XIV.

«Siciliani!

»Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico grido

della Sicilia — resto delle battaglie lombarde. — Noi siamo con voi

— e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra.

— Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. — All’armi dunque;

chi non impugna un’arma, è un codardo o un traditore della patria.

Non vale il pretesto della mancanza d’armi. Noi avremo fucili, ma

per ora un’arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra d’un

valoroso. I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai

vecchi derelitti. — All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora

una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente

volontà d’un popolo unito.

»G. GARIBALDI.»

Con queste parole annunziava ai Siciliani la sua calata nell’Isola,

e il gagliardo appello diffuso prestamente da mani fidate in tutte le

terre circostanti, correva come caldo soffio sulle ceneri semispente

della rivoluzione, e ne sprigionava una vampa novella.

Intanto però una cosa urgeva: marciare avanti al più presto. Marsala

tanto propizia all’approdo, non lo era del pari alla dimora. Confinata

in un angolo estremo dell’Isola, segregata dai maggiori centri

dell’insurrezione, esposta ad essere circuita in brev’ora così dalla

terra come dal mare, ogni buona cagione politica e militare consigliava

a levarne senza indugio le tende.

Oltre a ciò Garibaldi aveva compreso che, se v’era impresa in cui

confidarsi alla celerità delle mosse, era quella; e provetto di

quell’arte, fu risoluto di usarla da par suo. Comandò quindi che alla

prima alba dell’indomani fosse suonato a raccolta e tutta la Colonna

pronta alla partenza. Non aveva ancora fermo in mente alcun disegno

preciso; ma vedeva però già chiara questa necessità: camminare diviato,

per la più retta, su Palermo, salvo a prender più tardi consiglio dai

casi e dalle fortune. Ora la via più retta era quella appunto che da

Marsala va per Salemi, Alcamo, Partinico, Monreale, e che correndo fra

due altre strade conducenti con giri più tortuosi al medesimo scopo,

gli lasciava aperto il campo a quei volteggiamenti ed a quelle finte,

di cui era maestro.

Con questa semplice idea nella mente, la mattina del 12 fece dare

nelle trombe. Nessuna marcia di esercito potente e vittorioso fu più

allegra, come la prima di que’ poveri Mille, cui poteva attendere tra

poco l’ultimo sterminio. Gli è che per essi il solo esser sbarcati

su quella terra, era già una conquista, e il passeggiarla co’ loro

piedi un trionfo. Alla lor testa camminava Garibaldi stesso. A Marsala

erano stati presi alcuni cavalli, e il Generale aveva ricevuto in

dono un’eccellente puledra; tuttavia dopo averla montata per breve

tratto fuori della città, ne era sceso per marciare a piedi co’ suoi

commilitoni e dividere con essi la fatica gioconda di quella prima

tappa. E i Mille seguivano, alacri e giulivi quali mai non erano

stati, ballando, avreste detto, più che camminando, burlandosi della

canicola, non avvertendo la sete, cantando in dieci dialetti diversi le

loro vecchie canzoni di guerra; osservando, paragonando, illustrando

più come una brigata di viaggiatori artisti che come una colonna

di soldati, gli spettacoli dell’insolita natura; apostrofando ogni

Siciliano, e più, s’intende, ogni Siciliana, che incontrassero per

via, di cui ammiravano e commentavano, secondo i gusti, il vernacolo

melodioso, i grand’occhi neri, la tinta olivigna, i fieri aspetti de’

maschi, la selvaggia bellezza delle donne, l’orrendo sfacelo delle

vecchie, la innocente nudità dei bambini.

Così la Colonna era giunta a Rampagallo, feudo di un barone Mistretta,

a mezza via tra Marsala e Salemi, e colà fu ordinato il _grand’alto_.

