I Cacciatori delle Alpi erano già tornati a bordo; i cannoni di
Talamone già imbarcati; i vapori passati nella mattina dell’8 dal
Porto di Talamone in quel vicino di Santo Stefano, vi prendevano
il resto delle provvigioni da guerra e da bocca, e nel pomeriggio
del giorno stesso il naviglio sferrava nuovamente con mare placido
alla volta di Sicilia. E per due giorni e due notti nessun accidente
notevole. Sulla prua del _Piemonte_ erano stati posti in batteria la
colubrina e sul casseretto della sua poppa il cannone da quattro; i
Legionari pigliavano le armi e le munizioni: l’Orsini, nominato capo
dell’Artiglieria, piantava in un camerino un laboratorio pirotecnico;
c’era un po’ di maretta e qualche volontario pagava il tributo; ma nel
rimanente tutto andava a seconda. Soltanto a una cert’ora del giorno:
«Un uomo, un uomo in mare,» si udì gridare a prua del _Piemonte_; ed
infatti un volontario, chi disse caduto per caso, chi buttatosi per
accesso subitaneo di pazzia, dal bastimento, compariva e scompariva
sull’onde, sì che fu mestieri che il _Piemonte_ sciasse e mettesse
in acqua una lancia per pescare, non si seppe mai di certo, se il
naufrago o il suicida. Episodio insignificante, e che certo avremmo
taciuto, se Garibaldi, combinando insieme il ritardo cagionato da quel
salvataggio col perditempo occorsogli per la paranza delle munizioni
e colla conseguitane deviazione per Talamone, non avesse tratto da
tutti quegl’indugi la conseguenza che essi, anzichè nuocere, giovarono
provvidenzialmente all’impresa; sia continuando l’incertezza del nemico
sulla vera rotta dei due piroscafi, sia facendo in guisa che essi
arrivassero allo scoperto di Marettimo proprio nel momento, in cui la
crociera borbonica lasciava i paraggi di Marsala e correva a levante
verso Capo San Marco.
Garibaldi invece non nota nemmen di sfuggita altro più grave caso
avvenutogli tra la notte del 10 e 11 maggio, e che per poco non cagionò
un cozzo rovinoso fra i due legni fratelli. Infatti era accaduto che
il _Lombardo_, filando due nodi meno del _Piemonte_, aveva perduto
tanta strada sul suo compagno, che al calar della notte era scomparso
affatto dalla sua vista. Era un grave inconveniente tanto più che nelle
tenebre il viaggiar di conserva diveniva indispensabile. Garibaldi
però decide di aspettare lo smarrito; ma poichè era già nelle acque
di Marettimo e poco lunge probabilmente dalla crociera nemica, così
aveva fatto spegnere a bordo tutti i fanali e intimato il più rigoroso
silenzio. Ma il _Lombardo_, che intanto aveva fatto strada, «giunto a
poche miglia da Marettimo vide a un tratto davanti a sè una massa nera,
immobile con tutto l’aspetto d’un nemico in agguato. Chi può essere,
che cosa può volere a quell’ora in quelle acque un bastimento a vapore
senza lumi, senza segnali, senza voci? Però è già da un quarto d’ora
che Bixio è fisso con tutti i sensi su quell’inerte e cieco fantasma;
ma più guarda, più ascolta e più il legno s’avanza e più gli cresce
nell’animo il sospetto, che sin dal primo istante gli era balenato.
Certo è una fregata nemica alla posta della preda. Che fare? Che fare?
Bisogna risolvere, e presto, finchè ne avanza il tempo. Madido di
freddo sudore, tremante di rabbia, ma coll’animo sacrato ad ogni più
mortale cimento, il Bixio ha deciso. Si rammenta che Garibaldi fin da
Genova gli mormorò all’orecchio: — Bixio, se mai.... all’arembaggio,
— e credendo giunta l’ora di eseguire l’ordine del suo Generale, urla
al macchinista di spingere a tutta forza, al pilota di drizzar la prua
sul supposto incrociatore, e sveglia con un disperato ululo d’allarmi
tutto il bastimento. In un baleno la voce corre che si è caduti nella
crociera borbonica; i volontari, che dormivano sicuri, si svegliano in
sussulto, danno di piglio alle armi, si schierano instintivamente lungo
i parapetti, si preparano a combattere contro chi, perchè, come, non
lo sanno; ripetendo macchinalmente quella parola _all’arembaggio_, che
molti non sanno nemmeno che cosa voglia dire, che i più, capaci appena
di tenersi ritti su un bastimento, non avrebbero nemmen saputo come si
tenti. Ma hanno fede in Bixio, e la disperazione opera l’usato effetto
di dar valore anche ai più imbelli.
»E Bixio, dal canto suo, continua a camminare in tutta furia
sull’immaginario nemico, che immobile sempre pare che l’attenda e lo
sfidi. A un tratto una voce sonora, piena, calda come un bramito,
parte dal legno misterioso e rompe la silenziosa tenebra del mare:
— Oh capitano Bixiooo! — Garibaldi! — scoppia in una voce sola il
_Lombardo_. E Bixio già curvo all’estrema punta di prua per esser primo
all’assalto, tremante ancora del disperato passo che era per dare,
tremante anche più per l’irreparabile disastro che stava per cagionare,
Bixio trova tuttavia la forza di rispondere:
» — Generale!
