V.

L’insurrezione siciliana non fu, come ben s’immagina, una eruzione

vulcanica e subitanea. Astrazion fatta dall’odio per la tirannia

borbonica, tre grandi cause n’avevano preparato e affrettato lo

scoppio. L’indomita energia d’una falange di patriotti e di proscritti

che da tutte le terre dell’Isola, da tutti gli angoli d’Europa

soffiavano da anni nella fiamma e l’alimentavano. L’apostolato

infaticabile di Giuseppe Mazzini, che dal 1856 in poi aveva indirizzati

al Sud tutti gli sforzi del partito d’azione da lui capitanato, e

fatto del moto siciliano la leva suscitatrice dell’unità di tutta la

Penisola. Infine, e con maggior efficacia per fermo, gli avvenimenti

dell’Italia superiore e centrale, i quali dimostrando possibile

quell’unità, che poco dianzi agli occhi de’ più pareva un’utopia;

attestando la devozione d’una Casa guerriera e d’un Re galantuomo alla

causa nazionale; dando all’Italia un nome, un esercito, un governo,

una diplomazia; aprivano anche ai Siciliani un orizzonte di speranze

novelle, spegnevano nell’Isola le viete discordie, confondevano in un

solo tutti i vecchi partiti, porgevano infine ai patriotti sinceri e

spassionati di tutti i colori un vessillo di rannodamento ed un grido

di battaglia.

E di questo fermento latente degli animi non tardarono ad apparire

i segni manifesti. Le dimostrazioni succedevano alle dimostrazioni;

i Consigli locali rifiutavano i consueti indirizzi di sudditanza al

nuovo Re: i nomi di Vittorio Emanuele e di Napoleone III suonavan su

tutte le labbra, apparivano su tutte le pareti; gli animi pendevano

dalle notizie di Lombardia, come da altrettanti messaggi di vita e di

morte; le vittorie di Magenta e di Solferino, a malgrado le minaccie

della polizia, erano festeggiate con luminarie ed acclamazioni; passava

infine per lo stretto la flotta degli alleati diretta all’Adriatico,

e Messina tutta versavasi sulle sue spiagge a salutare le armate

liberatrici.[10]

Una vasta trama avvolgeva l’Isola e Comitati segreti ne tenevano le

fila e la governavano. Si propagavano e affiggevano scritti incendiari;

si allestivano armi e munizioni; si ordinavano squadre, e tutto ciò

sotto gli occhi del truce Maniscalco che indarno ne cercava gli autori

e nella cecità della furia colpiva a casaccio, confiscando, torturando,

percuotendo spesso i più innocenti, e affrettando per tal modo lo

scoppio dell’uragano che presumeva scongiurare.

Anche la Sicilia, è ben vero, aveva sentito il contraccolpo di

Villafranca; ma fu buffo passeggiero, e i propositi un istante

rattiepiditi si rianimarono con novello vigore. L’esempio fortunato

dell’Italia centrale cominciava a persuadere anche i più restii, che

oramai la prima arbitra de’ propri destini era la Sicilia stessa e

che l’ora di rompere gli indugi s’avvicinava a gran passi. Soltanto

i _Comitati Lafariniani_ e della _Società nazionale_, male ispirati

interpreti della politica del conte di Cavour, assai più rivoluzionario

di loro, persistevano a sconsigliare ogni moto da essi chiamato

intempestivo, «promettendo la salute della Sicilia a patto che non

fosse insorta nel periodo delle annessioni.[11]»

Verso la metà di settembre però, Francesco Crispi, anima in quei

giorni della parte più avanzata degli esuli siciliani, accordatosi da

un lato con Giuseppe Mazzini e con tutti gli amici suoi, dall’altro

incoraggiato dalle facili parole dello stesso Dittatore Farini, che

a quei giorni pareva inclinato a tutti gli ardimenti, s’imbarcava

nascostamente per la Sicilia, dove già con pari rischio e audacia era

stato dal 1856 in poi altre due volte, per gettar sulla bilancia degli

oscillanti il peso della sua ascoltata parola e dar l’ultimo tratto al

partito dell’insurrezione.

E i più fervidi dei patriotti siciliani, parvero disposti ad

ascoltarlo; e serrate le fila, assegnati i posti, distribuite le poche

armi e munizioni, la sollevazione fu deliberata pel 4 ottobre; poi, per

difficoltà sopravvenute, differita all’11 di quello stesso mese.[12] Ma

anche in quel giorno l’impresa, chi scrisse perchè già scoperta dalla

Polizia, chi affermò per effetto delle lettere di alcuni Lafariniani

venute a raccomandare novelli indugi,[13] dovette essere differita a

più propizia occasione. Differita, diciamo, non abbandonata e soltanto

in alcune parti del suo disegno modificata.

Così i patriotti siciliani, come Francesco Crispi, come in generale

tutti quanti lavoravano a quell’opera, avevan finito col convenire

che un moto nell’Isola non poteva scoppiare, e scoppiato espandersi e

trionfare se non l’iniziava o almeno non lo soccorreva immediatamente

una spedizione armata di fuori, capace di divenire il nerbo

dell’insurrezione e di governarla. Però fu intorno a questo nuovo

concetto che s’appuntarono tutti gli sforzi del partito d’azione

dal novembre del 1859 fino alla spedizione di Quarto che ne fu

l’incoronazione.

