— Ebbene, Tina! continuò suor Maria Eletta, un uomo che io non avevo
cercato, che certamente non potevo avere offeso, venne su' miei passi,
turbò la calma che con tanta fatica avevo riacquistata, distrusse i
miei sogni e mi precipitò di nuovo nelle lagrime. Oh, cadere colaggiù
tra i vortici di quell'onda perigliosa e, dopo avere lungamente lottato
colla morte, a forza di lena affannata riuscire alla riva, e invece
d'una mano amica trovare chi ti risospinga nel gorgo!... Lungi, lungi
l'uomo! Ci sono dei cuori freddi ed impermeabili che come se fossero
di marmo stanno immobilmente attaccati al loro dovere. Per essi non ci
sono gioie dell'affetto, ma neanche i pericoli: passano incolumi fra le
lusinghe della vita e nulla può infrangerli. Ma i nostri, Tina?... Io
ho messa la mano sul tuo e so come batte.... Oh! poichè non han potuto
battere a bene la prima volta, credi, per noi deboli creature non resta
altro asilo che la solitudine assoluta e il santuario del Signore. —
L'uomo, che ti dicevo, era un dottore di legge, antica conoscenza del
cugino, che teneva allora fra le sue mani molti affari della famiglia.
Nel tornarmene a casa dalla consueta passeggiata del mattino, lo trovai
con la mia buona zia che discorreva di non so che pio istituto. Era
venuto a passare alcuni giorni in campagna con noi, e mostravasi così
rapito della pittoresca bellezza di quelle nostre colline, che si
conciliò subito la mia simpatia. Aggiugni che, benchè avesse di molto
viaggiato e conosciuto il mondo, a differenza in cotesto di tanti altri
suoi colleghi, dalle sue labbra non usciva giammai una parola men che
riverente per tutto ciò che accennasse a credenza od a culto religioso;
anzi nelle pratiche nostre più minute pareva semplice e devoto come la
più umile femminetta. Colla zia s'intratteneva sovente delle cose della
fede, e l'accompagnava alla chiesa e assisteva con essa alla Messa
con una pietà così singolare che al solo vederlo ti sentivi commossa.
Cólto d'altronde e nei modi estremamente politi di una scioltezza
così elegante e così nello stesso tempo riservata e modesta, la sua
conversazione era come un'armonia che dolcemente attraeva. In casa
tutti l'amavano, non eccettuato lo zio che discorreva assai volentieri
con lui, perchè ei sapeva finamente rilevare ciò che v'era di vero in
quelle sue opinioni in apparenza strane e quasi sempre eccentriche.
In quanto a me, un po' alla volta era diventato il compagno ordinario
delle mie escursioni, e come se le nostre anime sentissero all'unisono,
i miei gusti erano sempre anche i suoi. Appassionato per i fiori,
quasi inavvertitamente portava all'occhiello del vestito quelli che
io prediligeva. Che se talvolta mi fermavo a contemplare estatica
qualche bel punto di vista o qualche magnifica scena della natura,
nel ripigliare il passo trovavo che anch'egli l'aveva notata, tanto
apparivano nella sua faccia i segni di una viva commozione. Di certe
leggere attenzioni ch'egli mi andava usando così alla lontana, e con
una delicatezza quasi impercettibile, io mi ero accorta, ma siccome
tutti sapevano che da gran tempo avevo rinunziato a qualunque idea di
matrimonio, le accettavo sempre nel loro più semplice significato,
persuasa che conscio della mia risoluzione ei non potesse nutrire
secondi fini. Non valsi peraltro a scansare ch'egli non mi parlasse
finalmente all'aperta. Invece di rivolgersi a me, avrebbe potuto
chiedere la mia mano ai parenti e suscitarmi, particolarmente per parte
della zia, una di quelle affettuose persecuzioni, dalle quali altre
volte non avevo potuto cavarmi che a forza d'infinite amarezze. Gli
fui quindi riconoscente, e nell'impeto di quella subitanea commozione
stavo già per rivelargli l'anima mia, ma un'invincibile ripugnanza
mi trattenne. Mi avrebbe egli rettamente intesa, o non più tosto
sospettata e calunniato l'angelo ch'io tuttora adoravo con tutta la
devozione di un primo amore? Risposi che non potevo accettare, che
la mia sorte era già irrevocabilmente fissata, che s'ingannava nel
creder puro il mio cuore; e tornata alle antiche memorie piansi per
alcun'istanti inconsolabile. Il mio rifiuto non valse ad allontanarlo;
solo pareva che il suo affetto per me si fosse cangiato in una candida
e quasi fraterna amicizia.
