalle bande del La Masa che campeggiavano
sui monti di Gibilrossa alla sua destra, parve deciso ad accettare la
battaglia, e ne fece tutti gli apparecchi. Ma alla mattina del 24,
meglio contati i nemici e avvistosi soprattutto che la colonna di
sinistra, capitanata dai colonnelli Von Meckel e Bosco, camminando
per le scorciatoie dei monti, minacciava di cader sulla sua via di
ritirata; composta prontamente una forte retroguardia coi Carabinieri
genovesi e due compagnie, e imposto loro di contrastar più a lungo che
fosse possibile le alture di Parco, ripiega col grosso della colonna su
Piana de’ Greci. I nemici tuttavia avevan già guadagnato molto terreno;
i Carabinieri eran già stati forzati a cedere da Parco; i Cacciatori
del Bosco comparivano già sulle cime di sinistra a piombo della
strada di Piana. Urgeva il pericolo, e Garibaldi fu pronto ancora al
riparo, rimandando quegl’infaticabili Carabinieri a coronar le alture
fiancheggianti la via e ponendosi egli stesso sulla difesa all’entrata
di Piana; ma confidando assai più sulla probabile stanchezza de’
persecutori e sull’appressarsi della sera, che sulle sue forze. Nè
s’ingannò. Durava da alcune ore l’avvisaglia sulla montagna, e già i
Carabinieri, estenuati dalla fatica e dalle perdite, più non reggevano
al disuguale cimento; quando il Comandante borbonico, visto che
annottava e stimando forse opportuno di attendere l’arrivo delle altre
colonne, deliberò, nella certezza di chi tiene ormai la preda in pugno,
di differire all’indomani l’assalto. Appunto domani era tardi.
Garibaldi, approfittando della breve tregua, traversa Piana de’ Greci
senza sostarvi; bivacca alcune ore della notte in una boscaglia
vicina; poi innanzi giorno ripiglia di nuovo la ritirata per la
strada di Corleone. Giunto però al punto dove si stacca la strada di
Marineo, affida le artiglierie, gli impedimenti e una compagnia di
scorta all’Orsini, ordinandogli di continuare, senza spiegargli di
più, la marcia per Corleone;[62] mentre egli svolta rapido col forte
della colonna per la traversa di Marineo, dove, riposatosi poche ore,
contromarcia celerissimamente per Misilmeri, e si trova prima che la
giornata del 25 tramonti, liberi i fianchi e le spalle da ogni nemico,
sulla strada di Palermo.
All’alba del 25 però anche i Napoletani furono pronti alle armi; ma di
quale maraviglia restassero colpiti nel veder Piana de’ Greci e tutti i
dintorni vuoti di nemici, lo scrivano essi. Convinti però che oramai la
sola paura sospingesse Garibaldi, si pongono risoluti sulle sue orme,
e raccolto da paesani che cannoni, cannonieri e bagagli si son visti
sfilare per la strada di Corleone, giustamente sillogizzando che con
essi debba pure essere il maggior nerbo de’ ribelli, quindi il loro
capo, ripigliano ad occhi chiusi la loro caccia spensierata, spacciando
allegramente a Palermo ed a tutta l’Isola: «Garibaldi fuggiasco fra le
montagne; prossima la sua totale disfatta.»
Era l’inganno, di cui Garibaldi aveva bisogno: era il compimento
del suo disegno. Il qual disegno non nacque già tutto intero per
miracolosa fecondità di genio, d’un sol getto e in un solo istante;
ma fu lentamente covato, preparato, compíto, perfezionato; il che ne
accrescerà agli occhi degl’intendenti il pregio e la meraviglia.[63]
Fino alla marcia da Renna al Parco, Garibaldi non ebbe ben ferme in
mente che queste due idee: portarsi sopra un terreno più propizio;
tirare il nemico fuori di Palermo per batterlo divisamente, potendo,
stancheggiarlo o scivolargli in mezzo, secondo l’opportunità e la
forza.
Quando però la mattina del 24 si vide piombare addosso, per due vie
convergenti, una mole di nemici anche più grossa della preveduta,
e conobbe non restargli pel momento altro scampo che una subita
ritirata, cammin facendo, meditando alla distretta in cui si trovava,
e compiendo rapidamente l’analisi e la sintesi dei molti partiti che
gli si affacciavano, allora gli balenò l’ardito concetto di farsi
della ritirata lo strumento della vittoria, e intanto che il nemico
allucinato inseguiva la sua ombra sulla strada di Corleone, marciare
per l’opposta via all’assalto di Palermo.