«Siciliani!
»Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico grido
della Sicilia — resto delle battaglie lombarde. — Noi siamo con voi
— e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra.
— Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. — All’armi dunque;
chi non impugna un’arma, è un codardo o un traditore della patria.
Non vale il pretesto della mancanza d’armi. Noi avremo fucili, ma
per ora un’arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra d’un
valoroso. I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai
vecchi derelitti. — All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora
una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente
volontà d’un popolo unito.
»G. GARIBALDI.»
Con queste parole annunziava ai Siciliani la sua calata nell’Isola,
e il gagliardo appello diffuso prestamente da mani fidate in tutte le
terre circostanti, correva come caldo soffio sulle ceneri semispente
della rivoluzione, e ne sprigionava una vampa novella.
Intanto però una cosa urgeva: marciare avanti al più presto. Marsala
tanto propizia all’approdo, non lo era del pari alla dimora. Confinata
in un angolo estremo dell’Isola, segregata dai maggiori centri
dell’insurrezione, esposta ad essere circuita in brev’ora così dalla
terra come dal mare, ogni buona cagione politica e militare consigliava
a levarne senza indugio le tende.
Oltre a ciò Garibaldi aveva compreso che, se v’era impresa in cui
confidarsi alla celerità delle mosse, era quella; e provetto di
quell’arte, fu risoluto di usarla da par suo. Comandò quindi che alla
prima alba dell’indomani fosse suonato a raccolta e tutta la Colonna
pronta alla partenza. Non aveva ancora fermo in mente alcun disegno
preciso; ma vedeva però già chiara questa necessità: camminare diviato,
per la più retta, su Palermo, salvo a prender più tardi consiglio dai
casi e dalle fortune. Ora la via più retta era quella appunto che da
Marsala va per Salemi, Alcamo, Partinico, Monreale, e che correndo fra
due altre strade conducenti con giri più tortuosi al medesimo scopo,
gli lasciava aperto il campo a quei volteggiamenti ed a quelle finte,
di cui era maestro.
Con questa semplice idea nella mente, la mattina del 12 fece dare
nelle trombe. Nessuna marcia di esercito potente e vittorioso fu più
allegra, come la prima di que’ poveri Mille, cui poteva attendere tra
poco l’ultimo sterminio. Gli è che per essi il solo esser sbarcati
su quella terra, era già una conquista, e il passeggiarla co’ loro
piedi un trionfo. Alla lor testa camminava Garibaldi stesso. A Marsala
erano stati presi alcuni cavalli, e il Generale aveva ricevuto in
dono un’eccellente puledra; tuttavia dopo averla montata per breve
tratto fuori della città, ne era sceso per marciare a piedi co’ suoi
commilitoni e dividere con essi la fatica gioconda di quella prima
tappa. E i Mille seguivano, alacri e giulivi quali mai non erano
stati, ballando, avreste detto, più che camminando, burlandosi della
canicola, non avvertendo la sete, cantando in dieci dialetti diversi le
loro vecchie canzoni di guerra; osservando, paragonando, illustrando
più come una brigata di viaggiatori artisti che come una colonna
di soldati, gli spettacoli dell’insolita natura; apostrofando ogni
Siciliano, e più, s’intende, ogni Siciliana, che incontrassero per
via, di cui ammiravano e commentavano, secondo i gusti, il vernacolo
melodioso, i grand’occhi neri, la tinta olivigna, i fieri aspetti de’
maschi, la selvaggia bellezza delle donne, l’orrendo sfacelo delle
vecchie, la innocente nudità dei bambini.
Così la Colonna era giunta a Rampagallo, feudo di un barone Mistretta,
a mezza via tra Marsala e Salemi, e colà fu ordinato il _grand’alto_.