Egli s'andava intanto destramente insinuando nella mia anima, ch'io
infelice gli abbandonavo quasi a compenso del negato amore. Ed a
cotesto contribuì non poco il conoscere entrambi un pio sacerdote,
che a quell'epoca la voce pubblica venerava come un santo. Egli era
stato al mio letto, quand'io mi trovavo in fin di morte, e la sua
parola di pace in quei terribili momenti di disperata angoscia aveva
lenito le mie lagrime e messomi nel cuore il desiderio di rassegnarmi.
Ora quell'uomo del Signore amava il giovane con viscere di padre e
sapeva della nostra amicizia, e col mezzo di lui, che andava spesso
a visitarlo nel suo romito oratorio, si può dire che teneva entrambe
le nostre anime nelle sue mani. Era col suo assentimento che aveva
stretto il patto fra noi di avvertirci scambievolmente dei nostri
difetti e di renderci l'un l'altro migliori, e il modo franco e nello
stesso tempo pieno di dolcezza con cui egli l'adempiva, mi era gioia
sincera ed accresceva la mia fiducia nella sua amicizia. Una sola
cosa mi rammaricava, ed era ch'egli sempre credeva maggiore del vero
quel po' di bene ch'io andava facendo. Una volta còlti dalla pioggia
entrammo a riparo in un casale dove da più anni giaceva malata una
povera figliuola ch'io conoscevo. Mentr'egli trattenevasi in cucina
colla famiglia, salii alla sua camera. Io la visitavo talora; ma i miei
conforti a quel letto di dolore consistevano più che altro in parole,
essendo assai tenui i soccorsi ch'io era venuta di tratto in tratto
arrecandole. Nel tornarcene a casa egli mostravasi così commosso,
e mi parlava con tanto entusiasmo delle molte beneficenze che mi
permettevano di spargere tra i poverelli le mie non comuni ricchezze,
ch'io mi sentii veramente umiliata. La sera, quando fui sola nella mia
camera, pensavo a cotesto con una amarezza indicibile.
Qualunque somma io avessi chiesta al nostro agente, credo certo che
non mi sarebbe stata negata; ma in realtà era assai poco quello che
per solito io dimandava. Sotto l'incubo di tali riflessioni provai
per la prima volta come un secreto dolore che la mia posizione
non mi lasciasse affatto libera e senza sorveglianza di sorte
nell'amministrare e disporre de' miei beni. Mi entrò nell'anima un
rimorso cocente del bene che non avevo fatto. Dio mi aveva dato un
ricco patrimonio e non mi era mai caduto in mente di rifletterci;
tanti infelici languivano, e per una timidezza che allora mi parve
colpa io trascuravo di alleggerire la loro miseria. Mi piovevano sul
cuore le lagrime dei poveretti che avevo vedute, e risolsi di riparare
a cotesta mia crudele negligenza. Infatti, alla prima notizia che mi
pervenne di non so che tremenda sciagura, vinta ogni ripugnanza chiesi
ed ottenni una grossa somma di danaro, e poichè quella catastrofe era
esagerata e io mi trovavo fra le mani un vistoso residuo, a scansare
nel caso di qualche altra occasione l'impiccio e il rossore di una
nuova domanda, lo depositai col mezzo del mio amico su d'un monte
di pietà, e si convenne che il frutto del capitale fosse infrattanto
impiegato a soccorrere i poveri. Correva già quasi un anno di questa
nostra relazione, quando m'accorsi che il mondo cominciava a far male
interpretazioni; e anche in famiglia alla cordiale amicizia di prima
subentrava adesso una tal quale freddezza che mi fece sospettare
della loro disapprovazione. Colla mia spensieratezza io mi era dunque
attirata sul capo dei ben severi giudizj? Non per me, ma per le care
persone che mi amavano, ma per lui stesso me ne dolse. Compresi
che bisognava smettere e aspettavo che la cosa venisse dalla sua
delicatezza; invece, come se fosse stato affatto cieco, le sue visite
diventavano sempre più frequenti: feci forza a me stessa, e un dì
ch'eravamo soli gli entrai di cotesto.
