L’insurrezione siciliana non fu, come ben s’immagina, una eruzione
vulcanica e subitanea. Astrazion fatta dall’odio per la tirannia
borbonica, tre grandi cause n’avevano preparato e affrettato lo
scoppio. L’indomita energia d’una falange di patriotti e di proscritti
che da tutte le terre dell’Isola, da tutti gli angoli d’Europa
soffiavano da anni nella fiamma e l’alimentavano. L’apostolato
infaticabile di Giuseppe Mazzini, che dal 1856 in poi aveva indirizzati
al Sud tutti gli sforzi del partito d’azione da lui capitanato, e
fatto del moto siciliano la leva suscitatrice dell’unità di tutta la
Penisola. Infine, e con maggior efficacia per fermo, gli avvenimenti
dell’Italia superiore e centrale, i quali dimostrando possibile
quell’unità, che poco dianzi agli occhi de’ più pareva un’utopia;
attestando la devozione d’una Casa guerriera e d’un Re galantuomo alla
causa nazionale; dando all’Italia un nome, un esercito, un governo,
una diplomazia; aprivano anche ai Siciliani un orizzonte di speranze
novelle, spegnevano nell’Isola le viete discordie, confondevano in un
solo tutti i vecchi partiti, porgevano infine ai patriotti sinceri e
spassionati di tutti i colori un vessillo di rannodamento ed un grido
di battaglia.
E di questo fermento latente degli animi non tardarono ad apparire
i segni manifesti. Le dimostrazioni succedevano alle dimostrazioni;
i Consigli locali rifiutavano i consueti indirizzi di sudditanza al
nuovo Re: i nomi di Vittorio Emanuele e di Napoleone III suonavan su
tutte le labbra, apparivano su tutte le pareti; gli animi pendevano
dalle notizie di Lombardia, come da altrettanti messaggi di vita e di
morte; le vittorie di Magenta e di Solferino, a malgrado le minaccie
della polizia, erano festeggiate con luminarie ed acclamazioni; passava
infine per lo stretto la flotta degli alleati diretta all’Adriatico,
e Messina tutta versavasi sulle sue spiagge a salutare le armate
liberatrici.[10]
Una vasta trama avvolgeva l’Isola e Comitati segreti ne tenevano le
fila e la governavano. Si propagavano e affiggevano scritti incendiari;
si allestivano armi e munizioni; si ordinavano squadre, e tutto ciò
sotto gli occhi del truce Maniscalco che indarno ne cercava gli autori
e nella cecità della furia colpiva a casaccio, confiscando, torturando,
percuotendo spesso i più innocenti, e affrettando per tal modo lo
scoppio dell’uragano che presumeva scongiurare.
Anche la Sicilia, è ben vero, aveva sentito il contraccolpo di
Villafranca; ma fu buffo passeggiero, e i propositi un istante
rattiepiditi si rianimarono con novello vigore. L’esempio fortunato
dell’Italia centrale cominciava a persuadere anche i più restii, che
oramai la prima arbitra de’ propri destini era la Sicilia stessa e
che l’ora di rompere gli indugi s’avvicinava a gran passi. Soltanto
i _Comitati Lafariniani_ e della _Società nazionale_, male ispirati
interpreti della politica del conte di Cavour, assai più rivoluzionario
di loro, persistevano a sconsigliare ogni moto da essi chiamato
intempestivo, «promettendo la salute della Sicilia a patto che non
fosse insorta nel periodo delle annessioni.[11]»
Verso la metà di settembre però, Francesco Crispi, anima in quei
giorni della parte più avanzata degli esuli siciliani, accordatosi da
un lato con Giuseppe Mazzini e con tutti gli amici suoi, dall’altro
incoraggiato dalle facili parole dello stesso Dittatore Farini, che
a quei giorni pareva inclinato a tutti gli ardimenti, s’imbarcava
nascostamente per la Sicilia, dove già con pari rischio e audacia era
stato dal 1856 in poi altre due volte, per gettar sulla bilancia degli
oscillanti il peso della sua ascoltata parola e dar l’ultimo tratto al
partito dell’insurrezione.
E i più fervidi dei patriotti siciliani, parvero disposti ad
ascoltarlo; e serrate le fila, assegnati i posti, distribuite le poche
armi e munizioni, la sollevazione fu deliberata pel 4 ottobre; poi, per
difficoltà sopravvenute, differita all’11 di quello stesso mese.[12] Ma
anche in quel giorno l’impresa, chi scrisse perchè già scoperta dalla
Polizia, chi affermò per effetto delle lettere di alcuni Lafariniani
venute a raccomandare novelli indugi,[13] dovette essere differita a
più propizia occasione. Differita, diciamo, non abbandonata e soltanto
in alcune parti del suo disegno modificata.
Così i patriotti siciliani, come Francesco Crispi, come in generale
tutti quanti lavoravano a quell’opera, avevan finito col convenire
che un moto nell’Isola non poteva scoppiare, e scoppiato espandersi e
trionfare se non l’iniziava o almeno non lo soccorreva immediatamente
una spedizione armata di fuori, capace di divenire il nerbo
dell’insurrezione e di governarla. Però fu intorno a questo nuovo
concetto che s’appuntarono tutti gli sforzi del partito d’azione
dal novembre del 1859 fino alla spedizione di Quarto che ne fu
l’incoronazione.
