Oltrepassato il Canale di Piombino la mattina del 7 maggio, la piccola
flottiglia andò a gettar l’ancora innanzi a Talamone, a breve tratto da
Porto Santo Stefano, a poche miglia da Capo Argentaro e dalla fortezza
d’Orbetello. Nè fu certo per riposarvi.
Parecchie potevano essere le ragioni di quella fermata, ma principale
fra tutte quella di cercare su quella costa solitaria, ma spesseggiante
di fortilizi e di arsenali terrestri e marittimi, un mezzo, un
espediente qualsiasi per risarcire la grave perdita delle munizioni,
o predate o smarrite colla paranza di Portofino. E però fu anche
questo il primo scopo, cui Garibaldi converse i suoi pensieri.
«Talamone (narra egli stesso) aveva un povero porto poveramente armato,
comandato da un ufficiale e da pochi veterani. I Mille avrebbero potuto
facilmente impadronirsene anche scalandolo; ma non sembrò conveniente,
e perchè si sarebbe fatto troppo chiasso, e perchè non si era certi di
trovarvi quanto abbisognava.»
Conveniva dunque fidare in qualche stratagemma, e Garibaldi, già, lo
sappiamo, non ne fu mai a corto.
Sovvenutosi d’aver seco nel poco bagaglio la sua uniforme da Generale
piemontese del 1859, appena sceso a terra la indossò, e fatto chiamare
a sè il vecchio Comandante di Talamone, gli fu facile ottenere da
lui, parte col prestigio del nome e l’affabilità de’ modi, parte
coll’autorità di quell’assisa, tutto quanto gli occorreva. Se non
che il Castellano era più volenteroso che ricco; nella sua vecchia
bicocca non v’erano più che pochi fucili arrugginiti e un’antiquata
colubrina; buoni pur quelli, pensò il Capitano de’ Mille, ma non
certo bastevoli alla sua grande miseria. Fortunatamente però il
Comandante di Talamone nel consegnargli que’ poveri rimasugli fece
intendere che le scorte di guerra di tutto quel tratto di costa
erano raccolte nel forte di Orbetello, e che colà certamente la
spedizione avrebbe trovato quanto le poteva occorrere. Bastò. Pochi
istanti dopo il colonnello Türr riceveva da Garibaldi l’incarico di
chiedere al Comandante d’Orbetello quante armi e munizioni aveva in
serbo ne’ suoi arsenali; e due ore dopo, munito di questo biglietto
di Garibaldi: — «Credete a tutto quanto vi dice il mio Aiutante di
campo, il colonnello Türr, ed aiutateci con tutti i vostri mezzi per
la spedizione che io intraprendo per la gloria del nostro re Vittorio
Emanuele e per la grandezza d’Italia;» — il Colonnello stesso si
presentava al maggiore Giorgini, tale era il nome del Comandante, e
gli esponeva l’oggetto del suo mandato. Il Giorgini in sulle prime,
sgomento della grave responsabilità cui andava incontro, ne rifuggì
apertamente; ma poi il Türr seppe tanto dire e fare e così destramente
dimostrargli l’impresa esser voluta dal Re, andarne della Sicilia non
solo, ma dell’Italia, ogni ritardo poter riuscire esiziale, infine
la responsabilità del concedere essere in quel caso un nulla al
paragone di quella del rifiutare, che il buon Giorgini, ascoltando
certo più le voci del patriottismo che quelle della rigida disciplina
militare, finì col darsi per vinto, e col concedere tutto quanto gli
era richiesto. Nè infatti quel giorno era ancora tramontato, che lo
stesso Giorgini conduceva a Garibaldi (tenersi dal vedere egli stesso
il magico eroe non avrebbe potuto) centomila cartocci, tre pezzi da
sei e milleduecento cariche, le quali, unite ai vecchi schioppi e alla
barocca colubrina di Talamone, compirono l’armamento ben degno di quei
Mille _pezzenti_ alla conquista di un regno.[34]
Ma di pari passo a questa, un’altra operazione, importantissima fra
tutte, era stata compiuta. La gente imbarcata a Quarto non era fino