Egli tornò allora al suo antico progetto come quello che poteva
riparare ogni cosa, e mi persuase a rimettermi alla decisione del
santo uomo che già conosceva il mio cuore. Era il punto dove si voleva
tirarmi, ed io misera ci venni strascinata dalla lunga insistenza
e dalla prepotente volontà di quest'uomo, così come il povero fiore
ch'io getto adesso nel torrente, voglia o non voglia, fra poch'istanti
passerà sotto l'arco del ponte. Perchè sapevo bene qual sarebbe stata
la parola del ministro di Dio che avevo promesso di consultare! Da
molto tempo egli soleva considerare come un gran bene per me l'amore
del giovane, e dolcemente mi consigliava a non resistere più oltre alla
Provvidenza che mi offeriva nella santità del Sacramento una guida
sicura agli affetti inesperti ed un amico che mi avrebbe protetta
e salvata dalle memorie del mio passato che talvolta venivano così
crudelmente a turbarmi. Avevo dunque risolto. Fidata nelle speranze
di un incerto avvenire, donavo con quella parola il mio cuore, le
dolci abitudini della famiglia e dei luoghi in cui vivevo, la libertà
illimitata della mia vita e le mie più intime convinzioni. Come un
albero che ha di già attecchito e che si vuole trapiantare troppo
tardi, mi avevo lasciato a poco a poco scalzare tutte le radici
e aspettavo peritante di andarmene nell'ignoto terreno. Ma ahimè!
l'albero infelice che con tanto studio s'erano ingegnati di cavare dal
suolo nativo non era stato che per lasciarlo da parte.
— Da parecchie settimane nulla io sapevo di lui. In famiglia sempre
più freddi, e io bisognava di effondere l'anima travagliata da troppo
gravi pensieri. Ardisco e gli scrivo. Viene una lettera studiata che
schiva tutti i punti toccati dalla mia. Era malato, da più giorni
guardava il letto, doveva nel dimani farsi salassare. Peraltro era cosa
passeggera, e chiudeva col promettere fra giorni una visita. Dormii
poche ore inquiete e sognavo di vederlo, ma era pallido e la sua mano
agghiacciata come quella di un cadavere; strinse un momento la mia, poi
l'abbandonava in un subito e mi volgeva le spalle, senza che valessero
a richiamarlo nè le mie preghiere nè le mie lagrime. Appena giorno
volli portarmi alla città, addussi non so che pretesto, ma era per
sapere di lui. — Seppi più di quanto voleva. Invece del letto e del
salasso era uscito per una gita ad un villaggio vicino, dove trovavasi
una giovinetta, la cui mano da gran tempo egli sollecitava, appunto
così come faceva con me. Gran parte della sua giovinezza egli l'aveva
spesa in quelle che il mondo chiama fortune d'amore, e conosceva
molto bene l'arte d'impadronirsi d'un povero cuore di donna. Quando
le lagrime di taluna delle vittime gli suscitavano qualche impiccio,
egli cambiava paese. Ora pareva che volesse trar profitto di questa
sua scienza per iscegliersi a suo modo una sposa. Avevamo avuto la
disgrazia di fissare in due la sua attuale attenzione, e a guisa di
perito mercatante, dopo aver ben pesati i vantaggi di entrambe, era
per lei ch'egli s'aveva finalmente deciso. Se tu sapessi il male che
mi fece questa scoperta! Misera cosa il cuore umano, e ogni passo
della giovinezza seminato di mille idoli fallaci che fanno insidia
alla nostra frale virtù. Avrei potuto perdonargli l'incostanza; i
traviamenti stessi della passione: sì! anche tradita avrei avuto
lagrime per compiangerlo; ma venire a turbare la pace altrui per mero
progetto, ma assumere cotesta maschera d'ipocrito affetto per niente
altro che per un miserabile interesse personale!... Quando guardo alla
gente che passa colaggiù su quella via lontana, o alle tante teste
che vanno e vengono per la riga del ponte, e penso che fra esse può
trovarsi un uomo simile, benedico quest'asilo inviolabile, dove non
giugne il loro alito avvelenato. Tornai a casa coll'anima infranta.
