Prima conseguenza della felice annessione era l’ampliamento e la
rinnovazione del Parlamento. Lo stesso conte di Cavour aveva richieste
le elezioni generali come precipua condizione al suo ritorno al
Governo; e infatti dal 25 al 29 marzo i Collegi delle antiche e nuove
province convenivano all’urne per eleggere i loro deputati.
E naturalmente tra gli eletti fu anche Garibaldi. Molti Collegi gli
furono profferti, tra gli altri Brescia, Stradella, Varese; ma egli
ringraziò tutti, dichiarando di non poter accettare che per Nizza
«posta in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone,[6]» e
che a lui incombeva difendere. Nizza infatti lo elesse;[7] ond’egli
appena conosciuto il voto lascia Caprera, corre nella sua città, vi
raggruppa i suoi amici e devoti, tenta avvivare (e la sola sua presenza
bastava) la fede nella patria antica; e illuso che il sentimento suo
sia pur quello di tutti i suoi concittadini; ignaro che intorno a
quel po’ di popolo schietto ed onesto, che si sentiva e voleva essere
italiano, brulicava una plebe famelica, pronta al miglior offerente,
e una borghesia ingorda, impaziente di subiti guadagni, che avrebbe
venduto dieci patrie; parte per Torino accompagnato dal suo amico
Robaudi, col proposito d’interpellare il Governo sulla sorte della sua
città natale e di fare un ultimo sforzo per scongiurarne la perdita.
Del suo arrivo a Torino, delle commozioni provate dalla città, son
pieni i giornali del tempo; ma in ciò nessuna maraviglia. Presentata
col Robaudi la sua interpellanza fin dal 7 aprile, soltanto nella
tornata del 12 fu ammesso a svolgerla. Era la prima volta che Garibaldi
compariva nel Parlamento subalpino; grande quindi l’impazienza di
conoscere l’oratore e di giudicare il politico; «generale, siccome dice
il resoconto ufficiale, il movimento d’attenzione.»
Parlò calmo e breve; ma è dubbio se con parole e concetti tutti
suoi.[8] Reclamò l’osservanza dell’articolo 5º dello Statuto, che
pei trattati importanti cessione di provincie richiede la perentoria
sanzione della Camera: rammentò la storia di Nizza datasi a Casa di
Savoia nel 1391 a patto di non essere ceduta a straniera potenza:
dichiarò ogni traffico di gente repugnante al diritto ed alla coscienza
delle nazioni civili: denunziò sommariamente i fatti di pressione
elettorale, sotto la quale era soffocata la libertà di voto de’ suoi
concittadini: chiese infine che, sino all’approvazione del trattato, il
voto di Nizza fosse sospeso.
Rispose il Cavour temperato e cortese; negando l’incostituzionalità,
giustificando il trattato colla necessità politica e l’interesse
d’Italia; attenuando, non smentendo, i fatti di pressione. La
discussione s’avvivò. Per Nizza, in vario tenore, parlarono i nizzardi
Laurenti-Robaudi e Bottero, sostenuti dal Mellana e dal Mancini; per il
trattato i ministri Farini e Mamiani e il deputato Pier Carlo Boggio;
e la conclusione fu l’approvazione d’un ordine del giorno di questi,
mercè il quale «espressa la fiducia che il Governo del Re provvederebbe
efficacemente che le guarentigie costituzionali e la sincerità
e libertà del voto nelle provincie di Savoia e Nizza sarebbero
rispettate,» la Camera non chiedeva di più.
E di più forse, al punto cui eran le cose, non si poteva nè sperare
nè conseguire; ma Garibaldi non era uomo d’intenderlo, e uscì da
Palazzo Carignano coll’anima ribollente d’ira e d’amarezza; nauseato
di quella politica barattiera, a senso suo, e codarda, e guardando
da quell’istante il conte di Cavour collo stesso occhio, con cui si
guarderebbe colui che vi ha strappato dal braccio vostra madre, e l’ha
gettata al mercato.
Ma per ventura sua e d’Italia altri e ben più gravi avvenimenti eran
già venuti a divertirlo da quei turbolenti pensieri, e ad aprire al
vorticoso torrente della sua passione patriottica uno sfogo più degno e
più vasto.