Noi non presumiamo descriverla. In siffatti combattimenti, dove tutta
l’arte riducesi a chi primo avanza o retrocede, e tutto lo spettacolo
in un succedersi alternato di assalti e di fughe, di singolari certami
e di epiche mischie, lo storico militare non ha più voce; la tavolozza
d’un Meissonier, la fantasia d’un Victor Hugo dovrebbero parlare per
lui.
«Ad ogni terrazza una scarica, una corsa fremebonda sotto la mitraglia
nemica, una mischia rapida, muta, disperata, un momento di riposo a’
piedi della terrazza conquistata, e daccapo un’altra scarica, un’altra
corsa, un’altra mischia, altri prodigi di valore, altro nobile sangue
che gronda, altri Italiani che uccidono Italiani;[51]» finchè viene
un punto, in cui il coraggio avendo ragione del numero, e la costanza
della morte, il nemico, scacciato da altura in altura, abbandona il
campo: ecco Calatafimi.
Svariati, invece, e mirabili gli episodi del valore personale. Qua
il Bixio che urla, tempesta, fiammeggia, galoppa contra il nemico
colla furia del Telamonio; là il Sirtori, montato su uno squallido
cavalluccio, tutto vestito di nero, abbottonato fino al mento come
un quacquero, che s’avanza in mezzo alla mischia, lento, impassibile,
melanconico, più somigliante ad un sacerdote che benedica que’ bravi,
o all’apostolo che cerchi il martirio, anzichè ad un soldato; mentre
poco lunge, a render più vivo il contrasto, «un frate francescano
caricava un trombone con manate di palle e di pietre, si arrampicava
e scaricava a rovina.[52]» Altrove Deodato Schiaffino, da Camogli,
leonardesca figura di Genovese, più biondo di Garibaldi, ma più alto
e tarchiato di lui, presa in mano una piccola bandiera, s’avventa,
seguito dal Menotti, dall’Elia e da altri pochi nel fitto de’
battaglioni napoletani; ma ad un tratto eccolo spalancare le braccia,
abbandonare la bandiera e stramazzare crivellato il largo petto da una
scarica intera, fra una cerchia di nemici. A quella vista il Menotti si
precipita per ricuperare la bandiera e vendicar l’amico; ma una palla
gli fracassa la destra, e lo costringe a sua volta a lasciare al nemico
la contrastata insegna; preda male decantata dai Regi, poichè quella
pretesa bandiera non era che un umile cencio tricolore improvvisato da
qualche gregario, e di cui lo Schiaffino s’era fatto in quel momento
dell’assalto volontario alfiere. Incontrastabile invece, glorioso
il trofeo del cannone da montagna, centro per parecchi minuti d’una
zuffa accanita, strappato finalmente ai Regi a prezzo delle vite più
preziose.
E girando per il campo avreste incontrato ancora, ora il Bandi di
Siena, grondante da più ferite; ora il Majocchi di Milano, fracassato
un braccio; ora l’elegante Missori, l’occhio livido da una sassata;
e qua e là stesi a terra, placidi, composti, colla faccia vòlta al
nemico, il Sartori di Sacile, morto; il Pagani di Borgomanero, morto;
il Montanari, veterano di Montevideo e di Roma, morto.
E non parliamo di Garibaldi. In quella pugna, dove il Capitano
s’identificava all’eroe, egli era gigante. A piedi colla sciabola
inguainata sopra una spalla, il mantello ripiegato sull’altra,
inerpicandosi su per que’ greppi coll’agilità d’un montanaro e l’ardore
d’un gregario; gridando di quando in quando uno squillante _Avanti_,
che echeggiava nel petto dei Mille come un clangore di trombe;
incoraggiando con amorose parole i feriti che trovava per via; pagando
d’un sorriso i forti e invitandoli a riposarsi, egli seguiva, sereno,
imperturbato, infaticabile, tutte le peripezíe della pugna; ed ora
partecipandovi, ora dominandola, attento a tutti i casi, esposto a
tutti i pericoli, e pronto a tutti i consigli, ne era davvero, per la
sola sua presenza, l’anima invisibile e il Genio tutelare.
Finchè egli era vivo, la speranza viveva; lui morto, tutto era perduto.
