Una volta suor Maria Eletta disse alla Tina:
— Vedi in quella riga di collinette che l'ultimo raggio del sole fa
adesso così verdi? Ivi io ho passato molti de' miei anni.... — La
fanciulla da un pezzo guardava anch'ella a quel punto, ma con desiderio
accorato, ma col rammarico di una ricordanza indelebile; aveva la
faccia bagnata di pianto e preoccupata dai propri pensieri rispose fra
i singulti:
— Oh paese mio benedetto, dove potrei adesso essere felice!... e io
sciagurata non ho saputo intendere il suo cuore, e in cambio del tanto
bene che mi voleva l'ho fatto fuggire disperato; sono stata la morte
della sua povera madre!...
— Non cruciarti così, non piangere, Tina, le diceva Maria Eletta,
che solamente allora s'accorse a che tristi meditazioni s'era in
quel frattempo lasciata andare la poveretta, e dolente di non averlo
preveduto cercava adesso di quietarla col santo pensiero della
rassegnazione.
— Certo fu grande sventura la tua! Ma, giacchè non v'è più speranza e
nessun bene di questo mondo potrebbe mai consolarti, a che desiderare
i luoghi testimoni di tanto dolore? Non è meglio che tu sia qui con
me? Ti amo io, come una figlia, come una dolce sorella! perchè mi
vorresti abbandonare? Se si trattasse della tua felicità, direi: il
Signore me la toglie, ma le dà un compagno, una famiglia, un dovere da
adempiere: questi occhi ch'ella doveva chiudere, si spegneranno senza
rivederla, ma ella si ricorderà allo stesso della povera monacella;
pregherà per me anche colaggiù; insegnerà il mio nome e la mia istoria
a' suoi figli: perchè, Tina, io voglio narrarti la mia istoria; e sarai
contenta: ma se tutto è finito e non vi sono che lagrime, oh, allora
piangiamo insieme! — Poi guardandola colla tenerezza d'una madre:
— Povera colombella, le diceva, venuta a rifugio su questo creto
inaccessibile, all'ombra del santuario del Signore, tu rimpiangi adesso
il mondo lasciato, perchè, quando ti colse la procella, non ne avevi
ancora veduto che il suo lato bello. Chi sa quanti crudeli disinganni
ti aspettavano! fra quegli uomini colaggiù dove vorresti ritornare ci
sono delle prepotenze, delle falsità, che a te inesperta non passano
neanche per la mente. Vedi qui sotto come le onde si accavallano,
si urtano, si infrangono nei massi: giugneranno tutte sotto quei
due archi là, e arriveranno un giorno libere al mare; ma noi intanto
siamo fuori, e ringraziamone il buono Iddio. Ti ho detto che voglio
narrarti la mia povera vita, e vedrai che ci sono lacrime più amare
delle tue. Ho peraltro perdonato e guardo adesso senza cordoglio a'
miei anni giovanili e ai sogni che allora mi sorridevano, lieta che
la volontà del Signore mi abbia invece chiamata in cotesta solitudine.
— E per vari giorni consecutivi all'ora istessa esse venivano insieme
nell'orticello, e, dopo la cura dei fiori, così la monaca si faceva a
narrare i suoi casi passati:
— Avevo dieciotto anni, quando conobbi un giovane, la cui memoria
rimastami pura come quella di un angelo, è anche adesso una delle
mie più care consolazioni. Orfana fin da bambina, i miei genitori mi
avevano lasciata unica erede di un ricco patrimonio. Nella famiglia
della zia che mi aveva raccolta, io godevo d'illimitata libertà. Suo
marito, buon uomo, di cui mi ricordo sempre con tenerezza, pretendeva
che l'educazione dovesse farsi da sè, e non per via di comandi, o di
leggi, alle quali dappertutto si sogliono più o meno assoggettare
i fanciulli. Se desideravo, m'insegnavano; del resto, purchè non
disturbassi, io era lasciata affatto padrona di me stessa, nè mai
m'accorsi d'essere sorvegliata, o che si volesse farmi pensare
o sentire alla loro foggia. Bene o male che fosse, almeno la mia
fanciullezza non fu abbeverata di lagrime, e quegli anni, che la natura
destina ad ogni creatura umana così belli, io non li ebbi contrariati
giammai dal prepotente volere degli altri. Passavo con loro una parte
dell'anno in città, e l'altra in un casino ch'essi tenevano su quei
colli là vicino al tuo paese. Agiati, ospitali, la loro famiglia era
grandemente frequentata. Questo ho dovuto dirti per farti capire in
che maniera io avessi potuto strignere una così intima amicizia col
giovane che ti ho accennato. Perchè, Tina, quel giovane non credeva
come noi, non pregava nelle nostre chiese; era un ebreo. Avevo fatto la
sua conoscenza per puro accidente. Ecco come avvenne.
