V.

Una volta suor Maria Eletta disse alla Tina:

— Vedi in quella riga di collinette che l'ultimo raggio del sole fa

adesso così verdi? Ivi io ho passato molti de' miei anni.... — La

fanciulla da un pezzo guardava anch'ella a quel punto, ma con desiderio

accorato, ma col rammarico di una ricordanza indelebile; aveva la

faccia bagnata di pianto e preoccupata dai propri pensieri rispose fra

i singulti:

— Oh paese mio benedetto, dove potrei adesso essere felice!... e io

sciagurata non ho saputo intendere il suo cuore, e in cambio del tanto

bene che mi voleva l'ho fatto fuggire disperato; sono stata la morte

della sua povera madre!...

— Non cruciarti così, non piangere, Tina, le diceva Maria Eletta,

che solamente allora s'accorse a che tristi meditazioni s'era in

quel frattempo lasciata andare la poveretta, e dolente di non averlo

preveduto cercava adesso di quietarla col santo pensiero della

rassegnazione.

— Certo fu grande sventura la tua! Ma, giacchè non v'è più speranza e

nessun bene di questo mondo potrebbe mai consolarti, a che desiderare

i luoghi testimoni di tanto dolore? Non è meglio che tu sia qui con

me? Ti amo io, come una figlia, come una dolce sorella! perchè mi

vorresti abbandonare? Se si trattasse della tua felicità, direi: il

Signore me la toglie, ma le dà un compagno, una famiglia, un dovere da

adempiere: questi occhi ch'ella doveva chiudere, si spegneranno senza

rivederla, ma ella si ricorderà allo stesso della povera monacella;

pregherà per me anche colaggiù; insegnerà il mio nome e la mia istoria

a' suoi figli: perchè, Tina, io voglio narrarti la mia istoria; e sarai

contenta: ma se tutto è finito e non vi sono che lagrime, oh, allora

piangiamo insieme! — Poi guardandola colla tenerezza d'una madre:

— Povera colombella, le diceva, venuta a rifugio su questo creto

inaccessibile, all'ombra del santuario del Signore, tu rimpiangi adesso

il mondo lasciato, perchè, quando ti colse la procella, non ne avevi

ancora veduto che il suo lato bello. Chi sa quanti crudeli disinganni

ti aspettavano! fra quegli uomini colaggiù dove vorresti ritornare ci

sono delle prepotenze, delle falsità, che a te inesperta non passano

neanche per la mente. Vedi qui sotto come le onde si accavallano,

si urtano, si infrangono nei massi: giugneranno tutte sotto quei

due archi là, e arriveranno un giorno libere al mare; ma noi intanto

siamo fuori, e ringraziamone il buono Iddio. Ti ho detto che voglio

narrarti la mia povera vita, e vedrai che ci sono lacrime più amare

delle tue. Ho peraltro perdonato e guardo adesso senza cordoglio a'

miei anni giovanili e ai sogni che allora mi sorridevano, lieta che

la volontà del Signore mi abbia invece chiamata in cotesta solitudine.

— E per vari giorni consecutivi all'ora istessa esse venivano insieme

nell'orticello, e, dopo la cura dei fiori, così la monaca si faceva a

narrare i suoi casi passati:

— Avevo dieciotto anni, quando conobbi un giovane, la cui memoria

rimastami pura come quella di un angelo, è anche adesso una delle

mie più care consolazioni. Orfana fin da bambina, i miei genitori mi

avevano lasciata unica erede di un ricco patrimonio. Nella famiglia

della zia che mi aveva raccolta, io godevo d'illimitata libertà. Suo

marito, buon uomo, di cui mi ricordo sempre con tenerezza, pretendeva

che l'educazione dovesse farsi da sè, e non per via di comandi, o di

leggi, alle quali dappertutto si sogliono più o meno assoggettare

i fanciulli. Se desideravo, m'insegnavano; del resto, purchè non

disturbassi, io era lasciata affatto padrona di me stessa, nè mai

m'accorsi d'essere sorvegliata, o che si volesse farmi pensare

o sentire alla loro foggia. Bene o male che fosse, almeno la mia

fanciullezza non fu abbeverata di lagrime, e quegli anni, che la natura

destina ad ogni creatura umana così belli, io non li ebbi contrariati

giammai dal prepotente volere degli altri. Passavo con loro una parte

dell'anno in città, e l'altra in un casino ch'essi tenevano su quei

colli là vicino al tuo paese. Agiati, ospitali, la loro famiglia era

grandemente frequentata. Questo ho dovuto dirti per farti capire in

che maniera io avessi potuto strignere una così intima amicizia col

giovane che ti ho accennato. Perchè, Tina, quel giovane non credeva

come noi, non pregava nelle nostre chiese; era un ebreo. Avevo fatto la

sua conoscenza per puro accidente. Ecco come avvenne.