Se non che, considerato l’ora tarda, la stanchezza già incipiente della
truppa, l’inopportunità di arrivare in Salemi di notte, la scarsezza
di notizie del paese circostante, Garibaldi deliberò di fermarsi nel
luogo stesso dove era giunto e di pernottarvi. E fu a Rampagallo
che cominciarono a comparire i primi segni di quella insurrezione
siciliana, di cui sino allora, a dir vero, eran corse più le novelle
che apparse le prove. Infatti i due fratelli Sant’Anna e il barone
Mocarta, che campeggiavano coi resti delle bande del Carini sui
monti del Trapanese, appena udito lo sbarco del Liberatore, si erano
affrettati, con una mano dei loro, sulle sue traccie, e raggiuntolo
al bivacco di Rampagallo gli si eran presentati. Non eran più di
cinquanta; coperti la più parte di pelli di caprone, e armati di
vecchie scoppette e di pistole arrugginite; ma se Garibaldi avesse
veduto arrivargli il soccorso d’un intero esercito, non sarebbe stato
più radiante. Questi abbracciava, a quelli stringeva la mano, per tutti
trovava qualcuna di quelle sue maliarde parole, di quelle sue note
carezzevoli, di quei suoi sorrisi fascinatori che furono dovunque,
ma saranno principalmente fra i Siciliani, il maggior segreto del suo
trionfo.
Occupato pertanto il rimanente della giornata a riordinare la Legione,
che fu ripartita in otto compagnie e due battaglioni ai comandi del
Bixio e del Carini, e ad organizzare coi marinai del Piemonte e del
Lombardo una compagnia di cannonieri; la mattina appresso la Colonna
riparte per Salemi, e dopo una marcia alquanto più faticosa della
precedente, in sulle prime ore del meriggio vi arrivò. E colà i Mille
cominciarono ad avere una prima idea delle ovazioni siciliane. Intanto
che da tutti i campanili della città le campane volavano a gloria,
una turba di popolo, accompagnato da una musica, moveva incontro ai
liberatori, dando loro un primo saggio di quel pittoresco linguaggio
tutto meridionale, fatto insieme di mimica e di suoni, più dipinto,
direste, che parlato e che nei momenti delle grandi ebbrezze scoppia
in un tumulto bacchico di urla selvaggie, di gesti vertiginosi, di
contorsioni quasi epilettiche, che ora direste un’eco lontana delle
orgie dionisiache, ora vi dà l’immagine d’un ballo di Dervisch urlanti
e danzanti al suono della _darbouka_, testimonianza a tutti sensibile
che una ricca vena di sangue greco ed arabo scorre sempre sotto le
carni infocate del Siculo nativo.
«Quando poi giunse il Generale (scrive uno dei Mille),[48] fu proprio
un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che
braccia alzate e armi brandite; chi giurava, chi s’inginocchiava, chi
benediceva; la piazza, le vie, i vicoli erano stipati, ci volle del
bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e
lieto, salutava e aspettava sorridendo.»
Entrato in città, dato quel resto di giornata al riposo, ed alla
pulizia della sua truppa, raccolto il Consiglio de’ suoi maggiori
Luogotenenti e dei capi delle Deputazioni inviategli a fargli omaggio,
emanava due solennissimi decreti. Coll’uno assumeva, per la volontà
dei principali cittadini e dei liberi Comuni della Sicilia, e in nome
di Vittorio Emanuele re d’Italia, la Dittatura; coll’altro bandiva
la leva in massa di tutti gli uomini atti alle armi dai diciassette
ai cinquant’anni, partendoli in tre classi di milizie: attiva,
distrettuale e comunale, ordinamento che più tardi l’Italia crederà
di apprendere dagli eserciti germanici, e le era antico e naturale.
Che se quel secondo decreto, infrangendosi contro l’inveterata
dissuetudine de’ Siciliani da ogni milizia obbligatoria, restò lettera
morta, non affrettiamoci per questo a giudicarlo, come parve a taluno,
sragionevole ed improvvido. Poteva essere, quanto a’ modi ed al tempo,
meglio elaborato ed apparecchiato; ma quanto al concetto attestava,
per dirlo con uno storico,[49] «della mente del Dittatore» e fa il
suo miglior elogio. Garibaldi aveva compreso quant’altri che primo
fondamento all’impresa d’Italia era una grande, stabile ed ordinata
milizia. Che se più tardi fu costretto dalla necessità d’una guerra,
che non permetteva tregua, a combattere con bande tumultuarie ed
eserciti improvvisati, egli può gloriarsi d’aver saputo vincere con
quelli, non essere accusato di non aver saputo ordinarne di migliori.