E lo sentivano i suoi Mille; lo sentivan così quelli che da lontano
vedevano sparire e ricomparire nella zuffa il suo mantello grigio,
come quelli che l’attorniavano e gli facevano scudo de’ loro corpi;
l’aveva sentito il suo Bixio che fin dai primi assalti lo scongiurava a
ritirarsi, per amor d’Italia; l’aveva sentito l’Elia, quando al vederlo
preso di mira da un Cacciatore regio balzava davanti a lui e riceveva
egli nella bocca la ferita quasi mortale, destinata forse al cuore del
suo Generale.
Ma egli un’altra cosa anche più grande sentiva: che in quel giorno, su
quel monte, bisognava vincere o morire; e che qual si fosse la sorte,
egli doveva correrla tutta coll’ultimo de’ suoi. E fu anche quella
l’idea salvatrice della battaglia. A un certo punto, dopo il secondo o
il terzo assalto, affranti, sfiniti gli assalitori; sempre rinnovati,
sempre più forti gli assaliti; parendo ormai impossibile la vittoria,
e disperata la giornata, il Bixio stesso s’arrischiò a susurrargli:
«Generale, temo che bisognerà ritirarsi.» — «Ma che dite mai, Bixio!»
rispose, sereno e solenne, Garibaldi: «Qua si muore.» Sul campo
d’Hastings, la Calatafimi normanna, Guglielmo il conquistatore gridava
a’ suoi: «Qui fuira sera mort, qui se battra bien sera sauvé.[53]»
Garibaldi esprimeva con diverse parole lo stesso pensiero; il pensiero
di tutti i grandi Capitani,[54] il pensiero vincitore di tutte le
battaglie: la più difficile delle vittorie appartiene sempre ai più
costanti.
E l’ultimo sforzo della loro costanza i Mille non l’avevano fatto
ancora. Sei terrazze erano conquistate, restava la settima. I nostri,
decimati dalle perdite, dalla stanchezza, dal diradamento naturale
che avviene su tutti i campi di battaglia, eran ridotti a poco più che
tre o quattro centinaia; ma restava pur sempre quell’ultima terrazza,
ed era forza espugnarla. «Ancora quest’assalto, figliuoli (disse loro
Garibaldi), e sarà l’ultimo. Pochi minuti di riposo; poi tutti insieme
alla carica.»
E quel pugno d’uomini, trafelato, pesto, insanguinato, sfinito da tre
ore di corsa e di lotta, trovata ancora in quelle maliarde parole
la forza di risollevarsi e tenersi in piedi, riprese, come gli era
ordinato, la sua ascesa micidiale; rigando ancora ogni palmo dell’erta
terribile d’altro nobile sangue; scrollando ancora senza vacillare il
nembo infocato della moschettería nemica; risoluto all’estremo cimento,
risoluto all’ecatombe. Ma come l’eroe aveva preveduto, la fortuna
fu coi costanti. Incalzati nuovamente di fronte da quel branco di
indemoniati che pareva uscissero di sotterra, sgomenti dall’improvviso
rombo dei nostri cannoni che il bravo Orsini era finalmente riuscito a
portare in linea, turbati dal clamore crescente delle squadre sui loro
fianchi, i Borbonici disperano di vincere, e voltate per la settima
volta le spalle, abbandonano il monte combattuto e non s’arrestano più
che dentro Calatafimi.
Il miracolo era compiuto; la giornata era vinta; e all’indomani
Garibaldi stesso lo annunciava ai suoi Mille, da Calatafimi già vuota
di nemici, con quest’Ordine del giorno:
«Con compagni del vostro valore posso tentare qualunque impresa, e
ve lo mostrai ieri conducendovi ad una vittoria, ad onta del numero
dei nemici ed attraverso le loro forti posizioni. Feci un giusto
conto delle nostre baionette ben taglienti, e vedete che non mi
sono ingannato.
»Mentre deploro la triste necessità di dover combattere contro
soldati italiani, debbo nullameno confessare di aver trovato una
resistenza degna di una causa migliore. E tal fatto ci mostra
quello che noi potremmo operare nel giorno, nel quale l’intiera
famiglia italiana si radunerà intorno la gloriosa bandiera della
redenzione.
»Domani la Terraferma italiana sarà tutta in festa per celebrare la
vittoria dei suoi figli liberi e dei nostri valorosi Siciliani.
»Le vostre madri e le vostre amanti cammineranno per le strade alta
la testa e con la faccia ridente, superbe di voi.
»Il combattimento ci ha costato molti cari fratelli che cadevano
nelle prime file. Nei fasti della gloria italiana risplenderanno
eternamente i nomi di questi martiri della nostra santa causa.