Credo che fosse di carnovale. I collegiali davano una rappresentazione,
così come hai veduto qui le nostre educande. Mi ci trovavo in compagnia
di molte signore, madri e sorelle dei giovanetti. La sala angusta non
permetteva comodo spazio a tutti gl'intervenuti, sicchè sul dinanzi
sedevamo noi donne, e gli uomini e gli ultimi arrivati dietro in
piedi. Sento alle mie spalle un accalcarsi di gente. Era il giovane
che entrava con a mano due fanciulli, ma non poteva aprire il varco
e le creaturine rimanevano quasi soffocate dalla folla. Due dame che
l'avevano adocchiato, e forse sapevano chi fosse, fecero le viste di
non si accorgere, e colle loro pellicce sciorinate sulle sedie finirono
di otturare il solo spiraglio per cui i poveri piccini procuravano
di contemplare anch'essi un tantino dello spettacolo. M'ingegnai
d'accennare che avanzassero, e a forza di strignermi sull'altro lato
riescii a farli passare sul dinanzi; e il più piccolo, ch'era una
bella bambina ricciuta e bionda come un angioletto, me la presi sulle
ginocchia.
Sul momento della partenza, nel ripigliarsi la sorellina, non so che
complimento ei mi facesse; certo non doveva aver nulla di particolare,
ma io sento ancora nel cuore il tono timido e la dolce emozione di
quella voce. Dappoi egli trovò modo di venire a farci visita. La
zia lo accolse gentilmente; pure in sulle prime, forse a causa della
diversità di fede, traspariva in lei un non so che di contegnoso che
a me faceva male e che mi credevo come in debito di compensare; ma
il marito, a norma dei larghi principii che ti ho detto, riconobbe
allo stesso le rare qualità del giovane, e lo trattava con tanta
benevolenza che presto ei divenne uno dei nostri più intimi amici.
Non puoi credere come quell'anima era bella e quanto bene mi fece la
sua conoscenza! Fino a quell'epoca io ero vissuta affatto spensierata
e senza prefiggermi nessuno scopo; cominciai a riflettere ed amai
l'occupazione e cercavo più che potevo di arricchirmi di utili
cognizioni; e un'altra sorgente di gioie purissime ed ineffabili mi
aprì la sua benedetta amicizia. Mi sono sempre stati cari i fiori,
e allora io n'ero veramente appassionata. Un giardiniere, che veniva
qualche volta in famiglia, mi aveva promesso una piantina di non so che
giranio. La nostra casa era situata in uno de' più bei borghi della
città; dietro aveva un cortile interno, in fondo al quale c'erano le
scuderie e un'uscita che metteva sur un vicolo popolato da povera
gente; sicchè dall'una parte edifizi signorili, larga la via, moto
continuo, aspetto di opulenza; dall'altra sudiciume, casucce infelici,
miseria. Eravamo intesi che la mattina prima di andare al giardino dove
lo aspettavano a giornata, ei mi avrebbe portato il vasetto per cotesto
ingresso che gli accorciava la via. Nella mia infantile impazienza mi
alzai coll'alba, e attraversato il cortile, sul portone che dava nel
vicolo, mi misi ad aspettare ansiosa la cara pianticella. Passa il
giovanetto. Così mattutino, per quella remota contrada.... non potevo
persuadermi; ma egli mi aveva riconosciuta, e un po' esitante, un po'
arrossito, pur si ferma a salutarmi, e mi narra d'una famiglia infelice
che abitava pochi passi lontano. Erano quattro fanciulletti orfani e
due vecchie, una delle quali cieca; tutti senza pane. Entriamo insieme
nel miserabile tugurio. La cieca stava seduta in un angolo vicino al
fuoco, sentì il suo passo e, riconosciutolo, stendeva le mani come per
tentare dove fosse: egli le si assise dappresso colla tenerezza di un
figliuolo. Aveva trovato da collocare il ragazzino maggiore e veniva a
portargliene la notizia. Di sopra si sentirono le voci dei due piccoli
che l'altra donna stava vestendo. Scesero le scale, oh Dio mio come
sparuti! li seguiva una fanciulletta coi piedini nudi.... Io, vissuta
sempre negli agi, non avevo giammai sospettato una scena di tanta
miseria, e mi si strinse il cuore per infinita pietà. Egli comprese, e