Credo che fosse di carnovale. I collegiali davano una rappresentazione,

così come hai veduto qui le nostre educande. Mi ci trovavo in compagnia

di molte signore, madri e sorelle dei giovanetti. La sala angusta non

permetteva comodo spazio a tutti gl'intervenuti, sicchè sul dinanzi

sedevamo noi donne, e gli uomini e gli ultimi arrivati dietro in

piedi. Sento alle mie spalle un accalcarsi di gente. Era il giovane

che entrava con a mano due fanciulli, ma non poteva aprire il varco

e le creaturine rimanevano quasi soffocate dalla folla. Due dame che

l'avevano adocchiato, e forse sapevano chi fosse, fecero le viste di

non si accorgere, e colle loro pellicce sciorinate sulle sedie finirono

di otturare il solo spiraglio per cui i poveri piccini procuravano

di contemplare anch'essi un tantino dello spettacolo. M'ingegnai

d'accennare che avanzassero, e a forza di strignermi sull'altro lato

riescii a farli passare sul dinanzi; e il più piccolo, ch'era una

bella bambina ricciuta e bionda come un angioletto, me la presi sulle

ginocchia.

Sul momento della partenza, nel ripigliarsi la sorellina, non so che

complimento ei mi facesse; certo non doveva aver nulla di particolare,

ma io sento ancora nel cuore il tono timido e la dolce emozione di

quella voce. Dappoi egli trovò modo di venire a farci visita. La

zia lo accolse gentilmente; pure in sulle prime, forse a causa della

diversità di fede, traspariva in lei un non so che di contegnoso che

a me faceva male e che mi credevo come in debito di compensare; ma

il marito, a norma dei larghi principii che ti ho detto, riconobbe

allo stesso le rare qualità del giovane, e lo trattava con tanta

benevolenza che presto ei divenne uno dei nostri più intimi amici.

Non puoi credere come quell'anima era bella e quanto bene mi fece la

sua conoscenza! Fino a quell'epoca io ero vissuta affatto spensierata

e senza prefiggermi nessuno scopo; cominciai a riflettere ed amai

l'occupazione e cercavo più che potevo di arricchirmi di utili

cognizioni; e un'altra sorgente di gioie purissime ed ineffabili mi

aprì la sua benedetta amicizia. Mi sono sempre stati cari i fiori,

e allora io n'ero veramente appassionata. Un giardiniere, che veniva

qualche volta in famiglia, mi aveva promesso una piantina di non so che

giranio. La nostra casa era situata in uno de' più bei borghi della

città; dietro aveva un cortile interno, in fondo al quale c'erano le

scuderie e un'uscita che metteva sur un vicolo popolato da povera

gente; sicchè dall'una parte edifizi signorili, larga la via, moto

continuo, aspetto di opulenza; dall'altra sudiciume, casucce infelici,

miseria. Eravamo intesi che la mattina prima di andare al giardino dove

lo aspettavano a giornata, ei mi avrebbe portato il vasetto per cotesto

ingresso che gli accorciava la via. Nella mia infantile impazienza mi

alzai coll'alba, e attraversato il cortile, sul portone che dava nel

vicolo, mi misi ad aspettare ansiosa la cara pianticella. Passa il

giovanetto. Così mattutino, per quella remota contrada.... non potevo

persuadermi; ma egli mi aveva riconosciuta, e un po' esitante, un po'