»Paleserò al vostro paese i nomi dei bravi che con sommo valore
conducevano alla lotta i soldati i più giovani, i più inesperti, e
che domani li guideranno alla vittoria sopra un campo più ampio;
essi sono destinati a rompere gli ultimi anelli delle catene che
tengono avvinta la nostra cara Italia.
»GIUSEPPE GARIBALDI.»
Nel qual Manifesto però noteremo noi pure con uno storico,[55] che
tanto erano dovuti gli elogi ai vincitori, quanto immeritati quelli
dispensati ai vinti. Magnificare il valore de’ nemici per accrescere
la gloria del proprio esercito è antico costume d’ogni Capitano,
e Garibaldi fece ottimamente ad imitarlo; ma contro alla sentenza
dettata dalla generosità o dalla convenienza, la verità storica tosto
o tardi protesta e pronuncia in appello. Non è vero che la resistenza
dei Napoletani a Calatafimi sia stata degna d’una causa migliore.
Militarmente parlando, essa non fu degna d’alcuna causa. Combattere
al sicuro, trincerati su posizioni quasi inespugnabili; accogliere gli
assalitori finchè eran lontani con furiosi fuochi di fila nutriti colla
precisione d’una piazza d’arme, ma appena che il ferro delle baionette
garibaldine balenava sui loro occhi, ripiegarsi sopra una posizione
più alta, e poscia sempre, colla stessa tattica, sopra una seconda,
una terza, una quarta fino all’ultima, ecco tutto il valore, ecco la
tattica loro. Non un contrassalto energico, non una diversione ardita,
non una mossa qualsiasi che potesse far costar cara la vittoria agli
avversari, e meritare il nome, a quella ininterrotta ritirata, di vera
resistenza.
Nè con ciò vogliamo dire che ai vinti mancasse ogni prodezza: erano
Italiani essi pure, e ci graverebbe il confessarlo, se anche fosse
vero. Ma non è: i soldati sono dal più al meno uguali in tutti gli
eserciti del mondo; quello che li fa diversi, è il diverso valore
degli ufficiali, de’ generali principalmente; è sopra ogni cosa il
diverso grado di quella forza morale, prodotta insieme dall’indole,
dalle tradizioni, dalla educazione, dal paese, dall’essenza della causa
difesa, e dal color della bandiera drappellata, e che si chiama spirito
militare. Ora diciamolo qui per non averlo a ridire mai più; ciò che
mancava all’esercito borbonico erano appunto quelle siffatte doti, che
sole potevan renderlo eccellente. Generali che non videro mai un campo
di battaglia; ufficiali invecchiati nelle caserme, impigriti nelle
guarnigioni, carichi di famiglia, schiavi del pane, senz’altra fede
che la carriera, senz’altra speranza che la pensione; soldati, infine,
cresciuti in una lunga tradizione di violenza e di servitù, serbati
alternamente agli uffici di scaccini e di sgherri d’una dinastia feroce
e bacchettona, e condannati alle parti di pretoriani del più abbietto
fra i dispotismi, non daranno mai la vita per il loro Re e pel loro
Paese; non vinceranno mai una battaglia; non salveranno mai nemmeno
l’onore; fuggiranno come i Napoletani a Calatafimi, o capitoleranno
come i Lanza, i Briganti, i Ghio, a Palermo, a San Giovanni, a Soveria,
trascinando nella immeritata vergogna anche lo stuolo eletto dei
valorosi.
Però quanto la sentenza di Garibaldi: «La vittoria di Calatafimi fu
incontestabilmente decisiva per la Campagna del 1860» è contestabile
nel rigoroso senso militare, altrettanto ne sembra vera e indiscutibile
nel senso morale. Dal giorno di Calatafimi la superiorità della camicia
rossa sul cappotto bigio fu inconcussamente stabilita. D’ora in avanti
ogni Garibaldino sapeva che, vinta alla baionetta una posizione,
nessuno tornava più a contrastargliela; mentre ogni soldato borbonico
era certo che, appena si trovava petto a petto con un Garibaldino,
toccava a lui a cedere, e i suoi stessi ufficiali sarebbero stati
i primi a comandargli la ritirata. E poichè la fede della vittoria
nell’uno corrispondeva esattamente alla certezza della sconfitta
dell’altro, così la ragione del numero, l’unica che ancora militasse
pei Regi, non aveva più valore, e non contava più che ad ingrossare
le torme dei fuggenti, dei disertori e dei prigionieri: miserabile
ingombro ai vincitori.