E non vogliamo accusare nemmeno la Sicilia. Educata dalla funesta
signoria borbonica a non vedere nelle milizie stanziali che gli
stromenti della sua oppressione, era naturale che essa non discernesse
subitamente la differenza che correva tra un pretoriano della tirannide
e il difensore d’una libera patria, e si spiega senza colpa d’alcuno,
fuorchè della triste eredità del passato, come essa non intendesse
il grande diritto che il suo Liberatore le conferiva, chiamandola
all’adempimento di quel supremo dovere.
A modo suo però, conforme le sue forze e il suo costume, la Sicilia
aveva risposto all’appello. La rivoluzione si rianimava. Se le città
ferreamente compresse da forti presidii non ardivano ancora rialzar
la testa; le campagne, specialmente nelle provincie più occidentali
dell’Isola, cominciavano a riscuotersi; e se altro non potevano,
allargavano intorno alla Colonna liberatrice il terreno, su cui vivere
e combattere. Il La Masa, popolarissimo in Sicilia pei ricordi del 48,
inviato a sommuovere i distretti di Santa Ninfa e Partanna, correva
quelle terre annunziando Garibaldi, rovesciando e istituendo governi,
fugando i birri borbonici, raccogliendo i primi nuclei di quelle nuove
bande che tra poco egli stesso comanderà.
Una banda di circa seicento, comandata da Giuseppe Coppola, era già
calata dai ricoveri di Monte San Giuliano, e fin dalla sera del 13
arrivata a Salemi per offrire il suo braccio al Dittatore; un’altra
squadra di un centinaio, la conduceva il giorno seguente quel frate
Pantaleo, divenuto per brev’ora famoso, incontrato dai Mille presso a
Rampagallo, che era ben lunge dal meritare il titolo di «novello Ugo
Bassi,» da Garibaldi conferitogli; ma che però in quel momento colla
simpatica figura, la scorrevole parlantina, il carattere non per anco
sconsacrato e il bizzarro accoppiamento della cocolla e della camicia
rossa, giovava ad apostolare quegl’ingenui Isolani ed a persuadere loro
che Garibaldi non era quel Saracino che era stato loro dipinto, e che
egli veniva non a spiantar la croce, ma a rassodarne nella giustizia e
nella libertà il santo stelo.
Da lontano poi arrivavano non meno promettenti novelle. Rosolino Pilo
(riuscito finalmente, dopo lunghe peripezie, ad unirsi agli insorti)
teneva sempre con una mano di prodi le alture di San Martino nei
dintorni di Monreale; e formava da quel lato un’estrema avanguardia
utilissima; nel contado di Ventimiglia, di Ciminna, di Misilmeri, il
La Porta, il Firmaturi, il Piediscalzi, il Paternostro, battevano
ancora la montagna; infine, cosa nuova per Garibaldi e per vero
significantissima, il Clero faceva quasi dovunque causa comune colla
rivolta; anzi in molti luoghi ne era il principale istigatore e
condottiero egli stesso; tanto profondo, universale, superiore ad ogni
precetto di rassegnazione e ad ogni legge di perdono, era l’odio del
nome borbonico.
E fu sotto l’impressione di quello spettacolo che Garibaldi bandì da
Salemi stesso quel suo proclama ai «buoni preti» (un arguto disse:
«Sarebbe stato meglio dire, _ai preti buoni_»), nel quale, «consolatosi
che la vera religione di Cristo non fosse perduta,» li incoraggiava
a perseverare nella loro santa crociata, «fino alla totale cacciata
dello straniero dal suolo d’Italia.» E non solo tentava affezionarsi
quei buoni preti coi proclami; ma li cercava, li voleva d’attorno,
li festeggiava, li seguiva nelle loro chiese, s’inginocchiava ai loro
altari; azioni codeste che in tutt’altri che Garibaldi si potrebbero
dire volgari furberíe politiche; ma che in lui erano una riprova, un
documento di più che una sola fede dominava veramente nel suo spirito:
la patria; e che chiunque gli paresse disposto a dargli mano per
redimerla, Papa o Re, zoccolante o soldato, angelo o demone, egli era
pronto a celebrarlo, e, se occorreva, ad adorarlo.