XIII.

I Cacciatori delle Alpi erano già tornati a bordo; i cannoni di

Talamone già imbarcati; i vapori passati nella mattina dell’8 dal

Porto di Talamone in quel vicino di Santo Stefano, vi prendevano

il resto delle provvigioni da guerra e da bocca, e nel pomeriggio

del giorno stesso il naviglio sferrava nuovamente con mare placido

alla volta di Sicilia. E per due giorni e due notti nessun accidente

notevole. Sulla prua del _Piemonte_ erano stati posti in batteria la

colubrina e sul casseretto della sua poppa il cannone da quattro; i

Legionari pigliavano le armi e le munizioni: l’Orsini, nominato capo

dell’Artiglieria, piantava in un camerino un laboratorio pirotecnico;

c’era un po’ di maretta e qualche volontario pagava il tributo; ma nel

rimanente tutto andava a seconda. Soltanto a una cert’ora del giorno:

«Un uomo, un uomo in mare,» si udì gridare a prua del _Piemonte_; ed

infatti un volontario, chi disse caduto per caso, chi buttatosi per

accesso subitaneo di pazzia, dal bastimento, compariva e scompariva

sull’onde, sì che fu mestieri che il _Piemonte_ sciasse e mettesse

in acqua una lancia per pescare, non si seppe mai di certo, se il

naufrago o il suicida. Episodio insignificante, e che certo avremmo

taciuto, se Garibaldi, combinando insieme il ritardo cagionato da quel

salvataggio col perditempo occorsogli per la paranza delle munizioni

e colla conseguitane deviazione per Talamone, non avesse tratto da

tutti quegl’indugi la conseguenza che essi, anzichè nuocere, giovarono

provvidenzialmente all’impresa; sia continuando l’incertezza del nemico

sulla vera rotta dei due piroscafi, sia facendo in guisa che essi

arrivassero allo scoperto di Marettimo proprio nel momento, in cui la

crociera borbonica lasciava i paraggi di Marsala e correva a levante

verso Capo San Marco.

Garibaldi invece non nota nemmen di sfuggita altro più grave caso

avvenutogli tra la notte del 10 e 11 maggio, e che per poco non cagionò

un cozzo rovinoso fra i due legni fratelli. Infatti era accaduto che

il _Lombardo_, filando due nodi meno del _Piemonte_, aveva perduto

tanta strada sul suo compagno, che al calar della notte era scomparso

affatto dalla sua vista. Era un grave inconveniente tanto più che nelle

tenebre il viaggiar di conserva diveniva indispensabile. Garibaldi

però decide di aspettare lo smarrito; ma poichè era già nelle acque

di Marettimo e poco lunge probabilmente dalla crociera nemica, così

aveva fatto spegnere a bordo tutti i fanali e intimato il più rigoroso

silenzio. Ma il _Lombardo_, che intanto aveva fatto strada, «giunto a

poche miglia da Marettimo vide a un tratto davanti a sè una massa nera,

immobile con tutto l’aspetto d’un nemico in agguato. Chi può essere,

che cosa può volere a quell’ora in quelle acque un bastimento a vapore

senza lumi, senza segnali, senza voci? Però è già da un quarto d’ora

che Bixio è fisso con tutti i sensi su quell’inerte e cieco fantasma;

ma più guarda, più ascolta e più il legno s’avanza e più gli cresce

nell’animo il sospetto, che sin dal primo istante gli era balenato.

Certo è una fregata nemica alla posta della preda. Che fare? Che fare?

Bisogna risolvere, e presto, finchè ne avanza il tempo. Madido di

freddo sudore, tremante di rabbia, ma coll’animo sacrato ad ogni più

mortale cimento, il Bixio ha deciso. Si rammenta che Garibaldi fin da

Genova gli mormorò all’orecchio: — Bixio, se mai.... all’arembaggio,

— e credendo giunta l’ora di eseguire l’ordine del suo Generale, urla

al macchinista di spingere a tutta forza, al pilota di drizzar la prua

sul supposto incrociatore, e sveglia con un disperato ululo d’allarmi

tutto il bastimento. In un baleno la voce corre che si è caduti nella

crociera borbonica; i volontari, che dormivano sicuri, si svegliano in

sussulto, danno di piglio alle armi, si schierano instintivamente lungo

i parapetti, si preparano a combattere contro chi, perchè, come, non

lo sanno; ripetendo macchinalmente quella parola _all’arembaggio_, che

molti non sanno nemmeno che cosa voglia dire, che i più, capaci appena

di tenersi ritti su un bastimento, non avrebbero nemmen saputo come si

tenti. Ma hanno fede in Bixio, e la disperazione opera l’usato effetto

di dar valore anche ai più imbelli.

»E Bixio, dal canto suo, continua a camminare in tutta furia

sull’immaginario nemico, che immobile sempre pare che l’attenda e lo

sfidi. A un tratto una voce sonora, piena, calda come un bramito,

parte dal legno misterioso e rompe la silenziosa tenebra del mare:

— Oh capitano Bixiooo! — Garibaldi! — scoppia in una voce sola il

_Lombardo_. E Bixio già curvo all’estrema punta di prua per esser primo

all’assalto, tremante ancora del disperato passo che era per dare,

tremante anche più per l’irreparabile disastro che stava per cagionare,

Bixio trova tuttavia la forza di rispondere:

» — Generale!

