Garibaldi non poteva cimentar sè e la causa d’Italia a sì perigliosa
avventura senza chiarire alla nazione ed al suo capo i propri
intendimenti e, soprattutto, senza stringere co’ suoi amici lasciati
sul Continente tutti gli accordi che valessero ad assicurargli alle
spalle una base d’operazione ed una fonte durevole di soccorso.
Al Re aveva scritto: non aver consigliato l’insurrezione dei Siciliani,
ma dacchè essi s’erano levati in nome dell’unità italiana non poter
più esitare a correre in loro aiuto. Sapeva la spedizione pericolosa,
ma confidava in Dio e nel valore de’ suoi compagni. «Suo grido sarebbe
sempre: Viva l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele, suo primo e più
prode soldato. Non avergli comunicato il suo progetto, perchè temeva
che la grande devozione che nutriva per lui l’avesse persuaso ad
abbandonarlo.[29]»
All’esercito, memore della promessa fatta al Sacchi, raccomandava di
non sbandarsi, di sovvenirsi che anche nel Settentrione avevamo nemici
e fratelli, di stringersi sempre più ai suoi valorosi ufficiali ed a
quel Vittorio, la di cui bravura «può essere rallentata un momento da
pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà a condurli a definitivi
trionfi.[30]»
Finalmente ad Agostino Bertani, creato da lui suo proministro per tutta
Italia, lasciava questi amplissimi incarichi:
«Genova, 5 maggio 1860.
»Mio caro Bertani,
»Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio
a voi gli incarichi seguenti:
»Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella
nostra impresa;
»Procurare di far capire agl’Italiani, che, se saremo aiutati
dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo, con poche spese;
ma che non avranno fatto il dovere, quando si limitano a qualche
sterile sottoscrizione;
»Che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati deve
armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato
alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l’hanno gli
Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare; con tale
esercito l’Italia non avrà più bisogno di stranieri, che se la
mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;
»Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori, là bisogna
spingere tutti gli animosi e provvederli del necessario per il
viaggio;
»Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla,
ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ec.,
dovunque sono dei nemici da combattere.
»Io non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti alle mani quei
nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli.
»Il nostro grido di guerra sarà: _Italia e Vittorio Emanuele_;
e spero che la bandiera italiana anche questa volta non riceverà
sfregio.
»Con affetto
»vostro GIUSEPPE GARIBALDI.[31]»
E questo mandato troppo per sè solo vago e indeterminato, combinato
con altre lettere e discorsi di Garibaldi, diverrà poi il primo germe
maligno di dissidi che minacceranno più d’una volta di turbar la
concordia del partito nazionale e saranno origine di alcuni non lieti
episodi che avremo a narrare fra poco.
Se non che la fortuna parve fin dai primi passi corrucciarsi
dell’audace disfida, e suscitò ai navigatori una imprevista difficoltà.
Una parte delle armi, e tutte le munizioni erano state caricate sopra
due paranze, che dovevano aspettare con un fanale alla prua i due
vapori all’altezza di Bogliasco e in essi trasbordare il loro carico.
E difatti poco lontano dal punto indicato un fioco lume tremola sulle
acque e par che navighi esso pure verso i piroscafi; quando, a un
tratto che fu, che non fu,[32] il lume dà volta, s’allontana, dilegua,
lasciando tutta la costa nella silenziosa oscurità di prima. Indarno
Garibaldi fa rallentare le macchine, indarno fruga, quanto gira
l’occhio, la costa ed il mare; il mare e la costa non gli danno altra
risposta. Era una terribile verità: quella barca portava a bordo la più
necessaria parte dell’arsenale della spedizione; senza quella barca
anche quel migliaio di grami fucili del La Farina diventava affatto
inservibile; i Mille non erano più che una turba di viaggiatori inermi,
ed ogni altro capitano avrebbe giudicato la spedizione ineffettuabile
e deciso il ritorno. Non Garibaldi. Ordinato ai suoi Luogotenenti,
partecipi del segreto, di nascondere a chicchessia il contrattempo,
ormai fidente nella sua stella, e avendo probabilmente già trovato
nella fervida mente il rimedio del male: «Non importa, esclama,
facciamo rotta per il canale di Piombino;» e le due navi ripigliarono
all’istante l’interrotto cammino, e i Volontari, che s’erano tutti
levati a commentar quella sosta inattesa senza nulla capirne, tornarono
inconsci e tranquilli ad accucciarsi sul ponte, a spandersi nelle
cabine, a dondolarsi sui bordi; taluno a scriver le prime linee delle
sue Memorie; tal altro a battagliare, come Don Giovanni, tra i ricordi
della bella lasciata al paese, e gl’ingrati effetti del rollío e del
beccheggio.
Poichè v’era tutto un mondo su quel naviglio: la recluta ed il
veterano; l’avventuriere e l’eroe; l’artista ed il filosofo; il
settario ed il patriotta; il lafariniano intollerante ed il mazziniano
arrabbiato: «il Siciliano in cerca della patria, il poeta d’un romanzo,
l’innamorato dell’obblío, l’affamato di un pane, l’infelice della
morte: mille teste, mille cuori, mille vite diverse; ma la cui lega
purificata dalla santità dell’insegna, animata dalla volontà unica di
quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata.[33]»