come se gli fossi stata sorella, mi affidò l'incarico di cucire alcune
camice e i vestitini per quelle povere creature. Oh! di che gratitudine
non mi sentii io allora legare a quell'anima benedetta! Serbammo fra
noi due il segreto, e io lavoravo nella solitudine della mia camera
con una gioia che in mia vita non avevo provato la più soave. Quando
veniva la sera, erano questi i nostri colloqui, e ci mettevamo un così
vivo interesse, come se fossero stati d'amore. Quel giovanetto, Tina,
era buono, e faceva il bene quasi per istinto; era onesto, pieno di
rettitudine, benefico per natura così come uno è gentile. Dolevami
ch'egli non avesse la nostra fede, ma mi pareva sventura e non colpa,
ed anzi la compassione per questa sua immeritata disgrazia me lo faceva
ogni giorno più caro. Pativo di ogni parola che potesse toccare cotesto
argomento ad offender lui anche lontanamente, e cominciai allora a
riflettere su molte umane ingiustizie. Pregavo Iddio, e tuttora lo
prego che infonda invece la sua carità nei nostri cuori, e ci faccia
miti e mansueti e tutti fratelli.
Erano già passati alcuni anni di questa nostra intima amicizia, nè
giammai c'era uscita una sola parola, o un menomo atto che indicasse
amore, e ci amavamo, è certo, con tutta la potenza delle anime
nostre. Un giorno e' mi fece una strana dimanda: — Poniamo, diceva,
ch'io fossi un vostro pari e nato nella vostra fede, se chiedessi la
vostra mano...? — Sospettai: potrebbe forse la passione indurlo ad un
cangiamento per cui non istanno le sue convinzioni? felicità suprema
unire la mia alla sua vita; ma sua madre che ne sarebbe desolata! Io
strappare un figliuolo dal seno della madre! Se non è per comando di
una verità profondamente sentita, cotesto è delitto. E fatto uno sforzo
supremo, con patente menzogna risposi: Non l'accetterei!... Miseri!
avevamo entrambi raggiunto un'ora d'irrevocabile dolore e dissipati per
sempre i nostri dolci pensieri. Egli lasciò accartocciarsi il disegno
rappresentante due sposi all'altare che stavamo insieme guardando e
che aveva dato occasione a quella fatale inchiesta, e io sentii cadermi
sulle mani alcune sue lagrime di fuoco. Non ardii sollevare il viso e
stetti lungo tempo immobile.
Quando finalmente mi scossi, egli era partito, senza darmi un addio,
senza proferire una sola parola. — E non ci siamo mai più riveduti!
Seppi peraltro più tardi che stabilitosi fuori di paese, s'era
ammogliato. Tutto l'amaro del sacrifizio mi piombò allora sul cuore.
Fino a quel punto non so che filo di sognata speranza m'era andato
sostenendo la vita. Mi pareva che doveva tornare, che avrei potuto
spiegargli ogni cosa, mostrargli a nudo l'anima mia, dirgli quanto
l'amavo: che se non ci era concesso d'esser felici, avremmo almeno
pianto insieme e ci saremmo l'un l'altro consolati col santo pensiero
d'un immutabile affetto. Ma quella notizia fu un colpo di fulmine che
non avevo saputo prevedere, e dinanzi alla quale mi trovai affatto
annichilita. Oh le lagrime ch'io versava in quelle lunghe notti insonni
tormentate dall'infinito desiderio di rivederlo e dalla certezza di
averlo irreparabilmente perduto! Ma a che narrarti gli spasimi di
un cruccio che tu, poverina, devi pur troppo conoscere? È stata la
somiglianza dei nostri casi, Tina, che mi ha aperto l'adito al tuo
cuore, e adesso m'inspira tutta questa confidenza. Sì, sorella mia,
anch'io come te ho amato e ho pianto; ma, più debole di te, mi lasciai
talmente sopraffare dalla mia sventura che caddi malata. Un languore
invincibile mi consumava, ogni giorno più stanca e più pallida io
era oramai vicina a non potermi più alzare dal letto. I miei buoni
parenti sgomentati mi trasportarono in campagna, e la loro tenerezza
mi circondò di affetto, di tanta delicata pietà che finalmente valsero
a riavermi. Là su quelle colline cominciò per me un'esistenza affatto
nuova. Mi piacevo della solitudine dei siti e uscivo spesso a diporto
pel verde dei declivi all'aria pura ed aperta, sotto l'occhio del sole.
