XII.

Oltrepassato il Canale di Piombino la mattina del 7 maggio, la piccola

flottiglia andò a gettar l’ancora innanzi a Talamone, a breve tratto da

Porto Santo Stefano, a poche miglia da Capo Argentaro e dalla fortezza

d’Orbetello. Nè fu certo per riposarvi.

Parecchie potevano essere le ragioni di quella fermata, ma principale

fra tutte quella di cercare su quella costa solitaria, ma spesseggiante

di fortilizi e di arsenali terrestri e marittimi, un mezzo, un

espediente qualsiasi per risarcire la grave perdita delle munizioni,

o predate o smarrite colla paranza di Portofino. E però fu anche

questo il primo scopo, cui Garibaldi converse i suoi pensieri.

«Talamone (narra egli stesso) aveva un povero porto poveramente armato,

comandato da un ufficiale e da pochi veterani. I Mille avrebbero potuto

facilmente impadronirsene anche scalandolo; ma non sembrò conveniente,

e perchè si sarebbe fatto troppo chiasso, e perchè non si era certi di

trovarvi quanto abbisognava.»

Conveniva dunque fidare in qualche stratagemma, e Garibaldi, già, lo

sappiamo, non ne fu mai a corto.

Sovvenutosi d’aver seco nel poco bagaglio la sua uniforme da Generale

piemontese del 1859, appena sceso a terra la indossò, e fatto chiamare

a sè il vecchio Comandante di Talamone, gli fu facile ottenere da

lui, parte col prestigio del nome e l’affabilità de’ modi, parte

coll’autorità di quell’assisa, tutto quanto gli occorreva. Se non

che il Castellano era più volenteroso che ricco; nella sua vecchia

bicocca non v’erano più che pochi fucili arrugginiti e un’antiquata

colubrina; buoni pur quelli, pensò il Capitano de’ Mille, ma non

certo bastevoli alla sua grande miseria. Fortunatamente però il

Comandante di Talamone nel consegnargli que’ poveri rimasugli fece

intendere che le scorte di guerra di tutto quel tratto di costa

erano raccolte nel forte di Orbetello, e che colà certamente la

spedizione avrebbe trovato quanto le poteva occorrere. Bastò. Pochi

istanti dopo il colonnello Türr riceveva da Garibaldi l’incarico di

chiedere al Comandante d’Orbetello quante armi e munizioni aveva in

serbo ne’ suoi arsenali; e due ore dopo, munito di questo biglietto

di Garibaldi: — «Credete a tutto quanto vi dice il mio Aiutante di

campo, il colonnello Türr, ed aiutateci con tutti i vostri mezzi per

la spedizione che io intraprendo per la gloria del nostro re Vittorio

Emanuele e per la grandezza d’Italia;» — il Colonnello stesso si

presentava al maggiore Giorgini, tale era il nome del Comandante, e

gli esponeva l’oggetto del suo mandato. Il Giorgini in sulle prime,

sgomento della grave responsabilità cui andava incontro, ne rifuggì

apertamente; ma poi il Türr seppe tanto dire e fare e così destramente

dimostrargli l’impresa esser voluta dal Re, andarne della Sicilia non

solo, ma dell’Italia, ogni ritardo poter riuscire esiziale, infine

la responsabilità del concedere essere in quel caso un nulla al

paragone di quella del rifiutare, che il buon Giorgini, ascoltando

certo più le voci del patriottismo che quelle della rigida disciplina

militare, finì col darsi per vinto, e col concedere tutto quanto gli

era richiesto. Nè infatti quel giorno era ancora tramontato, che lo

stesso Giorgini conduceva a Garibaldi (tenersi dal vedere egli stesso

il magico eroe non avrebbe potuto) centomila cartocci, tre pezzi da

sei e milleduecento cariche, le quali, unite ai vecchi schioppi e alla

barocca colubrina di Talamone, compirono l’armamento ben degno di quei

Mille _pezzenti_ alla conquista di un regno.[34]