allora che una turba informe e confusa; conveniva darle al più presto
una forma ed un aspetto militare. Però anche a questa bisogna poche ore
bastarono. Scesi a terra i Legionari, e passata una prima rassegna,
millesettantadue risposero all’appello. In seguito, divisa la gente
in nove compagnie, ed eletti: a Capo dello Stato Maggiore Giuseppe
Sirtori, del Quartier generale Stefano Türr, dell’Intendenza Giovanni
Acerbi, del Corpo sanitario il dottor Ripari; fu letto un Ordine del
giorno, nel quale, dopo aver stabilito che il corpo riprenderebbe
il nome di _Cacciatori delle Alpi_, e raccomandata l’abnegazione
e la disciplina, era proclamato che il suo grido sarebbe sempre
quello, rimbombato già sulle sponde del Ticino: _Italia e Vittorio
Emanuele_.[35] L’organizzazione poi, soggiungeva l’Ordine del giorno,
sarebbe stata «in tutto simile a quella dell’esercito italiano a cui
apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, _sono dati_ al merito,
e sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.[36]»
A questo solo però non s’eran fermate le cure di Garibaldi. Il pensiero
vagheggiato fin dai giorni della Cattolica di un’invasione nelle
provincie romane, egli l’aveva sepolto in fondo al cuore, ma deposto
non mai; e la riscossa siciliana non aveva fatto che ridestarlo e
richiamarlo a vita novella. Nella mente sua un concetto non escludeva
l’altro, anzi a vicenda s’integravano e insieme compievano quel disegno
d’insurrezione generale di tutta Italia, che era il suo eroico sogno,
e di cui i «cinquecentomila volontari e il milione di fucili» dovevano
essere i fattori e gli stromenti.
Poichè l’eroe aveva promesso il suo braccio ai Siciliani, e’ non
intendeva ritrarlo; ma pensava sempre che la Sicilia potesse essere
soccorsa in due modi: recandole un rinforzo d’armi e d’armati; e
suscitando nella restante Italia, rimasta schiava, segnatamente nelle
Marche, nell’Umbria e nel Napoletano, una vasta sommossa che mettesse
in fiamme tutta la Penisola, e finisse una buona volta, per dirla con
lui, «le nostre miserie di tanti secoli.» Da ciò le parole al Bertani
«che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma
dovunque sono nemici;» da ciò la lettera al Medici (Genova, 5 maggio
1860), nella quale consigliandolo a serbarsi per altre imprese ed a
fare ogni sforzo per inviare soccorsi di armi e di gente in Sicilia,
gli aggiungeva di fare «lo stesso nelle Marche e nell’Umbria, ove
presto sarà l’insurrezione, e dove presto conviene promuoverla a
tutta oltranza.[37]» Da ciò infine l’appello agl’Italiani bandito da
Talamone: «Che le Marche, l’Umbria, la Sabina, Roma, il Napoletano,
insorgano per dividere le forze de’ nostri nemici;» e quale ultimo
portato di quest’idea, quella diversione o spedizione nell’Umbria, che
fu detta di Talamone.
Di questo fatto inesattamente si scrisse, e male si giudicò fin
d’allora; ma alieni dall’occupare, con litigiose digressioni, il posto
sacro alla Storia, ci restringeremo a dire del fatto, quanto a noi
stessi, testimoni e attori involontari, consta in modo non discutibile,
nè confutabile.
Nella mattina stessa del 7 maggio, Garibaldi faceva chiamare nella
casa del Gonfaloniere, dove aveva posto il Quartier generale, il
colonnello Zambianchi e gli proponeva di mettersi a capo d’una schiera
di Cacciatori delle Alpi per tentare un’invasione nell’Umbria dal lato
di Orvieto. Gli avrebbe dato, diceva, armi e danari; l’affidava che a
poche miglia avrebbe trovato una colonna già in marcia di Livornesi che
s’unirebbe a lui; lo lusingava che una spedizione si stesse preparando
a Genova dal Cosenz e dal Medici, e ch’egli stesso, Garibaldi, potesse
comparire nell’Umbria e pigliare il comando dell’impresa.