Qualche volta mi sedevo al margine d'un fonte salutare, e quelle acque
mi ricreavano. Salivo d'una in altra pendice, lieta di contemplare da
vicino il cipresso che me l'aveva indicata, o se m'internavo dalla
parte dei boschetti, erano le dolci note degli usignuoli ch'io mi
fermavo lungamente ad ascoltare. Io andava così placidamente bevendo
la pace serena della bella natura che mi stava d'intorno e a poco a
poco me la sentii come trasfusa nel cuore, che finalmente quietato,
mi si aprì di nuovo alla vita. Fu in quel torno di tempo che un
mutamento domestico nella famiglia de' miei buoni parenti venne a
colmarli di gioia. Un nipote ch'essi grandemente amavano e al quale
avevano destinato l'eredità dei loro beni, compiuti gli studi e tornato
da un lungo viaggio stava per contrarre un matrimonio di loro pieno
assentimento. Gli sposi dovevano stabilirsi in casa quasi figli, e lo
zio si occupava nel sopraintendere ai diversi lavori che aveva ordinati
all'uopo di apparecchiare l'appartamento nuziale. Queste faccende, e le
molte visite di costume per tale occasione li obbligarono a tornarsene
alla città. In quanto a me, non ignoravano che mi sarebbe stato di
peso, e mi lasciarono in piena libertà nell'allegro casinetto delle
colline. Oramai riacquistata la primiera salute e fatta amicizia con
diverse giovanette, facevo con esse frequenti escursioni nei dintorni.
Ho percorso tutti quei luoghi e ne serbo assai cara la memoria. Ecco
perchè, quando sei venuta qua entro, provavo tanto piacere a discorrere
teco del tuo paese nativo. Nel tuo villaggio ci sono stata parecchie
volte, e vedo il viale dei Conti, il Palazzo, la Manganizza, come se
tuttora mi fossero dinanzi agli occhi. Amavo la buona gente che lavora
la terra, e a poco a poco dimenticati della mia condizione anch'essi
mi amavano e mi ammettevano senza riguardi nella loro intrinsichezza.
Confusa con essi ho pregato nelle loro chiese, prendevo parte ai
conviti nuziali, ai battesimi, alle danze della sagra, mi sedevo come
una sorella al capezzale degli ammalati, colla candela benedetta fra
le mani intervenivo alle devote processioni, e su quel monte che ci
sta dirimpetto più d'una volta sono stata in pellegrinaggio a visitare
in loro compagnia la Madonna benedetta. Quando gli sposi vennero a
passare l'autunno sulle colline mi trattarono col più cordiale affetto.
In quella famiglia regnava un mirabile accordo: rispettosi e devoti i
giovani, condiscendenti i vecchi, e tutti lieti e benevolenti, e a me
poi s'usavano i più dilicati riguardi e tante attenzioni che pareva
che si fossero come uniti per compensarmi delle lagrime passate.
Partecipavo col cuore aperto alla contentezza de' miei buoni zii, alle
giovanili speranze e alla gioia dei cugini, alla crescente prosperità
della famiglia. Sì, una memoria veniva talvolta anche allora, come
ombra, a funestarmi; ma io pregavo rassegnata e in pace; e ogni
sera potevo offrire al Signore qualche poco di bene operato nella
giornata; e se anche nel mio secreto piangevo perduta per colpa di
quello sfortunato amore la famiglia che mi era stata forse destinata,
mi consolavo nella speranza di quella degli amati cugini. Lieta della
solitudine dei campi ch'io stessa mi avevo eletto e che mi era dato
godere senza contrasto, spaziavo libera nell'aria e nel verde come
uccelletto respirando la poesia del creato, e nessuno faceva male
interpretazioni e il mio nome rispettavano. Avevo dimenticato la città
e le sue costumanze per istrignermi sempre più alla povera gente che
mi compensava col suo amore disinteressato e colla sua stima. Chiudere
in pace i miei giorni in quella solitudine ignorata, sotto gli occhi
di Dio, facendo quel più di bene che mi era possibile, amando con
sincerità e purità di affetto tutte le creature che mi circondavano e
ricevendo in contraccambio il loro amore, quest'era il mio fine, questa
la speranza e la gioia della vita che mi avevo prefissa.