Ma di pari passo a questa, un’altra operazione, importantissima fra

tutte, era stata compiuta. La gente imbarcata a Quarto non era fino

allora che una turba informe e confusa; conveniva darle al più presto

una forma ed un aspetto militare. Però anche a questa bisogna poche ore

bastarono. Scesi a terra i Legionari, e passata una prima rassegna,

millesettantadue risposero all’appello. In seguito, divisa la gente

in nove compagnie, ed eletti: a Capo dello Stato Maggiore Giuseppe

Sirtori, del Quartier generale Stefano Türr, dell’Intendenza Giovanni

Acerbi, del Corpo sanitario il dottor Ripari; fu letto un Ordine del

giorno, nel quale, dopo aver stabilito che il corpo riprenderebbe

il nome di _Cacciatori delle Alpi_, e raccomandata l’abnegazione

e la disciplina, era proclamato che il suo grido sarebbe sempre

quello, rimbombato già sulle sponde del Ticino: _Italia e Vittorio

Emanuele_.[35] L’organizzazione poi, soggiungeva l’Ordine del giorno,

sarebbe stata «in tutto simile a quella dell’esercito italiano a cui

apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, _sono dati_ al merito,

e sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.[36]»

A questo solo però non s’eran fermate le cure di Garibaldi. Il pensiero

vagheggiato fin dai giorni della Cattolica di un’invasione nelle

provincie romane, egli l’aveva sepolto in fondo al cuore, ma deposto

non mai; e la riscossa siciliana non aveva fatto che ridestarlo e

richiamarlo a vita novella. Nella mente sua un concetto non escludeva

l’altro, anzi a vicenda s’integravano e insieme compievano quel disegno

d’insurrezione generale di tutta Italia, che era il suo eroico sogno,

e di cui i «cinquecentomila volontari e il milione di fucili» dovevano

essere i fattori e gli stromenti.

Poichè l’eroe aveva promesso il suo braccio ai Siciliani, e’ non

intendeva ritrarlo; ma pensava sempre che la Sicilia potesse essere

soccorsa in due modi: recandole un rinforzo d’armi e d’armati; e

suscitando nella restante Italia, rimasta schiava, segnatamente nelle

Marche, nell’Umbria e nel Napoletano, una vasta sommossa che mettesse

in fiamme tutta la Penisola, e finisse una buona volta, per dirla con

lui, «le nostre miserie di tanti secoli.» Da ciò le parole al Bertani

«che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma

dovunque sono nemici;» da ciò la lettera al Medici (Genova, 5 maggio

1860), nella quale consigliandolo a serbarsi per altre imprese ed a

fare ogni sforzo per inviare soccorsi di armi e di gente in Sicilia,

gli aggiungeva di fare «lo stesso nelle Marche e nell’Umbria, ove

presto sarà l’insurrezione, e dove presto conviene promuoverla a

tutta oltranza.[37]» Da ciò infine l’appello agl’Italiani bandito da

Talamone: «Che le Marche, l’Umbria, la Sabina, Roma, il Napoletano,

insorgano per dividere le forze de’ nostri nemici;» e quale ultimo

portato di quest’idea, quella diversione o spedizione nell’Umbria, che

fu detta di Talamone.

Di questo fatto inesattamente si scrisse, e male si giudicò fin

d’allora; ma alieni dall’occupare, con litigiose digressioni, il posto

sacro alla Storia, ci restringeremo a dire del fatto, quanto a noi

stessi, testimoni e attori involontari, consta in modo non discutibile,

nè confutabile.

Nella mattina stessa del 7 maggio, Garibaldi faceva chiamare nella

casa del Gonfaloniere, dove aveva posto il Quartier generale, il

colonnello Zambianchi e gli proponeva di mettersi a capo d’una schiera

di Cacciatori delle Alpi per tentare un’invasione nell’Umbria dal lato

di Orvieto. Gli avrebbe dato, diceva, armi e danari; l’affidava che a

poche miglia avrebbe trovato una colonna già in marcia di Livornesi che

s’unirebbe a lui; lo lusingava che una spedizione si stesse preparando

a Genova dal Cosenz e dal Medici, e ch’egli stesso, Garibaldi, potesse

comparire nell’Umbria e pigliare il comando dell’impresa.

