IV.

La rivoluzione italiana era proceduta a sembianza d’un corpo leggiero,

che, in una grossa battaglia, un po’ trasportato dal suo ardore, un

po’ sospinto dalle circostanze, marcia avanti, senza badare nè a destra

nè a manca, occupa alla baionetta un’eccellente posizione; ma, giunto

colà, si trova circuito da nemici, che di fronte, ai fianchi, alle

spalle gli fanno siepe da ogni lato; sicchè non può più nè avanzare nè

retrocedere. Dovunque l’Italia si rivolgesse, incontrava una barriera

di ferro che le sbarrava il cammino e la forzava a ristare. Ai fianchi,

accampata sul Quadrilatero, l’Austria; di fronte, meglio che dalle

spade mercenarie, difeso dalla sua ibrida natura, il Papato; dietro

a lui, nemico imbelle, ma protetto dall’egida dei trattati, il Re di

Napoli; dietro a tutti il vecchio diritto, le vecchie tradizioni, la

vecchia Europa; caparbi avversari avvezzi a non piegare mai che alla

forza ed ai fatti compiuti.

Ora come l’Italia potesse trovar da sè stessa la via d’uscir da

siffatti frangenti, nessuno, nemmeno il genio del conte di Cavour,

lo sapeva. Pertanto egli pure s’accontentava di stare alla specula

degli eventi, e più che a muovere innanzi badava a temporeggiare con

frutto e ad assodarsi sull’occupato terreno. Il concetto dell’unità

italiana non s’era ancora affacciato alla sua mente, come cosa pratica

ed effettuabile, e frattanto gli pareva saggio volgere le prime cure

a due scopi più prossimi e conseguibili: rafforzare il nuovo Stato,

ed apparecchiarsi a nuova guerra coll’Austria.[9] A questo intento

però, oltre al lavorío diplomatico che continuava a condurre con mano

infaticabile, reputava ottimo mezzo premere sul Re di Napoli, tentando

attrarlo nell’orbita del moto italiano e associarlo alla politica del

Piemonte pel conquisto dell’indipendenza nazionale. Ma nè il pusillo

Francesco era uomo da seguirlo per cotali altezze, nè gli uomini che

l’attorniavano, o inetti o codardi, da sospingervelo. A Napoli si

credeva sempre alla rivincita legittimista e la si preparava. La Reggia

borbonica era divenuta il centro della gran congiura principesca, che

doveva restaurare su tutti i troni rovesciati d’Italia il diritto

divino. Si arruolavano mercenari; si concentrava l’esercito negli

Abruzzi; si fantasticava un’occupazione delle Marche; si patteggiava

che contemporaneamente il Papa invaderebbe le Romagne, e il Duca di

Modena i Ducati; si aspettava ad ogni istante di veder l’Austria

rivarcare il Mincio, e Germania e Russia calar dalle loro selve e

dalle loro steppe alla crociata dell’oppressa legittimità. Quanto

all’interno, si derideva ogni consiglio di riforme, si sfidava, o

fingevasi, ogni minaccia di rivoluzione; e in ogni evento fidando

sull’esercito devoto, sulla sbirraglia innumerevole, sulla magistratura

servile, e più che tutto sull’Ajossa, dittatore della Polizia di

Napoli, e sul Maniscalco, emulo suo a Palermo, si dormiva fra due

guanciali.

A riscuoterli dal sopore squillò la campana della Gancia: la soluzione

che indarno il conte di Cavour cercava; la soluzione che forse l’Italia

avrebbe dovuto attendere dalla lenta opera del tempo, usciva a un

tratto dal seno misterioso della rivoluzione, e un pugno di popolani,

decisi di morire per la patria loro, recideva quel nodo, che nè la

forza legale della nuova Monarchia, nè la destrezza politica del suo

grande Ministro, sarebbe bastata a risolvere.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 8 / 147 题