Palermo dormiva ancora. Sorpresi essi pure dall’inaspettato assalto,
già tratti in inganno da falsi allarmi perfidamente simulati dalla
Polizia, e minacciati di morte coloro che al tuonar del cannone fossero
trovati per le vie, i Palermitani avevano alquanto esitato prima
di prestar fede ad un risveglio tanto fortunato; e come gente non
libera ancora dal sospetto d’un’insidia o dal timore d’un’imprudenza,
si tennero chiusi e celati nelle loro case ad attendere che gli
avvenimenti colla stessa luce del giorno si rischiarassero. Ma a poco
a poco una finestra si socchiude; un uscio si apre; una, dieci, cento
persone cominciano a far capolino; i più curiosi o i più animosi
s’avventurano nella strada; altri corrono a’ campanili a dar nelle
campane; la gran nuova si spande, il grande fatto si conferma, e
finalmente tutta la più gagliarda e patriottica parte della popolazione
(dir tutta la città sarebbe ancora troppo presto) si precipita festante
sui passi dei liberatori, offre loro i primi conforti e i primi
soccorsi e si mesce al gran fiume della rivolta.
[Illustrazione: Piano delle Operazioni sotto PALERMO]
E non v’era un istante da perdere. Alle 6 del mattino la situazione
dei due belligeranti, per dirlo alla moderna, era questa: i ribelli
occupavano precariamente Fiera Vecchia, e il tratto della città
compreso tra la Porta Sant’Antonino e Porta Termini, meno alla destra
la caserma di Sant’Antonino e, più a sinistra, i dintorni dell’Orto
botanico; i Regi invece: Porta Montalto, Palazzo Reale, Porta Macqueda,
il Castellamare, tutta la Marina; quanto dire quattro quinti della
perifería.
E alla tattica bontà delle posizioni rispondeva la forza del numero
e la ricchezza de’ mezzi di guerra. Per la rivolta ottocento camicie
rosse[66] stremate, indigenti d’ogni cosa, e da tre ai quattromila
Picciotti armati e agguerriti come sappiamo; per il Borbone ventimila
soldati ben istrutti, ben pasciuti, straricchi d’artiglierie, di
munizioni, di viveri, d’ogni ben di Dio, fiancheggiati da quattro
fregate, protetti da due forti e da numerose caserme, massiccie quanto
i forti, padroni di tutte le loro comunicazioni, liberi d’essere
soccorsi dal mare e dalla terra, quando che sia.
Però nulla di più precario, di più incompiuto, di più periglioso
della vittoria garibaldina. Tutta la loro conquista poteva dirsi la
conquista d’una mina, che da un istante all’altro poteva saltare e
seppellirli sotto monti di rovine. Conveniva dunque strapparne subito
al nemico le miccie o, per uscir di metafora, metter Palermo in istato
di difesa, allargarvi quanto più era possibile la rivolta, rompere la
cerchia nemica, occuparne i principali punti strategici, assicurarsi
infine quelle tre condizioni indispensabili ad ogni guerra: posizioni
per combattere; comunicazioni per manovrare; base d’operazione per
rifornirsi.
E a tutto ciò fu, con maravigliosa rapidità, provveduto. Garibaldi,
appena raccolta la sua gente, si inoltrava fino al Palazzo Pretorio
e vi piantava il suo Quartier generale; occupava i quattro Cantoni,
centro delle due grandi vie che segano in croce la città, e vi si
asserragliava; istituiva un Comitato provvisorio, di cui faceva capo
il dottor La Loggia e poco dopo una Commissione delle barricate,
di cui eleggeva presidente il duca Della Verdura; chiamava di nuovo
tutti i Palermitani alle armi, ed abbozzava un primo nucleo di guardie
nazionali; spingeva, non senza combattimenti, i suoi avamposti verso
Palazzo Reale fino a Piazza Bologna, e verso Porta Macqueda fino alla
Villa Filippina; faceva nella giornata stessa attaccare la caserma
di Sant’Antonino rimasta in potere dei Regi, e prima di sera se ne
impadroniva; infine trasfondeva in tutti i petti un raggio della sua
serenità e una favilla della sua fede, forze inespugnabili.
E ciò non ostante il generale Lanza era sempre arbitro, purchè l’avesse
voluto, del campo. Un istante d’energia, un contrassalto ben combinato,
uno sforzo appena volonteroso di que’ ventimila uomini, e Palermo
tornava sua. Ma era chieder troppo a siffatto Capitano ed a siffatto
esercito. Però l’unica prodezza, di cui l’uno e l’altro furono capaci,
fu il bombardamento; e già fin dalle 10 del mattino, dai forti di
Castellamare e dalla Squadra ancorata di faccia a Toledo, cominciò a
piovere sulla città, principalmente ne’ dintorni di Palazzo Pretorio,
un nuovo diluvio di granate e di bombe; sprezzato, a dir vero, dai
combattenti, e in sulle prime poco dannoso alla città, ma preludio di
rovina maggiore.