Appena smontata dalla carrozza mi dicono che lo zio mi chiamava nel
suo gabinetto. Salgo le scale in fretta e lo trovo seduto dinanzi alla
scrivania sulla quale stavano aperti diversi libri di conti. Il buon
uomo aveva l'aspetto commosso. Si tolse gli occhiali, stette un pezzo
guardandomi senza proferire sillaba, mi fece sedere a sè dappresso, mi
prese la mano e dopo averla lungamente accarezzata fra le sue, scosse
la testa, e,
— Non è possibile, disse, si sono ingannati, questa poverina ci vuol
bene! Non è vero, figliuola mia, che tu mi ami? e ami anche la zia,
anche i cugini? — A sì impensate parole un impeto di pianto mi strinse
le fauci, e per tutta risposta mi portai alle labbra la benedetta sua
mano paterna.
— Oh lo sapevo bene! perchè il povero vecchio non ti ha mai
contristata. Ma è un affare dilicato; tocca l'onore, figliuola, ed
essi pensano colla loro testa, nè io voglio farli pensare a mio modo,
no! liberi tutti e liberi anch'essi. Fortuna che cotesto è un fatto
che già doveva avvenire in breve allo stesso! Ecco qui il resoconto
della facoltà che ti hanno lasciato i tuoi genitori. Queste cedole
e questo danaro sono roba tua. La tua casa l'ho fatta ammobiliare di
nuovo: troverai un appartamento che spero sarà di tuo gusto, così pure
l'equipaggio e la servitù che ti aspetta. Ci ho messo la stessa premura
che per i cugini, perchè già anche voi altri due io vi considero come
figliuoli; ed è un buon giovane e ti farà felice, e saremo sempre
amici, forse meglio così divisi che se si avesse trattato di far tutta
una famiglia.
Dio! Dio mio! queste parole mi laceravano fuor di misura. Che avevo
io fatto per meritarmele? Dunque adesso ch'io era abbandonata e sola a
questo mondo, anch'essi mi scacciavano dalla loro casa? Che m'importava
delle mie ricchezze, se non avevo più un'anima che mi amasse? Caddi a'
suoi piedi e stendeva le mani tremanti ad implorare pietà. Oh! egli che
aveva raccolto l'orfana, non doveva ributtarla così nel momento della
sventura.... Ma il buon vecchio non m'intendeva. Partiva sempre dalla
persuasione che il mio matrimonio fosse già cosa stabilita.
— No, figliuola, tu non mi hai offeso, tu non devi chiedermi perdono
di nulla. Nè su te nè su persona al mondo io non mi sono mai arrogato
una simile autorità: a' miei occhi essa è affatto odiosa, perchè
tu eri libera e potevi liberamente scegliere, nè c'era bisogno di
partecipazioni. In quanto ai cugini, essi si sono offesi pel denaro
che facesti depositare sul Monte; ma passerà, e celebrate le nozze,
quando sarai stabilita nella tua casa, vedrai che torneremo tutti in
buona armonia.... — Allora compresi ch'era inutile ogni spiegazione,
e che se anche fossi giunta a vincerlo dal lato del cuore, non sarebbe
stato che a spese della sua pace domestica. Rimanermi in famiglia non
era più dunque possibile: vi si opponeva la mia stessa dignità. Presi
una penna e segnai la rinunzia ai cugini di tutti i miei stabili;
poi inginocchiata a lui dinanzi, lo pregai della sua benedizione,
perchè nel dimani io mi sarei chiusa per sempre in questo monistero.
Fu inconsolabile; ma io nella notte ebbi agio di ben meditare la mia
posizione, e il mio partito fu irrevocabilmente preso, nè più valsero
a smuovermi nè le sue lagrime nè quelle della povera zia. Debole,
malata e sola, come vivere in un villaggio per me affatto nuovo, in una
casa dove non ero cresciuta e dove non avrei trovato nessuna creatura
che potesse compiangere la mia sorte, e circondarmi di quelle cure
affettuose di cui allora più che mai sentivo il bisogno? Qui conoscevo
la buona Abbadessa, qui erano anime pure che nella loro santa carità
avrebbero curato i mali di una misera sorella che si rifugiava fra
le loro braccia: per non turbare il sereno della vergine loro vita
non avrei potuto narrare la trista mia istoria, ma potevo io piangere
dinanzi al Signore e pregare insieme con esse.