«Aiuto e pronto aiuto,» aveva scritto a Palermo, la sera stessa
del 15, il general Landi; ma poi temendo che assai più dell’aiuto
degli amici, fosse pronta una nuova visita dei nemici, alla prima
alba del 16, in grandissima fretta, con raddoppiate cautele, diede
le spalle anche a Calatafimi, e per la strada d’Alcamo e Partinico
s’incamminava alla volta di Palermo. La sua partenza però ebbe ben
presto più somiglianza di fuga che di ritirata. I Mille, spossati
dalla cruenta fatica della vigilia, non avevan potuto inseguirlo; ma
quello che essi tralasciarono, lo compierono i paesani. Gli abitanti
di Partinico, infatti (fierissimi fra i Siciliani), esaltati dalle
novelle di Calatafimi, s’erano accordati con alcuni sbrancati delle
squadre di appostarsi fuori della città e al primo apparire della
schiera aborrita piombarle addosso e finirla. Il disegno era temerario,
e il successo prevedibile. I battaglioni regi ebbero presto ragione
di quei contadini quasi inermi, e chi pagò per tutti fu la povera
Partinico, che, abbandonata dallo stesso general Landi al ferro ed
al fuoco, patì per tre ore tutti i flagelli del furore soldatesco.
Ma il sangue frutta sangue; e appena il grosso della colonna nemica
fu sfilata, guai agli sbandati, guai ai feriti, guai ai tardigradi! I
Partinichesi sbucano dalle case ancora crepitanti dal recente incendio,
tornano dai campi, ridiscendono dai monti dove li aveva dispersi il
terrore, e avventandosi colla voluttà d’un lungo odio che si disseta
su quanti Borbonici cadono loro fra le mani, ne fanno orrendo macello.
Nè soltanto sui vivi infuriò la immane vendetta, i cadaveri stessi
non ottennero perdono; e due giorni dopo i Mille passando per di là
videro ammucchiati nei fossati cataste di corpi borbonici arrostiti,
e strascinati per le vie, putrido pasto a’ cani, frammenti d’ossa e
lacerti di carni umane.[56]