» — Ma cosa fate, volete mandarci a fondo?

» — Generale, non vedevo più i segnali.

» — Eh! non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica?... Faremo

rotta per Marsala.

» — Va bene, Generale.[43]»

Marsala infatti era il punto che fin dalla sera del 10 era stato scelto

per lo sbarco. In sulle prime Garibaldi aveva titubato tra Porto Palo

e Sciacca; ma poi un esame più diligente della costa e degli andamenti

della crociera, e soprattutto i consigli pratici d’un bravo pescatore

trovato nelle vicinanze di Marettimo, lo indussero a preferire, fra

quei tre punti, il primo. Sciacca infatti era troppo lontano; Porto

Palo non aveva pescaggio sufficiente; mentre Marsala, oltre alla bontà

dell’ancoraggio ed all’abbondanza di battelli da sbarco, offriva questo

importantissimo vantaggio, che navigando tra Marettimo e Favignana vi

si poteva accostar più facilmente al coperto e trovarvi men pericoloso

l’approdo.

Oltre a ciò, spiando Garibaldi nella sera del 10 le mosse dei legni

borbonici, li aveva veduti incamminarsi placidamente verso scirocco

e levante, sicchè n’aveva argomentato che, quand’anche al suo uscire

dall’Arcipelago delle Egadi fosse stato subito scoperto, egli si

trovava però sempre assai più vicino a Marsala che gli incrociatori,

quindi nella possibilità di afferrarvi molto prima che al nemico fosse

bastato il tempo di traversargli il passo.

Tutto ciò ben ponderato e considerato, le navi corrono per la rotta

indicata; scivolano tra Marettimo e Favignana, e girato il Capo della

Provvidenza, mai come in quell’istante meritevole del suo nome, ecco

apparire dalla cima dell’Erice alla punta del Lilibeo tutta la costa

siciliana, e tra breve, entro una cerchia di mura merlate le bianche

case di Marsala, il _Porto d’Alì_.[44]

Se non che quasi nel punto medesimo emersero alla vista, ancorate

innanzi a Marsala stessa, due grosse navi. Erano, senza tema d’inganno,

navi da guerra; ma di qual bandiera, con quali propositi? Un gran

silenzio si fa a bordo. Tutti gli occhi son fissi sui due legni

sospetti; il dubbio d’essere incapati nella crociera nemica accende

la fantasia de’ più inesperti, e fa battere i cuori de’ più intrepidi;

sullo stesso volto di Garibaldi passa una nube. Quando uno _schooner_

inglese, che veniva facendo la rotta opposta al nostro naviglio,

risponde al capitano Castiglia, che l’aveva interrogato, nella lingua

sua: _They are two vassel of the british squadron_. — «Son due legni

della squadra britannica.» — Un respiro allarga tutti i petti: le

macchine sono spinte a tutta forza; l’onda fugge sotto le rapide

ruote; l’ambito lido si disegna: _crebrescunt optatæ aures portusque

potescit_; giù verso scirocco tre incrociatori nemici, richiamati dai

telegrafi ottici della costa, rimontano col massimo della loro velocità

verso i legni ribelli, ma è ormai troppo tardi: il _Piemonte_, già

sorpassata la punta del molo, infila il porto; il _Lombardo_, sforzando

la vaporiera fin ad investire la costa, lo segue a breve tratto; e al

tocco dell’11 maggio 1860, i novelli Argonauti afferrano gloriosamente

la lor Colchide agognata.

Nè l’opera dello sbarco fu tardata un istante: numerose barche, quali

prese a forza,[45] quali volontarie, s’affollano intorno alle due

navi, e prima ancora che i legni nemici, sempre accorrenti a tutto

vapore, sian giunti a tiro de’ loro cannoni, il grosso della truppa,

delle armi, delle provvigioni è già trasportato a terra. Anche gli

incrociatori però ebbero tempo di sopraggiungere, e lo _Stromboli_,

lasciata la Partenope che si trascinava al rimorchio, per nulla

_impedito_, come fu novellato,[46] dai legni inglesi, rimastisi

neutrali, veniva a postarsi traverso, cominciando tosto a fulminare

l’acqua, i bastimenti, le barche, la rada, il molo, di furiose e

disordinate bordate.

Vano rumore! Spreco impotente di polvere e di ferro! Ogni colpo, fosse

la fretta, l’imperizia o la trepidazione de’ tiratori, muore nell’acqua

o passa innocuo per l’aria, e le _Camicie rosse_ sfilano in perfetta

ordinanza fino alla città, salutando di viva, di motteggi, di risate la

vana mitraglia.

La prima prova era vinta. Otto secoli prima,[47] i Normanni di Ruggiero

sbarcavano in Sicilia a fondarvi sullo sfacelo della dominazione

mussulmana una monarchia cristiana, ma feudale; ora altri Normanni

guidati da un eroe, non men famoso del nipote di Tancredi, scendevano

nella medesima Isola non più conquistatori, ma liberatori, a fondarvi

una monarchia civile e redentrice, pietra angolare dell’Unità d’Italia.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 17 / 147 题