E questo fu il primo capitale errore del Duce dei Mille. Lo Zambianchi,
colonnello nel 1849 de’ Gendarmi della Repubblica romana, aveva
lasciato dietro a sè una fama piuttosto di brutalità che di prodezza;
e non possedeva certo alcuna delle doti necessarie a governare una
siffatta impresa. Appunto perchè grosso di cervello, quanto spavaldo di
cuore, non si rese alcun conto della difficoltà e della responsabilità
del mandato, e l’accettò. Garibaldi gli diè facoltà di scegliersi, fra
i Mille, una schiera di cinquanta o sessanta volontari, gli assegnò
egli stesso due o tre ufficiali (buoni, diceva il Generale), i quali,
indarno supplicato di non essere staccati dai camerata coi quali
eran partiti, ma non volendo in quell’ora solenne dar l’esempio d’una
indisciplinatezza, si rassegnarono al sacrificio; gli pose nelle mani
sessanta buone carabine, quaranta _revolver_ e seimila franchi; gli
consegnò un Manifesto da bandirsi ai Romani, e un foglio d’Istruzioni
tutto di suo pugno e lo mandò con Dio.
Il Manifesto già noto diceva:
«Romani!
»Domani voi udrete dai preti di Lamoricière che alcuni _Mussulmani_
hanno invaso il vostro terreno. Ebbene, questi _Mussulmani_ sono
gli stessi che si batterono per l’Italia a Montevideo, a Roma, in
Lombardia! quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con
orgoglio, quando giunga il giorno che la doppia tirannía dello
straniero e del prete vi lasci la libertà del ricordo!
»Quelli stessi che piegarono un momento davanti ai soldati
agguerriti e numerosi di Buonaparte, ma piegarono colla fronte
rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con
quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità
che quella dell’odio all’oppressore ed ai vili!
»Sì, questi miei compagni combattevano fuori delle vostre mura,
accanto a Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi,
Ramorino, Mameli, Montaldi, e tanti vostri prodi che dormono presso
alle vostre catacombe, ed ai quali voi stessi deste sepoltura,
perchè _feriti per davanti_.
»I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra
degli Scevola, degli Orazii e dei Ferrucci; la nostra causa è la
causa di tutti gl’Italiani. Il nostro grido di guerra è lo stesso
che risuonò a Varese ed a Como: _Italia e Vittorio Emanuele!_ e
voi sapete che con noi, caduti o vincenti, sarà illeso l’onore
italiano.
»G. GARIBALDI
»Generale romano promosso da un Governo
eletto dal suffragio universale.»
Le Istruzioni, ignorate sino ad ora e che per la prima volta si
pubblicano, aggiungevano:[38]
_Istruzioni al comandante Zambianchi._
«1º Il comandante Zambianchi invaderà il territorio pontificio
colle forze ai suoi ordini, ostilizzando le truppe straniere
mercenarie di quel Governo antinazionale con tutti i mezzi
possibili.
»2º Egli susciterà all’insurrezione tutte quelle schiave
popolazioni contro l’immorale Governo, e procurerà ogni modo
per attrarre con lui tutti i soldati italiani che si trovano al
servizio del Papa.
»3º Egli, campione della causa santa italiana, reprimerà qualunque
atto di vandalismo col maggior rigore, e procurerà di farsi amare
dalle popolazioni.
»4º Chiederà, come è giusto, dai Municipi ogni cosa, di cui possa
aver bisogno in nome della Patria, che compenserà alla fine della
guerra ogni spesa sopportata da particolari e Comuni.
»5º Egli propagherà l’insurrezione dovunque negli Stati del Papa
ed in quelli del Re di Napoli, evitando, per quanto è possibile, di
percorrere gli Stati italiani del re Vittorio Emanuele, il nome del
quale e d’Italia saranno il grido di guerra d’ogni Italiano.
»6º Eviterà più che possibile d’accettare soldati dell’esercito
nostro regolare, anzi raccomanderà a questi di non abbandonare le
loro bandiere, e che non tarderà il loro turno in combattimenti
maggiori.
»7º Trovandosi con altri corpi italiani nostri, procurerà di
accordarsi circa le operazioni. Se alla testa di quei corpi
si trovassero i brigadieri Cosenz o Medici, egli si porrà
immediatamente ai suoi ordini, e se vi fosse guerra tra Vittorio
Emanuele e i tiranni meridionali, allora si porrebbe agli ordini
del comando superiore del Re o chi per lui.
»(_Firmato_) G. GARIBALDI
»Generale del Governo di Roma, eletto dal suffragio universale
e con poteri straordinari.»