Se non che, considerato l’ora tarda, la stanchezza già incipiente della

truppa, l’inopportunità di arrivare in Salemi di notte, la scarsezza

di notizie del paese circostante, Garibaldi deliberò di fermarsi nel

luogo stesso dove era giunto e di pernottarvi. E fu a Rampagallo

che cominciarono a comparire i primi segni di quella insurrezione

siciliana, di cui sino allora, a dir vero, eran corse più le novelle

che apparse le prove. Infatti i due fratelli Sant’Anna e il barone

Mocarta, che campeggiavano coi resti delle bande del Carini sui

monti del Trapanese, appena udito lo sbarco del Liberatore, si erano

affrettati, con una mano dei loro, sulle sue traccie, e raggiuntolo

al bivacco di Rampagallo gli si eran presentati. Non eran più di

cinquanta; coperti la più parte di pelli di caprone, e armati di

vecchie scoppette e di pistole arrugginite; ma se Garibaldi avesse

veduto arrivargli il soccorso d’un intero esercito, non sarebbe stato

più radiante. Questi abbracciava, a quelli stringeva la mano, per tutti

trovava qualcuna di quelle sue maliarde parole, di quelle sue note

carezzevoli, di quei suoi sorrisi fascinatori che furono dovunque,

ma saranno principalmente fra i Siciliani, il maggior segreto del suo

trionfo.

Occupato pertanto il rimanente della giornata a riordinare la Legione,

che fu ripartita in otto compagnie e due battaglioni ai comandi del

Bixio e del Carini, e ad organizzare coi marinai del Piemonte e del

Lombardo una compagnia di cannonieri; la mattina appresso la Colonna

riparte per Salemi, e dopo una marcia alquanto più faticosa della

precedente, in sulle prime ore del meriggio vi arrivò. E colà i Mille

cominciarono ad avere una prima idea delle ovazioni siciliane. Intanto

che da tutti i campanili della città le campane volavano a gloria,

una turba di popolo, accompagnato da una musica, moveva incontro ai

liberatori, dando loro un primo saggio di quel pittoresco linguaggio

tutto meridionale, fatto insieme di mimica e di suoni, più dipinto,

direste, che parlato e che nei momenti delle grandi ebbrezze scoppia

in un tumulto bacchico di urla selvaggie, di gesti vertiginosi, di

contorsioni quasi epilettiche, che ora direste un’eco lontana delle

orgie dionisiache, ora vi dà l’immagine d’un ballo di Dervisch urlanti

e danzanti al suono della _darbouka_, testimonianza a tutti sensibile

che una ricca vena di sangue greco ed arabo scorre sempre sotto le

carni infocate del Siculo nativo.

«Quando poi giunse il Generale (scrive uno dei Mille),[48] fu proprio

un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che

braccia alzate e armi brandite; chi giurava, chi s’inginocchiava, chi

benediceva; la piazza, le vie, i vicoli erano stipati, ci volle del

bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e

lieto, salutava e aspettava sorridendo.»

Entrato in città, dato quel resto di giornata al riposo, ed alla

pulizia della sua truppa, raccolto il Consiglio de’ suoi maggiori

Luogotenenti e dei capi delle Deputazioni inviategli a fargli omaggio,

emanava due solennissimi decreti. Coll’uno assumeva, per la volontà

dei principali cittadini e dei liberi Comuni della Sicilia, e in nome

di Vittorio Emanuele re d’Italia, la Dittatura; coll’altro bandiva

la leva in massa di tutti gli uomini atti alle armi dai diciassette

ai cinquant’anni, partendoli in tre classi di milizie: attiva,

distrettuale e comunale, ordinamento che più tardi l’Italia crederà

di apprendere dagli eserciti germanici, e le era antico e naturale.

Che se quel secondo decreto, infrangendosi contro l’inveterata

dissuetudine de’ Siciliani da ogni milizia obbligatoria, restò lettera

morta, non affrettiamoci per questo a giudicarlo, come parve a taluno,

sragionevole ed improvvido. Poteva essere, quanto a’ modi ed al tempo,

meglio elaborato ed apparecchiato; ma quanto al concetto attestava,

per dirlo con uno storico,[49] «della mente del Dittatore» e fa il

suo miglior elogio. Garibaldi aveva compreso quant’altri che primo

fondamento all’impresa d’Italia era una grande, stabile ed ordinata

milizia. Che se più tardi fu costretto dalla necessità d’una guerra,

che non permetteva tregua, a combattere con bande tumultuarie ed

eserciti improvvisati, egli può gloriarsi d’aver saputo vincere con

quelli, non essere accusato di non aver saputo ordinarne di migliori.