arrossito, pur si ferma a salutarmi, e mi narra d'una famiglia infelice

che abitava pochi passi lontano. Erano quattro fanciulletti orfani e

due vecchie, una delle quali cieca; tutti senza pane. Entriamo insieme

nel miserabile tugurio. La cieca stava seduta in un angolo vicino al

fuoco, sentì il suo passo e, riconosciutolo, stendeva le mani come per

tentare dove fosse: egli le si assise dappresso colla tenerezza di un

figliuolo. Aveva trovato da collocare il ragazzino maggiore e veniva a

portargliene la notizia. Di sopra si sentirono le voci dei due piccoli

che l'altra donna stava vestendo. Scesero le scale, oh Dio mio come

sparuti! li seguiva una fanciulletta coi piedini nudi.... Io, vissuta

sempre negli agi, non avevo giammai sospettato una scena di tanta

miseria, e mi si strinse il cuore per infinita pietà. Egli comprese, e

come se gli fossi stata sorella, mi affidò l'incarico di cucire alcune

camice e i vestitini per quelle povere creature. Oh! di che gratitudine

non mi sentii io allora legare a quell'anima benedetta! Serbammo fra

noi due il segreto, e io lavoravo nella solitudine della mia camera

con una gioia che in mia vita non avevo provato la più soave. Quando

veniva la sera, erano questi i nostri colloqui, e ci mettevamo un così

vivo interesse, come se fossero stati d'amore. Quel giovanetto, Tina,

era buono, e faceva il bene quasi per istinto; era onesto, pieno di

rettitudine, benefico per natura così come uno è gentile. Dolevami

ch'egli non avesse la nostra fede, ma mi pareva sventura e non colpa,

ed anzi la compassione per questa sua immeritata disgrazia me lo faceva

ogni giorno più caro. Pativo di ogni parola che potesse toccare cotesto

argomento ad offender lui anche lontanamente, e cominciai allora a

riflettere su molte umane ingiustizie. Pregavo Iddio, e tuttora lo

prego che infonda invece la sua carità nei nostri cuori, e ci faccia

miti e mansueti e tutti fratelli.

Erano già passati alcuni anni di questa nostra intima amicizia, nè

giammai c'era uscita una sola parola, o un menomo atto che indicasse

amore, e ci amavamo, è certo, con tutta la potenza delle anime

nostre. Un giorno e' mi fece una strana dimanda: — Poniamo, diceva,

ch'io fossi un vostro pari e nato nella vostra fede, se chiedessi la

vostra mano...? — Sospettai: potrebbe forse la passione indurlo ad un

cangiamento per cui non istanno le sue convinzioni? felicità suprema

unire la mia alla sua vita; ma sua madre che ne sarebbe desolata! Io

strappare un figliuolo dal seno della madre! Se non è per comando di

una verità profondamente sentita, cotesto è delitto. E fatto uno sforzo

supremo, con patente menzogna risposi: Non l'accetterei!... Miseri!

avevamo entrambi raggiunto un'ora d'irrevocabile dolore e dissipati per

sempre i nostri dolci pensieri. Egli lasciò accartocciarsi il disegno

rappresentante due sposi all'altare che stavamo insieme guardando e

che aveva dato occasione a quella fatale inchiesta, e io sentii cadermi

sulle mani alcune sue lagrime di fuoco. Non ardii sollevare il viso e

stetti lungo tempo immobile.

Quando finalmente mi scossi, egli era partito, senza darmi un addio,

senza proferire una sola parola. — E non ci siamo mai più riveduti!

Seppi peraltro più tardi che stabilitosi fuori di paese, s'era

ammogliato. Tutto l'amaro del sacrifizio mi piombò allora sul cuore.

Fino a quel punto non so che filo di sognata speranza m'era andato

sostenendo la vita. Mi pareva che doveva tornare, che avrei potuto

spiegargli ogni cosa, mostrargli a nudo l'anima mia, dirgli quanto

l'amavo: che se non ci era concesso d'esser felici, avremmo almeno

pianto insieme e ci saremmo l'un l'altro consolati col santo pensiero

d'un immutabile affetto. Ma quella notizia fu un colpo di fulmine che

non avevo saputo prevedere, e dinanzi alla quale mi trovai affatto

annichilita. Oh le lagrime ch'io versava in quelle lunghe notti insonni

tormentate dall'infinito desiderio di rivederlo e dalla certezza di

averlo irreparabilmente perduto! Ma a che narrarti gli spasimi di

un cruccio che tu, poverina, devi pur troppo conoscere? È stata la

somiglianza dei nostri casi, Tina, che mi ha aperto l'adito al tuo

cuore, e adesso m'inspira tutta questa confidenza. Sì, sorella mia,

anch'io come te ho amato e ho pianto; ma, più debole di te, mi lasciai

talmente sopraffare dalla mia sventura che caddi malata. Un languore

invincibile mi consumava, ogni giorno più stanca e più pallida io

era oramai vicina a non potermi più alzare dal letto. I miei buoni

parenti sgomentati mi trasportarono in campagna, e la loro tenerezza

mi circondò di affetto, di tanta delicata pietà che finalmente valsero

a riavermi. Là su quelle colline cominciò per me un'esistenza affatto

nuova. Mi piacevo della solitudine dei siti e uscivo spesso a diporto

pel verde dei declivi all'aria pura ed aperta, sotto l'occhio del sole.

