Cotesta poesia della natura che s'apriva così ricca dinanzi agli occhi
di quel romanzesco monistero, la vita affatto nuova, gli usi per
lei singolari e l'attendere alle mansioni che le avevano affidate,
assorbirono per qualche tempo tutto l'animo della Tina di modo che
trovavasi pienamente contenta della presa risoluzione. Le lagrime e i
turbamenti passati le apparivano adesso come un sogno, nè se ne voleva
più ricordare, se non per purificarsi e farne espiazione a forza di
lavoro e di preghiera. Anche le monache avevano pigliato ad amarla. Il
suo aspetto attraente, la dolcezza e la serenità de' suoi modi, la sua
non comune intelligenza le conciliavano ogni anima. Passò così diversi
mesi, e se allora le avessero offerto di cingere anch'essa il velo e
proferire gl'irrevocabili voti, facilmente l'avrebbe considerato come
un favore, e si sarebbe da sè stessa incatenata per sempre su quello
scoglio inaccessibile e diviso da ogni umano consorzio. Ma quando
venne la primavera cominciò a sentirsi come un secreto desiderio
della terra nativa. Lo reprimeva ella con tutta la sua forza, ma
spesso così insensibilmente gli entrava nel sangue che già n'era
dominata tutta quanta prima che la sua volontà avesse potuto neanche
avvedersene. Sullo scorcio dell'inverno, quando i rigori del freddo
avevano cominciato alquanto a mitigarsi, le era stato affidato un
novello incarico ch'ella accettò tutta contenta come quello che meglio
d'ogni altro, per la pratica che ne aveva, le dava agio di dimostrare
la propria abilità. Si trattava di preparare la terra del giardinetto
sul torrente. La coltivazione dei fiori era una delle mansioni della
sagrestana suor Maria Eletta, il solo individuo di quel recinto che la
Tina non aveva ancora mai potuto vedere. Di una salute dilicatissima,
passava molta parte dell'anno ritirata nella sua cella, e il freddo
come il caldo eccessivo talmente l'offendevano che ne rimaneva malata;
le compagne per altro gliene avevano più volte parlato e sempre con
tale venerazione da fargliene desiderare la conoscenza, ma eccetto
la conversa che l'assisteva, senza un ordine espresso della Badessa,
nessuna avrebbe ardito varcare la soglia di quella camera. Suor
Maria Eletta amava la solitudine, e, a meno che non fosse all'estremo
sofferente, impiegava le sue ore in ogni sorte di leggiadri lavori,
tra cui tenevano il primato i fiori artificiali. Un mazzolino ch'ella
aveva creato per le feste di Natale parve alla Tina tale portento da
non potersi capacitare che fosse opera umana. I fiori più minuti come
la luisa, la vainiglia, diverse specie di verbene erano perfettamente
imitati, la mammola difficilissima somigliava così vera da invitarti
ad odorarla, ma due rose sovrattutto erano veramente incomparabili.
L'una appena sbocciata pareva che avesse nel grembo le gocciole della
rugiada, l'altra appassita, coi petali scolorati pronti a sparpagliarsi
al minimo soffio, guardava la terra con tanta malinconia, ed era così
leggiadra nel suo dilicato pallore da farti pensare sospirando al
fuggevole sorriso degli anni giovanili. Siffatte meraviglie, che ogni
qual tratto uscivano da quella cella misteriosa, crescevano ognor più
la grande curiosità della Tina. Quando un giorno la Badessa le disse
che per i lavori del giardinetto bisognava dipendere dalle istruzioni
di suor Maria Eletta, ed ella stessa la condusse a riceverle nella
camera della malata. Strada facendo le raccomandò di non parlare a voce
alta, perchè, soggiungeva: — Quell'anima benedetta non se ne lagna,
ma è evidente che soffre. — La Badessa aveva per suor Maria Eletta i
più dilicati riguardi. Per lei faceva eccezione alle austere leggi del
monistero, la dispensava dal comparire in coro, dal refettorio comune,
da parecchie obbedienze della regola; e non solo quando trovavasi
sofferente, ma tutto l'anno la sua vita era affatto libera e poteva
occuparsi come meglio le aggradiva, nè v'era tra le consorelle chi di
ciò avesse mosso il menomo lamento; pareva anzi che tutte la tenessero
per una persona affatto eccezionale e privilegiata. Entrarono nella
stanza; le impòste socchiuse e colle cortine abbassate lasciavano
penetrare appena tanta luce da discernere gli oggetti. La malata stava
seduta sul suo letto, ma peraltro vestita, e lo scapolare si distendeva
sulla rimboccatura delle candide e finissime lenzuola; teneva la testa
china e come intenta al lavorio delle sue piccole mani, che così quasi
all'oscuro rapidamente frastagliavano alcuni fogli di carta verde; il
velo venuto innanzi le adombrava la faccia di modo che la Tina non potè
pienamente raffigurarla.