E questo fu il primo capitale errore del Duce dei Mille. Lo Zambianchi,

colonnello nel 1849 de’ Gendarmi della Repubblica romana, aveva

lasciato dietro a sè una fama piuttosto di brutalità che di prodezza;

e non possedeva certo alcuna delle doti necessarie a governare una

siffatta impresa. Appunto perchè grosso di cervello, quanto spavaldo di

cuore, non si rese alcun conto della difficoltà e della responsabilità

del mandato, e l’accettò. Garibaldi gli diè facoltà di scegliersi, fra

i Mille, una schiera di cinquanta o sessanta volontari, gli assegnò

egli stesso due o tre ufficiali (buoni, diceva il Generale), i quali,

indarno supplicato di non essere staccati dai camerata coi quali

eran partiti, ma non volendo in quell’ora solenne dar l’esempio d’una

indisciplinatezza, si rassegnarono al sacrificio; gli pose nelle mani

sessanta buone carabine, quaranta _revolver_ e seimila franchi; gli

consegnò un Manifesto da bandirsi ai Romani, e un foglio d’Istruzioni

tutto di suo pugno e lo mandò con Dio.

Il Manifesto già noto diceva:

«Romani!

»Domani voi udrete dai preti di Lamoricière che alcuni _Mussulmani_

hanno invaso il vostro terreno. Ebbene, questi _Mussulmani_ sono

gli stessi che si batterono per l’Italia a Montevideo, a Roma, in

Lombardia! quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con

orgoglio, quando giunga il giorno che la doppia tirannía dello

straniero e del prete vi lasci la libertà del ricordo!

»Quelli stessi che piegarono un momento davanti ai soldati

agguerriti e numerosi di Buonaparte, ma piegarono colla fronte

rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con

quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità

che quella dell’odio all’oppressore ed ai vili!

»Sì, questi miei compagni combattevano fuori delle vostre mura,

accanto a Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi,

Ramorino, Mameli, Montaldi, e tanti vostri prodi che dormono presso

alle vostre catacombe, ed ai quali voi stessi deste sepoltura,

perchè _feriti per davanti_.

»I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra

degli Scevola, degli Orazii e dei Ferrucci; la nostra causa è la

causa di tutti gl’Italiani. Il nostro grido di guerra è lo stesso

che risuonò a Varese ed a Como: _Italia e Vittorio Emanuele!_ e

voi sapete che con noi, caduti o vincenti, sarà illeso l’onore

italiano.

»G. GARIBALDI

»Generale romano promosso da un Governo

eletto dal suffragio universale.»

Le Istruzioni, ignorate sino ad ora e che per la prima volta si

pubblicano, aggiungevano:[38]

_Istruzioni al comandante Zambianchi._

«1º Il comandante Zambianchi invaderà il territorio pontificio

colle forze ai suoi ordini, ostilizzando le truppe straniere

mercenarie di quel Governo antinazionale con tutti i mezzi

possibili.

»2º Egli susciterà all’insurrezione tutte quelle schiave

popolazioni contro l’immorale Governo, e procurerà ogni modo

per attrarre con lui tutti i soldati italiani che si trovano al

servizio del Papa.

»3º Egli, campione della causa santa italiana, reprimerà qualunque

atto di vandalismo col maggior rigore, e procurerà di farsi amare

dalle popolazioni.

»4º Chiederà, come è giusto, dai Municipi ogni cosa, di cui possa

aver bisogno in nome della Patria, che compenserà alla fine della

guerra ogni spesa sopportata da particolari e Comuni.

»5º Egli propagherà l’insurrezione dovunque negli Stati del Papa

ed in quelli del Re di Napoli, evitando, per quanto è possibile, di

percorrere gli Stati italiani del re Vittorio Emanuele, il nome del

quale e d’Italia saranno il grido di guerra d’ogni Italiano.

»6º Eviterà più che possibile d’accettare soldati dell’esercito

nostro regolare, anzi raccomanderà a questi di non abbandonare le

loro bandiere, e che non tarderà il loro turno in combattimenti

maggiori.

»7º Trovandosi con altri corpi italiani nostri, procurerà di

accordarsi circa le operazioni. Se alla testa di quei corpi

si trovassero i brigadieri Cosenz o Medici, egli si porrà

immediatamente ai suoi ordini, e se vi fosse guerra tra Vittorio

Emanuele e i tiranni meridionali, allora si porrebbe agli ordini

del comando superiore del Re o chi per lui.

»(_Firmato_) G. GARIBALDI

»Generale del Governo di Roma, eletto dal suffragio universale

e con poteri straordinari.»