Qualche volta mi sedevo al margine d'un fonte salutare, e quelle acque

mi ricreavano. Salivo d'una in altra pendice, lieta di contemplare da

vicino il cipresso che me l'aveva indicata, o se m'internavo dalla

parte dei boschetti, erano le dolci note degli usignuoli ch'io mi

fermavo lungamente ad ascoltare. Io andava così placidamente bevendo

la pace serena della bella natura che mi stava d'intorno e a poco a

poco me la sentii come trasfusa nel cuore, che finalmente quietato,

mi si aprì di nuovo alla vita. Fu in quel torno di tempo che un

mutamento domestico nella famiglia de' miei buoni parenti venne a

colmarli di gioia. Un nipote ch'essi grandemente amavano e al quale

avevano destinato l'eredità dei loro beni, compiuti gli studi e tornato

da un lungo viaggio stava per contrarre un matrimonio di loro pieno

assentimento. Gli sposi dovevano stabilirsi in casa quasi figli, e lo

zio si occupava nel sopraintendere ai diversi lavori che aveva ordinati

all'uopo di apparecchiare l'appartamento nuziale. Queste faccende, e le

molte visite di costume per tale occasione li obbligarono a tornarsene

alla città. In quanto a me, non ignoravano che mi sarebbe stato di

peso, e mi lasciarono in piena libertà nell'allegro casinetto delle

colline. Oramai riacquistata la primiera salute e fatta amicizia con

diverse giovanette, facevo con esse frequenti escursioni nei dintorni.

Ho percorso tutti quei luoghi e ne serbo assai cara la memoria. Ecco

perchè, quando sei venuta qua entro, provavo tanto piacere a discorrere

teco del tuo paese nativo. Nel tuo villaggio ci sono stata parecchie

volte, e vedo il viale dei Conti, il Palazzo, la Manganizza, come se

tuttora mi fossero dinanzi agli occhi. Amavo la buona gente che lavora

la terra, e a poco a poco dimenticati della mia condizione anch'essi

mi amavano e mi ammettevano senza riguardi nella loro intrinsichezza.

Confusa con essi ho pregato nelle loro chiese, prendevo parte ai

conviti nuziali, ai battesimi, alle danze della sagra, mi sedevo come

una sorella al capezzale degli ammalati, colla candela benedetta fra

le mani intervenivo alle devote processioni, e su quel monte che ci

sta dirimpetto più d'una volta sono stata in pellegrinaggio a visitare

in loro compagnia la Madonna benedetta. Quando gli sposi vennero a

passare l'autunno sulle colline mi trattarono col più cordiale affetto.

In quella famiglia regnava un mirabile accordo: rispettosi e devoti i

giovani, condiscendenti i vecchi, e tutti lieti e benevolenti, e a me

poi s'usavano i più dilicati riguardi e tante attenzioni che pareva

che si fossero come uniti per compensarmi delle lagrime passate.

Partecipavo col cuore aperto alla contentezza de' miei buoni zii, alle

giovanili speranze e alla gioia dei cugini, alla crescente prosperità

della famiglia. Sì, una memoria veniva talvolta anche allora, come

ombra, a funestarmi; ma io pregavo rassegnata e in pace; e ogni

sera potevo offrire al Signore qualche poco di bene operato nella

giornata; e se anche nel mio secreto piangevo perduta per colpa di

quello sfortunato amore la famiglia che mi era stata forse destinata,

mi consolavo nella speranza di quella degli amati cugini. Lieta della

solitudine dei campi ch'io stessa mi avevo eletto e che mi era dato

godere senza contrasto, spaziavo libera nell'aria e nel verde come

uccelletto respirando la poesia del creato, e nessuno faceva male

interpretazioni e il mio nome rispettavano. Avevo dimenticato la città

e le sue costumanze per istrignermi sempre più alla povera gente che

mi compensava col suo amore disinteressato e colla sua stima. Chiudere

in pace i miei giorni in quella solitudine ignorata, sotto gli occhi

di Dio, facendo quel più di bene che mi era possibile, amando con

sincerità e purità di affetto tutte le creature che mi circondavano e

ricevendo in contraccambio il loro amore, quest'era il mio fine, questa

la speranza e la gioia della vita che mi avevo prefissa.

Racconti(#49510) · 第 82 / 90 题