Intanto anche Garibaldi s’era rimesso in cammino. Scritto a Rosolino
Pilo per annunziargli la vittoria del 15 e «la speranza di rivederlo
presto;[57]» inviato nuovamente il La Masa[58] a far nuova gente nei
distretti di Misilmeri e di Corleone; spediti messaggi sul Continente
per annunziare la vittoria, e chieder soccorsi d’armi e munizioni;[59]
il 17 di buon mattino riprese la marcia per Alcamo, dove,
festeggiandosi l’Assunta, fu dal Pantaleo condotto in chiesa a ricevere
la benedizione; il 18 continuò per Partinico; il 19 infine salì per
Borgetto al Passo di Renna, d’onde s’offerse agli sguardi attoniti de’
Mille tutto lo splendido panorama della Conca d’Oro, e in quella gloria
di cielo e di mare, Palermo.
Colà però era mestieri arrestarsi: Ercole era al bivio: qualunque passo
fuori di quella gola di Renna poteva essere decisivo. Appunto perchè
la mèta appariva sì attraente e sì prossima, tanto più conveniva non
lasciarsene ammaliare e guardarsi da tutti gli agguati che potevano
circondarla. Molte erano le vie che conducevano a Palermo; ma non
era per anco dimostrato che la più breve e la più diretta fosse la
più sicura. Nulla di più ovvio a primo tratto che scender rapidi da
Renna, calar improvvisi su Monreale, e di là, ripetendo le cariche
di Calatafimi, entrare, commisti al fiotto de’ nemici sgominati,
nell’agognata città; ma chi assicurava che la tattica eroica sarebbe
sempre la più fortunata, e non fosse invece da saggio e accorto
Capitano scemare colla prudenza e coll’arte le difficoltà d’un cimento
che poteva essere decisivo?
Questo il problema; e il solo avere ordinato quella sosta di Renna,
dimostra che Garibaldi ne aveva presentito fin dalla prima tutta la
gravità. Però non gli occorse gran tempo a risolverlo. Un rapido esame
delle posizioni nemiche, un’occhiata alla carta ed al terreno l’avevano
già fatto accorto di questi due fatti: che i Borbonici appostati
a Monreale lo aspettavano da quella banda, sicchè ogni speranza di
sorpresa dileguava; e che prendendo quella strada, all’aspetto più
corta, egli andava a chiudersi in una specie di angiporto, nel quale,
perduta una battaglia, tutto sarebbe perduto.
Era evidente infatti che, se il colpo di mano su Palermo falliva,
i Mille venivano a trovarsi rinserrati tra il mare da un lato ed
i forti presidii di Palermo e di Trapani dall’altro, senza alcuna
possibilità di scampo e di salvezza veruna. Ora Garibaldi non era uomo
da cadere in siffatto errore; e prontamente risolvendo come prontamente
aveva giudicato, abbandonava ogni pensiero d’assalire Palermo dal
lato occidentale, e deliberava di tentarla dal lato di mezzogiorno,
trasportandosi celeremente a cavaliere delle due strade di Piana de’
Greci e di Misilmeri, e manovrando su quello scacchiere. Ad effettuare
però l’ardito disegno una condizione era indispensabile: che il nemico
non avesse sentore della sua marcia di fianco, e perdurasse fino
all’ultimo istante nell’inganno che egli mirasse sempre ad attaccare la
capitale dalla banda di Monreale, scendendovi direttamente dal campo di
Renna. Necessario perciò mascherare di molte finte e accorgimenti la
mossa vera; al che Garibaldi si apprestò con tutta l’arte, di cui era
maestro.
Mandato avviso a Rosolino Pilo di accendere molti fuochi, e di simulare
grandi movimenti sulla sua montagna affine di attirare sempre più da
quel lato l’attenzione del nemico, ogni cosa predisposta in Renna per
la levata del campo, scende egli stesso a capo d’una forte ricognizione
fino al villaggio di Pioppo, col duplice fine di scoprire più davvicino
gli andamenti dei Regi, e di ribadirgli nella mente ch’egli meditasse
sempre di tentar Palermo per quella via. E ci riesce. I Borbonici,
colti al grosso zimbello, escono a loro volta da Monreale ad affrontare
il temerario nemico; le due avanguardie si scontrano, barattano alcune
fucilate: ma non appena l’accorto Condottiero le vide bene alle prese,
lascia l’ordine all’avanguardia sua, divenuta retroguardia, di ripiegar
combattendo; risale rapidamente col grosso della colonna a Renna;
spianta il campo, smonta i cannoni e li affida alle spalle di robusti
montanari; alleggerisce quanto può i carriaggi, e sul calar del giorno
piega a destra per una via asprissima di montagna, cammina l’intera
notte, entro una tenebra fittissima, sotto un uragano diluviale, sopra
un terreno stemperato da pioggie quatriduane, e riesce tuttavia ad
afferrare colla intiera colonna, miracolosa di costanza, come là,
era stata a Calatafimi di valore, le opposte alture di Parco e a
fronteggiar Palermo dal lato di mezzogiorno.
«Io non ricordo (scriveva quindici anni dopo Garibaldi stesso), io non
ricordo d’aver veduto una marcia simile e tanto ardua nemmeno nelle
vergini foreste dell’America,[60]» e certo egli avrebbe potuto contare
la giornata del 21 maggio come una delle sue più fortunate, se non
gli fosse stata amareggiata da un crudele annunzio: nel giorno stesso
Rosolino Pilo, mentre dalle alture di San Martino stava scrivendogli,
era colto in fronte da una palla borbonica e stramazzava freddo sul
colpo. Onore perpetuo alla magnanima sua ombra!