Ora come Garibaldi potesse dar per cosa quasi certa la prossima
entrata del Cosenz e del Medici[39] nelle provincie romane, e molto
più come potesse credere che l’esercito regio li avrebbe o preceduti
o spalleggiati, è problema che forse Garibaldi stesso non saprebbe
risolvere; uno dei tanti enigmi di cui tutte le congiure son piene, e
quella del risorgimento italiano è riboccante.
Comunque, lo Zambianchi, radunata la sua piccola schiera, la sera
stessa del 7 maggio spiccò la marcia verso Fontebranda, e incontrata la
mattina vegnente la colonna promessagli de’ Livornesi,[40] continuò,
attraverso tutta la Maremma grossetana, senza mai incontrare su
suoi passi l’ombra d’un ostacolo. Soccorso dai Municipi di viveri,
di vesti, e talvolta, come a Scansano, di armi; non molestato dalle
Autorità governative, e spesso segretamente secondato, arrivò dopo
dodici giorni di viaggio agiato e tranquillo a Pitigliano sul confine
della provincia orvietana. Colà ospitato, mantenuto, al solito,
festeggiato dagli abitanti, sostò comodamente altri tre giorni; e tra
il 20 e il 21 sconfinò. I troppi saggi di volgarità e d’imperizia dati
dallo Zambianchi non consentivano più alcuna illusione sull’esito
finale dell’impresa, e i pochi che nelle file ragionavano ancora,
lo prevedevano e ne tremavano. Ma che fare? Non avrebbero potuto
denunciare l’inettitudine del Comandante senza taccia di sediziosi;
non sottrarsi al destino de’ loro camerata senza taccia di disertori, e
convenne loro rassegnarsi, tacere e marciare sino alla fine. Infatti,
giunti alle grotte di San Lorenzo, tra Valentano e Acquapendente, la
catastrofe, preveduta, precipitò. Il Colonnello, disposti a rovescio
gli avamposti e trascurate le più elementari norme di cautela militare,
aveva lasciato i volontari disperdersi tra le case e le cantine,
dove col dolce vin di Orvieto gli abitanti medesimi li attiravano;
e abbandonatosi egli stesso a copiose libazioni, era caduto, briaco
fradicio, in pesantissimo sonno.
Intanto, scorsa poco più d’un’ora, uno squadrone di Gendarmi,
condotti da quello stesso colonnello Pimodan che lasciò poi la vita
a Castelfidardo, entrava di sorpresa nel villaggio e lo traversava
ventre a terra in tutta la sua lunghezza. Se non che non tutti erano
venuti a patti coll’_Orvietano_: una mano di valorosi oppose da un
caffè una disperata resistenza; al rumore della zuffa accorrono via via
i più vicini e i meno assonnati: la pugna si accende alla spicciolata
in più luoghi: una barricata improvvisata dinanzi al caffè sbarra la
via ai cavalli nemici; una scarica bene aggiustata, penetrando nei
loro fianchi, ne abbatte alcuni, e sgomina gli altri; e in men di
due ore gli assalitori sono costretti a dar volta precipitosamente,
lasciando dietro a sè non pochi feriti e prigionieri. I Garibaldini
dunque non furono sconfitti, siccome i Pontificii spacciarono e molti
ripeterono:[41] essi restarono padroni del terreno; essi stettero
ancora accampati sul territorio pontificio circa tre ore, e soltanto al
calar della sera in ordine minaccioso, trascinando seco lo Zambianchi
più come un ostaggio che come un capitano, ripassarono il confine a
Sovano, dove il Governo di Ricasoli, che quindici giorni prima li aveva
lasciati armare de’ suoi fucili, li disarmò.
E così nacque, procedette e finì la spedizione delle Grotte. Commessa
a forze inadeguate, guidata da capo imbelle ed inetto, tentata in ora
inopportuna fra popolazioni intorpidite ed avverse, essa doveva fallire
al suo fine; ma se non fu vittoriosa nel suo campo, non ne recesse
nemmeno disonorata; e fruttò almeno un’utile diversione all’impresa
siciliana,[42] tenne incerti e confusi più giorni i governi nemici
d’Italia sui veri passi di Garibaldi e agevolò, col sacrificio di
sessanta dei Mille, la vittoria de’ loro compagni.