E non vogliamo accusare nemmeno la Sicilia. Educata dalla funesta

signoria borbonica a non vedere nelle milizie stanziali che gli

stromenti della sua oppressione, era naturale che essa non discernesse

subitamente la differenza che correva tra un pretoriano della tirannide

e il difensore d’una libera patria, e si spiega senza colpa d’alcuno,

fuorchè della triste eredità del passato, come essa non intendesse

il grande diritto che il suo Liberatore le conferiva, chiamandola

all’adempimento di quel supremo dovere.

A modo suo però, conforme le sue forze e il suo costume, la Sicilia

aveva risposto all’appello. La rivoluzione si rianimava. Se le città

ferreamente compresse da forti presidii non ardivano ancora rialzar

la testa; le campagne, specialmente nelle provincie più occidentali

dell’Isola, cominciavano a riscuotersi; e se altro non potevano,

allargavano intorno alla Colonna liberatrice il terreno, su cui vivere

e combattere. Il La Masa, popolarissimo in Sicilia pei ricordi del 48,

inviato a sommuovere i distretti di Santa Ninfa e Partanna, correva

quelle terre annunziando Garibaldi, rovesciando e istituendo governi,

fugando i birri borbonici, raccogliendo i primi nuclei di quelle nuove

bande che tra poco egli stesso comanderà.

Una banda di circa seicento, comandata da Giuseppe Coppola, era già

calata dai ricoveri di Monte San Giuliano, e fin dalla sera del 13

arrivata a Salemi per offrire il suo braccio al Dittatore; un’altra

squadra di un centinaio, la conduceva il giorno seguente quel frate

Pantaleo, divenuto per brev’ora famoso, incontrato dai Mille presso a

Rampagallo, che era ben lunge dal meritare il titolo di «novello Ugo

Bassi,» da Garibaldi conferitogli; ma che però in quel momento colla

simpatica figura, la scorrevole parlantina, il carattere non per anco

sconsacrato e il bizzarro accoppiamento della cocolla e della camicia

rossa, giovava ad apostolare quegl’ingenui Isolani ed a persuadere loro

che Garibaldi non era quel Saracino che era stato loro dipinto, e che

egli veniva non a spiantar la croce, ma a rassodarne nella giustizia e

nella libertà il santo stelo.

Da lontano poi arrivavano non meno promettenti novelle. Rosolino Pilo

(riuscito finalmente, dopo lunghe peripezie, ad unirsi agli insorti)

teneva sempre con una mano di prodi le alture di San Martino nei

dintorni di Monreale; e formava da quel lato un’estrema avanguardia

utilissima; nel contado di Ventimiglia, di Ciminna, di Misilmeri, il

La Porta, il Firmaturi, il Piediscalzi, il Paternostro, battevano

ancora la montagna; infine, cosa nuova per Garibaldi e per vero

significantissima, il Clero faceva quasi dovunque causa comune colla

rivolta; anzi in molti luoghi ne era il principale istigatore e

condottiero egli stesso; tanto profondo, universale, superiore ad ogni

precetto di rassegnazione e ad ogni legge di perdono, era l’odio del

nome borbonico.

E fu sotto l’impressione di quello spettacolo che Garibaldi bandì da

Salemi stesso quel suo proclama ai «buoni preti» (un arguto disse:

«Sarebbe stato meglio dire, _ai preti buoni_»), nel quale, «consolatosi

che la vera religione di Cristo non fosse perduta,» li incoraggiava

a perseverare nella loro santa crociata, «fino alla totale cacciata

dello straniero dal suolo d’Italia.» E non solo tentava affezionarsi

quei buoni preti coi proclami; ma li cercava, li voleva d’attorno,

li festeggiava, li seguiva nelle loro chiese, s’inginocchiava ai loro

altari; azioni codeste che in tutt’altri che Garibaldi si potrebbero

dire volgari furberíe politiche; ma che in lui erano una riprova, un

documento di più che una sola fede dominava veramente nel suo spirito:

la patria; e che chiunque gli paresse disposto a dargli mano per

redimerla, Papa o Re, zoccolante o soldato, angelo o demone, egli era

pronto a celebrarlo, e, se occorreva, ad adorarlo.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 18 / 147 题