L’indugio invece fu la fortuna dei ribellati. Giuseppe Sirtori, a capo
d’una mano di Legionari e di Picciotti, fatta base il convento de’
Benedettini, riusciva ad impadronirsi del bastione di Montalto, punto
avanzato sulla sinistra del Palazzo Reale; quasi contemporaneamente
un’altra compagnia de’ Mille, Bergamaschi quasi tutti, guadagnava, non
senza fiera lotta, la Piazza della Matrice e i dintorni del Burrone,
del Papireto e di Porta Sant’Agata; sicchè per queste conquiste
venivano tagliate le comunicazioni tra il Castello ed il Palazzo
Reale, e gli approcci della rivolta avvicinati sempre più agli estremi
baluardi della resistenza nemica. E quel che accresceva la maraviglia,
era che ogni barricata sorgeva sotto il diluviare delle bombe; ogni
palmo di terreno era guadagnato fra il crepitar degl’incendi, il
crollar delle case, le urla delle vittime sepolte sotto le rovine, o
trucidate nella fuga dalla ferina vendetta soldatesca.
Infatti il bombardamento dopo alcune ore di sosta aveva ripreso, nel
28 mattina, continuando fin nel cuore della notte con frenetica rabbia
e facendo della miseranda, ma invitta città, un immane sterminio. Il
vasto e ricco monastero di Santa Caterina ardeva tutto intero, assieme
al lungo tratto di botteghe e di case che rispondevano sulla Strada
Toledo: il Palazzo arcivescovile era saccheggiato, i ricchi monasteri
dei Sette Angioli e della Badia Nuova saccheggiati e incendiati, il
palazzo del principe di Carini distrutto; quelli del principe di Cutò
e del marchese d’Artale smantellati. «In un remoto chiassuolo della
città (scriveva un egregio Palermitano, spettatore della terribile
tragedia[67]), presso alla Via del Pizzuto, la esplosione d’una sola
bomba cagionava lo scempio di ventidue innocenti, ed erano in maggior
parte donne e bambini: orrendo spettacolo quello di corpi oscenamente
mutilati e squarciati, spettacolo commovente e pietoso quello d’intere
famiglie, nude, raminghe, con vecchi e infermi che trascinavansi a
stento e fuggivano gli abbattuti lor tetti. D’un subito, nella zona
superiore della città, a dritta del Palazzo regio, sollevasi un vortice
caliginoso di fiamme: ed è il bruciamento e la distruzione di tutto
un quartiere. Dal Palazzo le napoletane milizie procedono verso la
Piazza Grande e la Piazzetta de’ Tedeschi: la insurrezione ha preso
appena a minacciar da quel lato; ed ecco i soldati trapassare di casa
in casa, scassinare le porte, saccheggiare e disperdere quanto vi si
trovasse per entro, macellarvi i sorpresi e sbigottiti abitanti ed
appiccarvi l’incendio. A chi fuggiva sì traea co’ moschetti; a chi
chiedeva mercede s’insultava, poi si dava la morte: s’inducevano i
miseri a ricattarsi svelando le preziosità e le masserizie nascoste,
e, appagata la rapace ingordigia, seguivano le ferite e il sangue; si
stupravano donne e fanciulle, poi scannavansi, e dopo loro i padri, i
mariti, i fratelli: il nome del Re suonava da’ manigoldi acclamato fra
le strida che sfuggíano alle vittime: e di quelle immanità e di quei
fatti potrebbero allegarsi senza fine gli esempi, e non era guerra,
ma eccidio efferato e vilissimo eccidio, non da uomini, ma da bestie
crudeli. Il fuoco infuriava quel giorno per vasto recinto di edifici
e di strade; infuriava nella notte e ne’ due giorni seguenti; e in
quell’accesa fornace cuocevano e soffocavano umane creature, senza
difesa e senza scampo immolate.»
Mille e trecento furono le bombe lanciate dal Castello e dalla Squadra
senza contar le palle e la mitraglia: cinquecento trentasette i
cadaveri ufficialmente numerati fino al 12 giugno.[68] Orrendo scempio
che Lord Brougham nel Parlamento inglese pareggiava al neroniano e
Lord Palmerston aggiungeva: «indegno del nostro tempo e della nostra
civiltà.[69]»