XI.

Garibaldi non poteva cimentar sè e la causa d’Italia a sì perigliosa

avventura senza chiarire alla nazione ed al suo capo i propri

intendimenti e, soprattutto, senza stringere co’ suoi amici lasciati

sul Continente tutti gli accordi che valessero ad assicurargli alle

spalle una base d’operazione ed una fonte durevole di soccorso.

Al Re aveva scritto: non aver consigliato l’insurrezione dei Siciliani,

ma dacchè essi s’erano levati in nome dell’unità italiana non poter

più esitare a correre in loro aiuto. Sapeva la spedizione pericolosa,

ma confidava in Dio e nel valore de’ suoi compagni. «Suo grido sarebbe

sempre: Viva l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele, suo primo e più

prode soldato. Non avergli comunicato il suo progetto, perchè temeva

che la grande devozione che nutriva per lui l’avesse persuaso ad

abbandonarlo.[29]»

All’esercito, memore della promessa fatta al Sacchi, raccomandava di

non sbandarsi, di sovvenirsi che anche nel Settentrione avevamo nemici

e fratelli, di stringersi sempre più ai suoi valorosi ufficiali ed a

quel Vittorio, la di cui bravura «può essere rallentata un momento da

pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà a condurli a definitivi

trionfi.[30]»

Finalmente ad Agostino Bertani, creato da lui suo proministro per tutta

Italia, lasciava questi amplissimi incarichi:

«Genova, 5 maggio 1860.

»Mio caro Bertani,

»Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio

a voi gli incarichi seguenti:

»Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella

nostra impresa;

»Procurare di far capire agl’Italiani, che, se saremo aiutati

dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo, con poche spese;

ma che non avranno fatto il dovere, quando si limitano a qualche

sterile sottoscrizione;

»Che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati deve

armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato

alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l’hanno gli

Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare; con tale

esercito l’Italia non avrà più bisogno di stranieri, che se la

mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;

»Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori, là bisogna

spingere tutti gli animosi e provvederli del necessario per il

viaggio;

»Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla,

ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ec.,

dovunque sono dei nemici da combattere.

»Io non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti alle mani quei

nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli.

»Il nostro grido di guerra sarà: _Italia e Vittorio Emanuele_;

e spero che la bandiera italiana anche questa volta non riceverà

sfregio.

»Con affetto

»vostro GIUSEPPE GARIBALDI.[31]»

E questo mandato troppo per sè solo vago e indeterminato, combinato

con altre lettere e discorsi di Garibaldi, diverrà poi il primo germe

maligno di dissidi che minacceranno più d’una volta di turbar la

concordia del partito nazionale e saranno origine di alcuni non lieti

episodi che avremo a narrare fra poco.

Se non che la fortuna parve fin dai primi passi corrucciarsi

dell’audace disfida, e suscitò ai navigatori una imprevista difficoltà.

Una parte delle armi, e tutte le munizioni erano state caricate sopra

due paranze, che dovevano aspettare con un fanale alla prua i due

vapori all’altezza di Bogliasco e in essi trasbordare il loro carico.

E difatti poco lontano dal punto indicato un fioco lume tremola sulle

acque e par che navighi esso pure verso i piroscafi; quando, a un

tratto che fu, che non fu,[32] il lume dà volta, s’allontana, dilegua,

lasciando tutta la costa nella silenziosa oscurità di prima. Indarno

Garibaldi fa rallentare le macchine, indarno fruga, quanto gira

l’occhio, la costa ed il mare; il mare e la costa non gli danno altra

risposta. Era una terribile verità: quella barca portava a bordo la più

necessaria parte dell’arsenale della spedizione; senza quella barca

anche quel migliaio di grami fucili del La Farina diventava affatto

inservibile; i Mille non erano più che una turba di viaggiatori inermi,

ed ogni altro capitano avrebbe giudicato la spedizione ineffettuabile

e deciso il ritorno. Non Garibaldi. Ordinato ai suoi Luogotenenti,

partecipi del segreto, di nascondere a chicchessia il contrattempo,

ormai fidente nella sua stella, e avendo probabilmente già trovato

nella fervida mente il rimedio del male: «Non importa, esclama,

facciamo rotta per il canale di Piombino;» e le due navi ripigliarono

all’istante l’interrotto cammino, e i Volontari, che s’erano tutti

levati a commentar quella sosta inattesa senza nulla capirne, tornarono

inconsci e tranquilli ad accucciarsi sul ponte, a spandersi nelle

cabine, a dondolarsi sui bordi; taluno a scriver le prime linee delle

sue Memorie; tal altro a battagliare, come Don Giovanni, tra i ricordi

della bella lasciata al paese, e gl’ingrati effetti del rollío e del

beccheggio.

Poichè v’era tutto un mondo su quel naviglio: la recluta ed il

veterano; l’avventuriere e l’eroe; l’artista ed il filosofo; il

settario ed il patriotta; il lafariniano intollerante ed il mazziniano

arrabbiato: «il Siciliano in cerca della patria, il poeta d’un romanzo,

l’innamorato dell’obblío, l’affamato di un pane, l’infelice della

morte: mille teste, mille cuori, mille vite diverse; ma la cui lega

purificata dalla santità dell’insegna, animata dalla volontà unica di

quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata.[33]»

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 15 / 147 题