» — Ma cosa fate, volete mandarci a fondo?
» — Generale, non vedevo più i segnali.
» — Eh! non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica?... Faremo
rotta per Marsala.
» — Va bene, Generale.[43]»
Marsala infatti era il punto che fin dalla sera del 10 era stato scelto
per lo sbarco. In sulle prime Garibaldi aveva titubato tra Porto Palo
e Sciacca; ma poi un esame più diligente della costa e degli andamenti
della crociera, e soprattutto i consigli pratici d’un bravo pescatore
trovato nelle vicinanze di Marettimo, lo indussero a preferire, fra
quei tre punti, il primo. Sciacca infatti era troppo lontano; Porto
Palo non aveva pescaggio sufficiente; mentre Marsala, oltre alla bontà
dell’ancoraggio ed all’abbondanza di battelli da sbarco, offriva questo
importantissimo vantaggio, che navigando tra Marettimo e Favignana vi
si poteva accostar più facilmente al coperto e trovarvi men pericoloso
l’approdo.
Oltre a ciò, spiando Garibaldi nella sera del 10 le mosse dei legni
borbonici, li aveva veduti incamminarsi placidamente verso scirocco
e levante, sicchè n’aveva argomentato che, quand’anche al suo uscire
dall’Arcipelago delle Egadi fosse stato subito scoperto, egli si
trovava però sempre assai più vicino a Marsala che gli incrociatori,
quindi nella possibilità di afferrarvi molto prima che al nemico fosse
bastato il tempo di traversargli il passo.
Tutto ciò ben ponderato e considerato, le navi corrono per la rotta
indicata; scivolano tra Marettimo e Favignana, e girato il Capo della
Provvidenza, mai come in quell’istante meritevole del suo nome, ecco
apparire dalla cima dell’Erice alla punta del Lilibeo tutta la costa
siciliana, e tra breve, entro una cerchia di mura merlate le bianche
case di Marsala, il _Porto d’Alì_.[44]
Se non che quasi nel punto medesimo emersero alla vista, ancorate
innanzi a Marsala stessa, due grosse navi. Erano, senza tema d’inganno,
navi da guerra; ma di qual bandiera, con quali propositi? Un gran
silenzio si fa a bordo. Tutti gli occhi son fissi sui due legni
sospetti; il dubbio d’essere incapati nella crociera nemica accende
la fantasia de’ più inesperti, e fa battere i cuori de’ più intrepidi;
sullo stesso volto di Garibaldi passa una nube. Quando uno _schooner_
inglese, che veniva facendo la rotta opposta al nostro naviglio,
risponde al capitano Castiglia, che l’aveva interrogato, nella lingua
sua: _They are two vassel of the british squadron_. — «Son due legni
della squadra britannica.» — Un respiro allarga tutti i petti: le
macchine sono spinte a tutta forza; l’onda fugge sotto le rapide
ruote; l’ambito lido si disegna: _crebrescunt optatæ aures portusque
potescit_; giù verso scirocco tre incrociatori nemici, richiamati dai
telegrafi ottici della costa, rimontano col massimo della loro velocità
verso i legni ribelli, ma è ormai troppo tardi: il _Piemonte_, già
sorpassata la punta del molo, infila il porto; il _Lombardo_, sforzando
la vaporiera fin ad investire la costa, lo segue a breve tratto; e al
tocco dell’11 maggio 1860, i novelli Argonauti afferrano gloriosamente
la lor Colchide agognata.
Nè l’opera dello sbarco fu tardata un istante: numerose barche, quali
prese a forza,[45] quali volontarie, s’affollano intorno alle due
navi, e prima ancora che i legni nemici, sempre accorrenti a tutto
vapore, sian giunti a tiro de’ loro cannoni, il grosso della truppa,
delle armi, delle provvigioni è già trasportato a terra. Anche gli
incrociatori però ebbero tempo di sopraggiungere, e lo _Stromboli_,
lasciata la Partenope che si trascinava al rimorchio, per nulla
_impedito_, come fu novellato,[46] dai legni inglesi, rimastisi
neutrali, veniva a postarsi traverso, cominciando tosto a fulminare
l’acqua, i bastimenti, le barche, la rada, il molo, di furiose e
disordinate bordate.
Vano rumore! Spreco impotente di polvere e di ferro! Ogni colpo, fosse
la fretta, l’imperizia o la trepidazione de’ tiratori, muore nell’acqua
o passa innocuo per l’aria, e le _Camicie rosse_ sfilano in perfetta
ordinanza fino alla città, salutando di viva, di motteggi, di risate la
vana mitraglia.
La prima prova era vinta. Otto secoli prima,[47] i Normanni di Ruggiero
sbarcavano in Sicilia a fondarvi sullo sfacelo della dominazione
mussulmana una monarchia cristiana, ma feudale; ora altri Normanni
guidati da un eroe, non men famoso del nipote di Tancredi, scendevano
nella medesima Isola non più conquistatori, ma liberatori, a fondarvi
una monarchia civile e redentrice, pietra angolare dell’Unità d’Italia.