Ora come Garibaldi potesse dar per cosa quasi certa la prossima

entrata del Cosenz e del Medici[39] nelle provincie romane, e molto

più come potesse credere che l’esercito regio li avrebbe o preceduti

o spalleggiati, è problema che forse Garibaldi stesso non saprebbe

risolvere; uno dei tanti enigmi di cui tutte le congiure son piene, e

quella del risorgimento italiano è riboccante.

Comunque, lo Zambianchi, radunata la sua piccola schiera, la sera

stessa del 7 maggio spiccò la marcia verso Fontebranda, e incontrata la

mattina vegnente la colonna promessagli de’ Livornesi,[40] continuò,

attraverso tutta la Maremma grossetana, senza mai incontrare su

suoi passi l’ombra d’un ostacolo. Soccorso dai Municipi di viveri,

di vesti, e talvolta, come a Scansano, di armi; non molestato dalle

Autorità governative, e spesso segretamente secondato, arrivò dopo

dodici giorni di viaggio agiato e tranquillo a Pitigliano sul confine

della provincia orvietana. Colà ospitato, mantenuto, al solito,

festeggiato dagli abitanti, sostò comodamente altri tre giorni; e tra

il 20 e il 21 sconfinò. I troppi saggi di volgarità e d’imperizia dati

dallo Zambianchi non consentivano più alcuna illusione sull’esito

finale dell’impresa, e i pochi che nelle file ragionavano ancora,

lo prevedevano e ne tremavano. Ma che fare? Non avrebbero potuto

denunciare l’inettitudine del Comandante senza taccia di sediziosi;

non sottrarsi al destino de’ loro camerata senza taccia di disertori, e

convenne loro rassegnarsi, tacere e marciare sino alla fine. Infatti,

giunti alle grotte di San Lorenzo, tra Valentano e Acquapendente, la

catastrofe, preveduta, precipitò. Il Colonnello, disposti a rovescio

gli avamposti e trascurate le più elementari norme di cautela militare,

aveva lasciato i volontari disperdersi tra le case e le cantine,

dove col dolce vin di Orvieto gli abitanti medesimi li attiravano;

e abbandonatosi egli stesso a copiose libazioni, era caduto, briaco

fradicio, in pesantissimo sonno.

Intanto, scorsa poco più d’un’ora, uno squadrone di Gendarmi,

condotti da quello stesso colonnello Pimodan che lasciò poi la vita

a Castelfidardo, entrava di sorpresa nel villaggio e lo traversava

ventre a terra in tutta la sua lunghezza. Se non che non tutti erano

venuti a patti coll’_Orvietano_: una mano di valorosi oppose da un

caffè una disperata resistenza; al rumore della zuffa accorrono via via

i più vicini e i meno assonnati: la pugna si accende alla spicciolata

in più luoghi: una barricata improvvisata dinanzi al caffè sbarra la

via ai cavalli nemici; una scarica bene aggiustata, penetrando nei

loro fianchi, ne abbatte alcuni, e sgomina gli altri; e in men di

due ore gli assalitori sono costretti a dar volta precipitosamente,

lasciando dietro a sè non pochi feriti e prigionieri. I Garibaldini

dunque non furono sconfitti, siccome i Pontificii spacciarono e molti

ripeterono:[41] essi restarono padroni del terreno; essi stettero

ancora accampati sul territorio pontificio circa tre ore, e soltanto al

calar della sera in ordine minaccioso, trascinando seco lo Zambianchi

più come un ostaggio che come un capitano, ripassarono il confine a

Sovano, dove il Governo di Ricasoli, che quindici giorni prima li aveva

lasciati armare de’ suoi fucili, li disarmò.

E così nacque, procedette e finì la spedizione delle Grotte. Commessa

a forze inadeguate, guidata da capo imbelle ed inetto, tentata in ora

inopportuna fra popolazioni intorpidite ed avverse, essa doveva fallire

al suo fine; ma se non fu vittoriosa nel suo campo, non ne recesse

nemmeno disonorata; e fruttò almeno un’utile diversione all’impresa

siciliana,[42] tenne incerti e confusi più giorni i governi nemici

d’Italia sui veri passi di Garibaldi e agevolò, col sacrificio di

sessanta dei Mille, la vittoria de’ loro compagni.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 16 / 147 题