La rivoluzione italiana era proceduta a sembianza d’un corpo leggiero,
che, in una grossa battaglia, un po’ trasportato dal suo ardore, un
po’ sospinto dalle circostanze, marcia avanti, senza badare nè a destra
nè a manca, occupa alla baionetta un’eccellente posizione; ma, giunto
colà, si trova circuito da nemici, che di fronte, ai fianchi, alle
spalle gli fanno siepe da ogni lato; sicchè non può più nè avanzare nè
retrocedere. Dovunque l’Italia si rivolgesse, incontrava una barriera
di ferro che le sbarrava il cammino e la forzava a ristare. Ai fianchi,
accampata sul Quadrilatero, l’Austria; di fronte, meglio che dalle
spade mercenarie, difeso dalla sua ibrida natura, il Papato; dietro
a lui, nemico imbelle, ma protetto dall’egida dei trattati, il Re di
Napoli; dietro a tutti il vecchio diritto, le vecchie tradizioni, la
vecchia Europa; caparbi avversari avvezzi a non piegare mai che alla
forza ed ai fatti compiuti.
Ora come l’Italia potesse trovar da sè stessa la via d’uscir da
siffatti frangenti, nessuno, nemmeno il genio del conte di Cavour,
lo sapeva. Pertanto egli pure s’accontentava di stare alla specula
degli eventi, e più che a muovere innanzi badava a temporeggiare con
frutto e ad assodarsi sull’occupato terreno. Il concetto dell’unità
italiana non s’era ancora affacciato alla sua mente, come cosa pratica
ed effettuabile, e frattanto gli pareva saggio volgere le prime cure
a due scopi più prossimi e conseguibili: rafforzare il nuovo Stato,
ed apparecchiarsi a nuova guerra coll’Austria.[9] A questo intento
però, oltre al lavorío diplomatico che continuava a condurre con mano
infaticabile, reputava ottimo mezzo premere sul Re di Napoli, tentando
attrarlo nell’orbita del moto italiano e associarlo alla politica del
Piemonte pel conquisto dell’indipendenza nazionale. Ma nè il pusillo
Francesco era uomo da seguirlo per cotali altezze, nè gli uomini che
l’attorniavano, o inetti o codardi, da sospingervelo. A Napoli si
credeva sempre alla rivincita legittimista e la si preparava. La Reggia
borbonica era divenuta il centro della gran congiura principesca, che
doveva restaurare su tutti i troni rovesciati d’Italia il diritto
divino. Si arruolavano mercenari; si concentrava l’esercito negli
Abruzzi; si fantasticava un’occupazione delle Marche; si patteggiava
che contemporaneamente il Papa invaderebbe le Romagne, e il Duca di
Modena i Ducati; si aspettava ad ogni istante di veder l’Austria
rivarcare il Mincio, e Germania e Russia calar dalle loro selve e
dalle loro steppe alla crociata dell’oppressa legittimità. Quanto
all’interno, si derideva ogni consiglio di riforme, si sfidava, o
fingevasi, ogni minaccia di rivoluzione; e in ogni evento fidando
sull’esercito devoto, sulla sbirraglia innumerevole, sulla magistratura
servile, e più che tutto sull’Ajossa, dittatore della Polizia di
Napoli, e sul Maniscalco, emulo suo a Palermo, si dormiva fra due
guanciali.
A riscuoterli dal sopore squillò la campana della Gancia: la soluzione
che indarno il conte di Cavour cercava; la soluzione che forse l’Italia
avrebbe dovuto attendere dalla lenta opera del tempo, usciva a un
tratto dal seno misterioso della rivoluzione, e un pugno di popolani,
decisi di morire per la patria loro, recideva quel nodo, che nè la
forza legale della nuova Monarchia, nè la destrezza politica del suo
grande Ministro, sarebbe bastata a risolvere.