Se non che nessuna gioia senz’amarezza; l’imperatore Napoleone metteva
alle annessioni dell’Italia centrale un prezzo; quel medesimo ch’egli
aveva prima richiesto per la cacciata degli Austriaci: Savoia e Nizza.
Nè era da pretendersi che l’opera sua fosse tutta gratuita. Nemmeno
la Francia era la _gran nazione_ che potesse far la guerra soltanto
_per un’idea_. Ciò si scrive volentieri nell’ebbrezza del trionfo, sui
proclami; ma rare volte si ratifica co’ fatti. Quand’anche Napoleone
l’avesse voluto, non era in di lui balía chiedere il sangue della
nazione ond’era capo, per una guerra non sua, senza procacciarle
almeno un compenso rimuneratore dei rischi corsi e dei sacrifici
patiti. Oltre di che la cessione della Savoia e di Nizza era la
conseguenza, per dirla collo stesso conte di Cavour, «della politica
che ci aveva portati a Milano, a Bologna, a Firenze;» ed era certamente
un’applicazione di que’ medesimi principii di volontà nazionale e
di voto popolare che noi stessi avevamo invocati siccome fondamento
giuridico alla nostra rivoluzione, e sul quale dovrà consistere
l’intero edificio d’Italia.
Piuttosto era ad esaminarsi se tutto quel compenso era dovuto; se di
quel tanto sacrificio richiesto all’Italia, una parte almeno non poteva
esser risparmiata. Per la Savoia nessun dubbio: poteva essere doloroso
abbandonare que’ monti, antemurale di nostra casa e cuna de’ nostri Re;
ma proclamato il diritto delle nazioni, diveniva necessario e doveroso.
Per Nizza, invece, il discorso mutava: ivi tutto era Italia; e la
miscèla di idiomi, propria a tutte le regioni confinanti, non bastava
a cancellarne i grandi e solenni caratteri scritti dalla storia, dalla
natura e da Dio.
Però che l’imperiale alleato chiedesse con pari durezza le due spoglie,
nessuno contende; rimane solo a chiarirsi se l’una non poteva essere
più validamente e più tenacemente contrastata dell’altra. Il conte di
Cavour, disse uno de’ suoi più valenti cooperatori,[3] aveva perduto di
fronte all’ingrata questione la consueta sua serenità, e facilmente si
crede; ma che abbia posto a risolverla tutto il nerbo dell’anima sua;
ch’egli abbia tentato la salvezza di Nizza con quel medesimo sforzo
di destrezza e di energia da lui adoperato a disfar Villafranca, e
unificar mezza Italia, questo in nessun libro e in nessun documento è
attestato: eppure questo sarebbe stato un serto di più alla sua gloria.
Si direbbe che il gran Ministro, assorto nell’unico fine «di rendersi
complice[4]» la Francia, non ne vedesse alcun altro. Tuttavia se al
conte di Cavour fosse balenato il pensiero che quella complicità era
per Napoleone ormai fatale, e che in ogni caso non avrebbe mai fatto
guerra all’Italia per Nizza, come non gliela fece, nè la potè fare
per Bologna e Firenze,[5] forse avrebbe risparmiato agl’Italiani quel
gentile e caro brano di patria, e a sè sospetti, rancori, inimicizie,
di cui tra non molto egli e la parte sua sentiranno, primi, le
difficoltà ed i danni.
Oltre a ciò avevano offesi i modi. Nizza era inondata da emissari
napoleonici; bandi pubblici firmati dai magistrati del Re, o tollerati
o non abbastanza puniti, apertamente propugnavano la dedizione alla
Francia; nessun’arte di pressione e di broglio era risparmiata; la
libertà del voto, unica scusa e salvaguardia di quel triste plebiscito,
sfrontatamente conculcata.
Qual maraviglia pertanto che un soldato, un nizzardo, Giuseppe
Garibaldi, infiammato d’amore per la terra nativa e d’odio per ogni
signoria straniera; inasprito da quello spettacolo nauseabondo di
frodi e di violenze, si levasse per il primo contro un Governo che, per
usare il linguaggio suo, «mercanteggiava come armento la città sua;» e
vedesse da quell’istante un nemico in colui che era stato a’ suoi occhi
l’artefice e lo stromento principale del mercato?