Il Crispi, che a stento era scampato da Sicilia, pellegrinava dal
Farini al Rattazzi e dal La Farina a Garibaldi chiedendo a tutti:
armi, danaro, aiuti per la vagheggiata impresa; Nicola Fabrizi, che da
Malta per oltre venti anni era stato l’anello di congiunzione tra la
Sicilia e il partito d’azione, tornava colà per riannodarvi le trame
già allentate; Giuseppe Mazzini moltiplicava le lettere, i proclami,
gli emissari, cercando nella _Falange sacra_ di Genova, dove già avea
trovato i seguaci del moto del 1856, il nucleo della spedizione di cui
proponeva il comando, se Garibaldi ricusava capitanarla, al Bixio, al
Medici, a chicchessia, e racimolando a spizzico schioppi, polveri e
moneta, goccie a innaffiare un deserto, ma che facevan testimonianza
non solo della sua incrollabile fede, ma quella volta almeno d’un senso
profondo e quasi fatidico delle necessità d’Italia. Infine nella notte
del 20 marzo Rosolino Pilo, dei Conti di Capaci, elettissima anima
d’eroe e di martire, d’intesa col Mazzini e col Crispi, incuorato da
Garibaldi stesso, salpava su fragile paranza in compagnia di Giovanni
Corrao con poche armi e poco peculio alla volta della sua isola natía,
deliberato a chiamarvi alle armi i suoi compaesani e a dar egli, per
primo, l’esempio della magnanima rivolta.
Ma questa scoppiò per forza propria anche prima del suo arrivo.[14] La
brutalità del Governo aveva cospirato più di tutte le propagande. Le
fila da lui spezzate si riannodarono da sè stesse; ad ogni patriotta
incarcerato o spento, ne subentravano cento; un ignoto pugnalava in
pien meriggio sulla porta della Matrice lo stesso Maniscalco, che dava
così egli pel primo col proprio sangue il segnale della riscossa.
Il disegno era: far del Convento della Gancia, i cui frati sapevansi
devoti alla causa nazionale, base d’operazione; preparare, nascosti
ne’ suoi sotterranei, colle poche armi già introdotte in città, un
manipolo di animosi disposti a trattarle; all’alba del 4 aprile al
suono delle campane a stormo sbucare dal Convento, chiamando la città
alle armi; altre schiere di patriotti frattanto, già appostati in
Via Scopari e nella chiesa della Magione, uscirebbero a lor volta ad
appoggiare il movimento: simultaneamente le squadre del contado, già
preste, sforzerebbero le porte, e mettendo il nemico fra due fuochi
compirebbero l’opera.
E così fu fatto. Capo degli animosi che dovevan cominciare il fuoco
dalla Gancia si profferì un popolano, certo Francesco Riso, fontaniere
d’arte, anima candida di patriotta e di eroe, che fu il vero iniziatore
della rivoluzione palermitana, e il cui nome va ormai proferito in
Italia accanto a quelli de’ suoi martiri più gloriosi.
Se non che il Maniscalco, per una delle consuete e fatali imprudenze
inseparabili da siffatte imprese,[15] ebbe vento della trama, e sebbene
in una perquisizione, fatta la sera del 3 al Convento, non gli fosse
riuscito di scoprire nulla di più, fece tuttavia occupare durante
la notte tutti gli approcci della Gancia da picchetti di truppa e di
sbirraglia, e si tenne preparato ad ogni evento. Infatti all’alba del
4 fu pronta la campana di Santa Maria degli Angeli a dare il segnale;
pronto Francesco Riso ad uscir al cimento; pronti i due drappelli
di Via Scopari e della Magione a far la parte loro; ma sorpresi e
questi e quelli e colti dalle soldatesche già appostate a tutti i
varchi; sopraffatti in breve da altre sopravvenienti da ogni banda;
furono parte dispersi, parte costretti a ricoverarsi nel Convento
della Gancia, che divenne così l’estrema rôcca de’ patriotti. Ma non
tardarono ad assalirli, superbi del numero, i Borbonici, e atterratane,
senza grande sforzo, la porta, ricacciati di scala in scala, di piano
in piano, i disperati difensori, ferito a morte l’eroico Francesco
Riso, freddato d’un colpo il Padre Angelo di Montemaggiore, in brev’ora
rimasero padroni del campo sanguinoso. Allora i vincitori non conobbero
più freno; e trucidando alla cieca quanti incontravano; scorrazzando,
manomettendo, guastando l’intero Convento; non arretrandosi nemmeno
dinanzi alla santità degli altari, spogliando le immagini sacre de’
loro arredi e sperdendo al suolo persino le particole consacrate,
coronarono con quest’ultima prodezza la vittoria del trono e
dell’altare.
E fu crudele disdetta; chè le bande del contado fide alla promessa
si erano già da ogni parte appressate ai sobborghi ed alle porte,
richiamando verso sè stesse molta forza de’ Regi e appiccando in
più luoghi, come ai Porrazzi, zuffe ardimentose, le quali potevano
anco volgersi in vittoria, se l’insurrezione cittadina avesse potuto
dilatarsi e dar loro la mano.