Il 20 gennaio 1860 il conte di Cavour riafferrava il governo, e
l’Italia risentiva tosto la mano del nuovo timoniere. Non conviene
tuttavia piaggiar nessuno, nemmeno il genio fortunato. Fra la
situazione politica trovata dal gran Ministro al cominciar del
nuovo anno e quella da lui lasciata a’ suoi successori correva per
l’appunto la stessa differenza che tra una nave in alto mare, sbattuta
dalla tempesta, e una nave, lottante bensì cogli ultimi colpi della
traversía, ma già in vista della terra e prossima a toccare il
porto. Dell’eredità di Villafranca al Ministero La Marmora-Rattazzi
toccarono tutti i rischi e tutti i fastidi; al conte di Cavour
tutti i frutti e tutti i trionfi. Ad essi, se fosse lecito dire,
la parte penosa ed oscura della liquidazione; a lui l’attuosa e
brillante dell’accettazione. Sia giusta la storia: se il conte di
Cavour fosse stato al potere dal luglio al dicembre 1859, non avrebbe
potuto comportarsi diversamente dai suoi eredi; e gli sarebbe stato
giuocoforza o temporeggiare e barcamenarsi com’essi; o volendo osar
troppo, porre ogni cosa a repentaglio. Il Ministero La Marmora-Rattazzi
non compì grandi cose; ma, come suol dirsi di certi medici, aiutò la
natura ad operare: diede cioè tempo ed agio all’Italia d’aspettare
che tutto quel cumulo di difficoltà, d’ostacoli, di triboli che
facevan barriera d’ogni dove al nostro cammino, si assottigliasse e
s’indebolisse da sè, per sola forza delle cose, sì che non restasse più
che scavalcarlo con un passo, o rovesciarlo con una spinta.
E così infatti era accaduto. L’annessione dell’Italia centrale al Regno
sardo era, se non consacrata nella forma, compiuta nella sostanza; la
chimera napoleonica d’una federazione austro-italiana presieduta dal
Papa già ita in dileguo; tutti i progetti di congressi, di conferenze,
di vicariati, di regni autonomi svaporati; tutte le promesse di
restaurazioni, papali, ducali, granducali, scritte ne’ capitolari di
Villafranca, cassate dalla manifesta volontà degl’Italiani, e ridotte
lettera morta. Napoleone III, dopo cinque mesi di politica ambidestra,
una pubblica e avversa, una segreta e propizia all’Italia, liberatosi
dal reazionario Walewsky, dettato o ispirato l’opuscolo: _Il Papa
e il Congresso_,[1] si chiariva di giorno in giorno più favorevole
alle nostre sorti; mentre l’Inghilterra, subentrati i _Whigs_ ai
_Torys_, dichiarava apertamente la sua simpatia per la causa italiana,
s’associava al Napoleonide nell’idea del non intervento armato, e ne
faceva uno de’ cardini della sua politica nella Penisola. L’Austria
sola continuava naturalmente ad atteggiarsi o stile e minacciosa;
ma tanto la Prussia, quanto la Russia, sebbene diffidenti della
rivoluzione e gelose del diritto divino, non sapevano risolversi a far
causa comune l’una colla prepotente rivale, l’altra colla fedifraga ed
ingrata alleata, e chiaramente lasciavano intendere che non avrebbero
mai tratta la spada per lei: unica cosa che importasse. E intanto il
savio contegno dell’Italia centrale continuava a far l’ammirazione
di tutti i popoli civili; forzando i suoi stessi avversari a parlare
con rispetto d’una rivoluzione che procedeva con sì pacata e ordinata
costanza, ed a discuter seriamente di quel nuovo diritto fondato
sulla volontà popolare e sui caratteri indelebili delle nazioni,
che la vecchia Diplomazia non voleva ancora riconoscere, ma che avrà
sconvolto, prima che il secolo finisca, tutta l’Europa.
A tale essendo le cose, restava solo che una mano vigorosa desse
l’ultimo colpo; e il Cavour ricomparve nell’arena. Salito appena al
potere, annunciò ai Gabinetti d’Europa che oramai era impossibile una
più lunga aspettativa; che le popolazioni italiane, dopo avere atteso
lungamente indarno che le Potenze d’Europa mettessero ordine a’ loro
affari, avevan diritto di passar oltre, e che «il solo scioglimento
pratico consisteva nell’ammissione legale dell’annessione, già
stabilita in fatto, dell’Emilia, come della Toscana.[2]»
Chi però vedesse in queste ardite dichiarazioni l’atto irriflessivo
d’un giuocatore disperato che rischia l’ultima sua posta,
s’ingannerebbe a partito. Il conte di Cavour aveva già calcolato
tutte le sorti del giuoco, ed era certo oramai che la partita decisiva
sarebbe stata per lui. Che l’Austria strepitasse o la Germania e la
Russia tenessero il broncio, poco gli caleva. Sapeva d’aver seco, più
che queste non volessero confessare, Francia e Inghilterra; sapeva
meglio ancora d’aver per sè il diritto, il fatto, l’opinione civile,
e ciò gli bastava. Non andò guari infatti che l’Inghilterra inviava
ai Gabinetti delle maggiori Potenze queste quattro proposte: non
intervento armato; diritto ai popoli dell’Italia centrale di decidere,
con un nuovo voto de’ lor Parlamenti, circa i loro destini; garantita
la sovranità papale, ma sgombra Roma dai Francesi; soltanto la
questione di Venezia taciuta e messa in disparte. Rispose sdegnosamente
l’Austria; non piegarono tosto le Corti nordiche; ondeggiò ancora
per poco lo stesso Napoleone, tentando introdurre nelle proposte
inglesi altre condizioni: ma poichè egli consentiva nella massima
fondamentale del non intervento, e richiedeva solo che al voto
de’ Parlamenti si sostituisse il suffragio universale; il conte di
Cavour, vinte o deluse tutte le nuove eccezioni, lo prese in parola,
e mandata copia delle proposte inglesi, così come le aveva modificate
l’Imperatore, ai Governi della Toscana e dell’Emilia, li invitò senza
più a pronunciarsi. Era quanto dir loro (se già non era stato detto in
privato): procedete subito ai plebisciti e confermate le annessioni;
e va da sè che nessun invito poteva riuscire più aspettato e più
gradito. Così tre giorni dopo l’ultima Nota francese, mentre ancora i
potentati erano affaccendati a librare, analizzare, stillare le famose
quattro proposte, l’Emilia e la Toscana votavano per voto universale
la loro unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele; e la
rivincita di Villafranca era presa.