Il Crispi, che a stento era scampato da Sicilia, pellegrinava dal

Farini al Rattazzi e dal La Farina a Garibaldi chiedendo a tutti:

armi, danaro, aiuti per la vagheggiata impresa; Nicola Fabrizi, che da

Malta per oltre venti anni era stato l’anello di congiunzione tra la

Sicilia e il partito d’azione, tornava colà per riannodarvi le trame

già allentate; Giuseppe Mazzini moltiplicava le lettere, i proclami,

gli emissari, cercando nella _Falange sacra_ di Genova, dove già avea

trovato i seguaci del moto del 1856, il nucleo della spedizione di cui

proponeva il comando, se Garibaldi ricusava capitanarla, al Bixio, al

Medici, a chicchessia, e racimolando a spizzico schioppi, polveri e

moneta, goccie a innaffiare un deserto, ma che facevan testimonianza

non solo della sua incrollabile fede, ma quella volta almeno d’un senso

profondo e quasi fatidico delle necessità d’Italia. Infine nella notte

del 20 marzo Rosolino Pilo, dei Conti di Capaci, elettissima anima

d’eroe e di martire, d’intesa col Mazzini e col Crispi, incuorato da

Garibaldi stesso, salpava su fragile paranza in compagnia di Giovanni

Corrao con poche armi e poco peculio alla volta della sua isola natía,

deliberato a chiamarvi alle armi i suoi compaesani e a dar egli, per

primo, l’esempio della magnanima rivolta.

Ma questa scoppiò per forza propria anche prima del suo arrivo.[14] La

brutalità del Governo aveva cospirato più di tutte le propagande. Le

fila da lui spezzate si riannodarono da sè stesse; ad ogni patriotta

incarcerato o spento, ne subentravano cento; un ignoto pugnalava in

pien meriggio sulla porta della Matrice lo stesso Maniscalco, che dava

così egli pel primo col proprio sangue il segnale della riscossa.

Il disegno era: far del Convento della Gancia, i cui frati sapevansi

devoti alla causa nazionale, base d’operazione; preparare, nascosti

ne’ suoi sotterranei, colle poche armi già introdotte in città, un

manipolo di animosi disposti a trattarle; all’alba del 4 aprile al

suono delle campane a stormo sbucare dal Convento, chiamando la città

alle armi; altre schiere di patriotti frattanto, già appostati in

Via Scopari e nella chiesa della Magione, uscirebbero a lor volta ad

appoggiare il movimento: simultaneamente le squadre del contado, già

preste, sforzerebbero le porte, e mettendo il nemico fra due fuochi

compirebbero l’opera.

E così fu fatto. Capo degli animosi che dovevan cominciare il fuoco

dalla Gancia si profferì un popolano, certo Francesco Riso, fontaniere

d’arte, anima candida di patriotta e di eroe, che fu il vero iniziatore

della rivoluzione palermitana, e il cui nome va ormai proferito in

Italia accanto a quelli de’ suoi martiri più gloriosi.

Se non che il Maniscalco, per una delle consuete e fatali imprudenze

inseparabili da siffatte imprese,[15] ebbe vento della trama, e sebbene

in una perquisizione, fatta la sera del 3 al Convento, non gli fosse

riuscito di scoprire nulla di più, fece tuttavia occupare durante

la notte tutti gli approcci della Gancia da picchetti di truppa e di

sbirraglia, e si tenne preparato ad ogni evento. Infatti all’alba del

4 fu pronta la campana di Santa Maria degli Angeli a dare il segnale;

pronto Francesco Riso ad uscir al cimento; pronti i due drappelli

di Via Scopari e della Magione a far la parte loro; ma sorpresi e

questi e quelli e colti dalle soldatesche già appostate a tutti i

varchi; sopraffatti in breve da altre sopravvenienti da ogni banda;

furono parte dispersi, parte costretti a ricoverarsi nel Convento

della Gancia, che divenne così l’estrema rôcca de’ patriotti. Ma non

tardarono ad assalirli, superbi del numero, i Borbonici, e atterratane,

senza grande sforzo, la porta, ricacciati di scala in scala, di piano

in piano, i disperati difensori, ferito a morte l’eroico Francesco

Riso, freddato d’un colpo il Padre Angelo di Montemaggiore, in brev’ora

rimasero padroni del campo sanguinoso. Allora i vincitori non conobbero

più freno; e trucidando alla cieca quanti incontravano; scorrazzando,

manomettendo, guastando l’intero Convento; non arretrandosi nemmeno

dinanzi alla santità degli altari, spogliando le immagini sacre de’

loro arredi e sperdendo al suolo persino le particole consacrate,

coronarono con quest’ultima prodezza la vittoria del trono e

dell’altare.

E fu crudele disdetta; chè le bande del contado fide alla promessa

si erano già da ogni parte appressate ai sobborghi ed alle porte,

richiamando verso sè stesse molta forza de’ Regi e appiccando in

più luoghi, come ai Porrazzi, zuffe ardimentose, le quali potevano

anco volgersi in vittoria, se l’insurrezione cittadina avesse potuto

dilatarsi e dar loro la mano.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 9 / 147 题