Il Governo borbonico conosceva fin da’ primi suoi apparecchi la
spedizione garibaldina; ma pur movendone qualche lagno al Governo
sardo, l’aveva superbamente disprezzata, credendo che la sua crociera
sarebbe bastata a colarla a fondo. Quando invece la vide sbarcar
felicemente sotto gli occhi delle sue fregate, non potendo più negare
il fatto, si provò a svisarlo, dipingendo gli sbarcati come una
mano di filibustieri, annunciando come una vittoria la cattura de’
loro bastimenti, già abbandonati, consolandosi colla illusione che
li avrebbe tutti esterminati, se non fosse stato l’impedimento de’
due legni inglesi. Finalmente quando i filibustieri presero terra, e
malgrado i telegrammi de’ suoi Luogotenenti che li davano per distrutti
e annichilati, li vide avanzare e ingrossare più vivi e baldanzosi
che mai, allora scosse il letargo, e intanto che la sua Diplomazia
protestava contro la perfidia del Gabinetto piemontese ed empiva di lai
tutte le Corti dell’Europa; dava ordine a Palermo di inviare contro
gl’invasori il nerbo delle sue truppe migliori, e di schiacciarli
rapidamente in un sol colpo.
Per effetto di questi ordini, una colonna di tremila fanti, cento
cavalli e quattro pezzi di artiglieria, agli ordini del generale
Landi, marciava tosto per Partinico ed Alcamo alla volta di Salemi;
mentre altre truppe navigavano per Trapani o salivano da Girgenti col
proposito di mettere i filibustieri tra due fuochi e toglier loro ogni
scampo.
Come però il Landi fu giunto, in sul pomeriggio del 14, a Calatafimi,
vista la gagliardía del sito, deliberò di appostarvisi e di aspettare
a quel varco inevitabile il nemico. Nè la postura, dato il concetto
di una difensiva, poteva essere migliore. Essa offriva in un punto
il doppio vantaggio tattico e strategico. Calatafimi, vecchia città
saracena, giace sul dorso di un colle, dal quale mediante un’agevole
sella se ne spicca un altro che serve quasi di spalla al primo, e
scendendo a terrazze, degradanti fino ad un’aperta e brulla pianura,
domina le due strade di Palermo e di Trapani, e come un bastione
bifronte la serra. Tutto quel luogo porta ancora il funebre nome di
_Pianto de’ Romani_, in memoria della rotta inflitta dagli Egestani
al console Appio Claudio, nel 263 avanti Cristo, ed ora attende che un
altro pianto lo ribattezzi _Pianto de’ tiranni._
Un cozzo adunque appariva inevitabile; tuttavia il Capitano de’
Mille, non sperando di poter espugnare colle scarse sue forze quella
formidabile altura, fermò da principio di tenersi in sulla difensiva
sulle colline di Vita, provandosi, se gli riusciva, di tirar il nemico
al piano per combatterlo quivi con maggior probabilità di fortuna.
Concepito pertanto questo disegno, stese in catena i Carabinieri
genovesi, sostenuti da una compagnia del Carini, coll’ordine di non
rispondere al fuoco nemico che assai da vicino, e assaliti da presso,
di ripiegare scaramucciando; pose al centro il restante del battaglione
del Carini; tenne in riserva quello del Bixio; lasciò l’Artiglieria
sulla strada; spinse sulle estreme alture di destra e di sinistra le
squadre siciliane dei Sant’Anna e del Coppola, e stette a sua volta ad
aspettare.
Intanto verso le 10 del mattino anche la Colonna garibaldina era giunta
a Vita a un’ora incirca da Calatafimi, e pochi istanti dopo le Guide
del Missori, spinte innanzi ad esplorare, riportavano d’aver scoperto
su per quelle cime il luccicare delle baionette nemiche. All’annunzio
Garibaldi spronò avanti per riconoscere egli pure il nemico, e vide
chiaramente che fitte colonne di Napoletani uscivano da Calatafimi per
coronare il colle vicino e scaglionarvisi in battaglia. Nel frattempo
però anche la catena dei Cacciatori borbonici era già discesa verso
le falde del monte, e di là, colle sue eccellenti carabine rigate
bersagliando la nostra avanguardia, aveva cominciato a farle patire
qualche perdita. Per alcuni istanti i bravi Genovesi si ricordarono
dell’ordine ricevuto e ressero, pazienti ed inerti, ai molesti saluti;
ma poi, a poco a poco infastiditi e irritati, principiarono a ribattere
colpo per colpo, fino a che, infocandosi l’azione, si gettarono a testa
bassa, traverso la nuda vallata, contro l’inimico.
Non era quella l’intenzione di Garibaldi; però scrive egli stesso:
«Chi fermava più quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul
nemico? Invano le trombe toccarono: _Alto!_ I nostri o non le udirono
o fecero i sordi, e portarono a baionettate l’avanguardia nemica
sino a mischiarla col grosso delle forze borboniche che coronavano le
alture.[50]»
Allora il Generale vide che non c’era più tempo da perdere, o «perduto
sarebbe stato quel pugno di prodi,» e ordinò una carica generale di
tutte le sue forze. Il Bixio da sinistra, le rimanenti compagnie da
destra; i Carabinieri, le Guide, lo Stato maggiore, Garibaldi stesso,
s’avventano a baionetta calata sulla catena borbonica; traversano
senza balenare un istante l’arsa pianura tempestata dalla moschettería
e dalla mitraglia nemica; e nel solo tempo richiesto al tragitto,
sforzano il nemico a riparare sulle prime falde del monte. Era il
prologo della battaglia; ma il dramma e la catastrofe eran lontani,
in alto, molto in alto, là sulla cima di quel monte che il nemico
occupava, e per giungere alla quale era mestieri salire per sette
ardui scaglioni, custoditi da forti battaglioni squisitamente armati
e da quattro bocche d’artiglieria, e ai quali que’ poveri Mille non
potevano opporre che le punte arrugginite delle loro baionette, il loro
ardimento e i loro petti.
Lo vide Garibaldi, ma intendendo che la vittoria era a quel patto,
e che in quel giorno, su quel monte, si decidevano le sorti della
Sicilia, deliberò di tentare il cimento.
Concesso pertanto un po’ di riposo a’ suoi Legionari; prescritto lo
stesso ordine di battaglia; avvisate le bande di appoggiare dalle
loro cime il movimento; fece dar nuovamente nelle trombe, e si slanciò
contro il primo scaglione. Era il tocco e mezzo! incominciava allora la
vera battaglia.