XIX.

Della mossa del 21 però i vantaggi non potevano essere immediati:

essa era un passo preparatorio, la condizione indispensabile al

conseguimento dello scopo finale; ma non poteva ancora dirsi per sè

sola decisiva. Garibaldi, con quella marcia, s’era sottratto, a dir

così, alla vista del nemico, ponendosi «in più facile comunicazione

coll’interno e la parte orientale dell’Isola;[61]» aveva guadagnato un

terreno più acconcio alle utili manovre e che gli avrebbe permesso fin

all’ultimo la scelta tra l’offensiva e la difensiva, tra l’attacco e la

ritirata; ma l’ora e il modo della difesa o dell’offesa, anzi la stessa

decisione tra l’assalto e la ritirata erano altrettanti termini nuovi

d’un problema nuovo, e di cui soltanto gli eventi potevano suggerirgli

la soluzione. Gli eventi però a que’ giorni correvano veloci.

Dopo avere per ben ventiquattro ore perduto ogni traccia di Garibaldi,

anco i Regi s’erano raccapezzati, e scoperto alla fine il suo nuovo

rifugio, parevan risoluti a non lasciargli più un sol giorno di

tregua. Il general Lanza (inviato a Palermo Commissario _alter ego_

del Re a surrogare il Castelcicala revocato) aveva ordinato infatti

che due colonne muovessero simultaneamente dalla capitale, la prima da

sinistra per Monreale, la seconda di fronte per La Grazia, ad assalire

il filibustiere nel suo campo di Parco, procacciando di chiudervelo

dentro e di schiacciarlo d’un colpo. Ma il filibustiere vegliava, e

scoperta egli stesso dalla cima del Pizzo del Fico la duplice mossa

del nemico, n’aveva indovinato l’ultimo fine. Sulle prime però, o non

avesse ben calcolato le forze del nemico, o confidasse nella forte

postura, o sperasse soccorso dalle bande del La Masa che campeggiavano

sui monti di Gibilrossa alla sua destra, parve deciso ad accettare la

battaglia, e ne fece tutti gli apparecchi. Ma alla mattina del 24,

meglio contati i nemici e avvistosi soprattutto che la colonna di

sinistra, capitanata dai colonnelli Von Meckel e Bosco, camminando

per le scorciatoie dei monti, minacciava di cader sulla sua via di

ritirata; composta prontamente una forte retroguardia coi Carabinieri

genovesi e due compagnie, e imposto loro di contrastar più a lungo che

fosse possibile le alture di Parco, ripiega col grosso della colonna su

Piana de’ Greci. I nemici tuttavia avevan già guadagnato molto terreno;

i Carabinieri eran già stati forzati a cedere da Parco; i Cacciatori

del Bosco comparivano già sulle cime di sinistra a piombo della

strada di Piana. Urgeva il pericolo, e Garibaldi fu pronto ancora al

riparo, rimandando quegl’infaticabili Carabinieri a coronar le alture

fiancheggianti la via e ponendosi egli stesso sulla difesa all’entrata

di Piana; ma confidando assai più sulla probabile stanchezza de’

persecutori e sull’appressarsi della sera, che sulle sue forze. Nè

s’ingannò. Durava da alcune ore l’avvisaglia sulla montagna, e già i

Carabinieri, estenuati dalla fatica e dalle perdite, più non reggevano

al disuguale cimento; quando il Comandante borbonico, visto che

annottava e stimando forse opportuno di attendere l’arrivo delle altre

colonne, deliberò, nella certezza di chi tiene ormai la preda in pugno,

di differire all’indomani l’assalto. Appunto domani era tardi.

Garibaldi, approfittando della breve tregua, traversa Piana de’ Greci

senza sostarvi; bivacca alcune ore della notte in una boscaglia

vicina; poi innanzi giorno ripiglia di nuovo la ritirata per la

strada di Corleone. Giunto però al punto dove si stacca la strada di

Marineo, affida le artiglierie, gli impedimenti e una compagnia di

scorta all’Orsini, ordinandogli di continuare, senza spiegargli di

più, la marcia per Corleone;[62] mentre egli svolta rapido col forte

della colonna per la traversa di Marineo, dove, riposatosi poche ore,

contromarcia celerissimamente per Misilmeri, e si trova prima che la

giornata del 25 tramonti, liberi i fianchi e le spalle da ogni nemico,

sulla strada di Palermo.

All’alba del 25 però anche i Napoletani furono pronti alle armi; ma di

quale maraviglia restassero colpiti nel veder Piana de’ Greci e tutti i

dintorni vuoti di nemici, lo scrivano essi. Convinti però che oramai la

sola paura sospingesse Garibaldi, si pongono risoluti sulle sue orme,

e raccolto da paesani che cannoni, cannonieri e bagagli si son visti

sfilare per la strada di Corleone, giustamente sillogizzando che con

essi debba pure essere il maggior nerbo de’ ribelli, quindi il loro

capo, ripigliano ad occhi chiusi la loro caccia spensierata, spacciando

allegramente a Palermo ed a tutta l’Isola: «Garibaldi fuggiasco fra le

montagne; prossima la sua totale disfatta.»

Era l’inganno, di cui Garibaldi aveva bisogno: era il compimento

del suo disegno. Il qual disegno non nacque già tutto intero per

miracolosa fecondità di genio, d’un sol getto e in un solo istante;

ma fu lentamente covato, preparato, compíto, perfezionato; il che ne

accrescerà agli occhi degl’intendenti il pregio e la meraviglia.[63]

Fino alla marcia da Renna al Parco, Garibaldi non ebbe ben ferme in

mente che queste due idee: portarsi sopra un terreno più propizio;

tirare il nemico fuori di Palermo per batterlo divisamente, potendo,

stancheggiarlo o scivolargli in mezzo, secondo l’opportunità e la

forza.

Quando però la mattina del 24 si vide piombare addosso, per due vie

convergenti, una mole di nemici anche più grossa della preveduta,

e conobbe non restargli pel momento altro scampo che una subita

ritirata, cammin facendo, meditando alla distretta in cui si trovava,

e compiendo rapidamente l’analisi e la sintesi dei molti partiti che

gli si affacciavano, allora gli balenò l’ardito concetto di farsi

della ritirata lo strumento della vittoria, e intanto che il nemico

allucinato inseguiva la sua ombra sulla strada di Corleone, marciare

per l’opposta via all’assalto di Palermo.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 23 / 147 题