— Eletta mia, le disse la Badessa procurando di attenuare il suo grosso
metallo di voce, ti conduco la ragazza, fà d'intenderti con essa, la
troverai pronta ad eseguire tutti i tuoi ordini.
— Oh vi ringrazio, buona Madre, proferì Maria Eletta con un tono così
dolce che pareva un'armonia; e tu, giovanetta, siediti qui. — E quando
la Badessa si fu ritirata, e la Tina tutta rispettosa ebbe preso il
posto che le aveva indicato, continuò ancora più dolcemente:
— Mi han detto che vieni dal contado e devi saperne di fiori. Anch'io,
giovinetta, ho vissuto parecchi anni in campagna e amavo la buona gente
che lavora la terra. Oh! è bella la vita all'aperto, nell'aria libera
e tra il verde di tante piante. Dopo questa consecrata al Signore,
è la più bella! — Poi dopo varie interrogazioni ed alcuni precetti
risguardanti il giardinetto, le ingiunse di tornare ogni giorno a
trovarla; e quando prendeva congedo,
— Ricordati, disse, che noi dobbiamo volerci bene; l'amore dei fiori
e il passato in qualche parte uniforme, ora che stiamo entrambe
nella casa di Dio e siamo diventate sorelle, ci devono legare insieme
d'amicizia perenne.
Così la Tina ebbe la chiave del giardinetto, e divideva quasi tutto
il suo tempo tra la cura dei fiori e le amabili lezioni della monaca
malata. Ed erano queste due cose che ne facevano nascere mille altre
per cui ogni giorno più sentivasi involontariamente strascinata alle
antiche memorie. Tutte le volte ch'ella andava dalla Sagrestana i
loro discorsi finivano sempre col rammemorare la vita dei campi.
Era un eterno ritornello che usciva naturalmente dall'argomento dei
fiori. Suor Maria Eletta si lasciava andare così volentieri a far
menzione ora delle colline di Butrio, ora dei prati di Soleschiano,
ora della magnifica vista che si gode sul Torre venendo da Percoto,
che la Tina in quella camera si vedeva continuamente dinanzi agli
occhi le cognite scene del suo amato paese nativo. Pareva che, in
altr'epoca, la monacella avesse assai bene conosciuto quei luoghi e
che ne serbasse cara la memoria. Talvolta interrogava se dinanzi alla
chiesetta di Madonna di Strada erano tuttavia così rigogliosi i due
secolari cipressi ch'ella si ricordava d'avervi un tempo ammirati,
se nella seconda domenica di maggio costumavano ancora di ballare
sul prato all'ombra dei pioppi che fanno argine al torrente, e cento
altre domande affatto frivole in apparenza, ma a cui la fanciulla
commossa rispondeva col cuore pieno di lagrime. Nell'orticello ella vi
entrava sempre colla ferma intenzione di lavorare indefessa, ma finiva
spesso coll'appoggiarsi al parapetto e rimaner lì molte ore assorta
a contemplare nell'abisso le onde continuamente succedentisi che si
rompevano spumeggiando nei massi, passavano via sotto gli archi del
ponte e correvano verso un paese, dove il suo pensiero le aveva digià
precedute. Che se anche resisteva alla prima tentazione di porsi in
quel posto, sorgevano in seguito mille altre che involontariamente ve
l'attiravano. Era un delicato profumo di biancospino che ascendeva dal
sottoposto torrente a farla desiosa di scoprire dove fosse. Erano le
lavandaie che cantavano in coro sbattendo i loro panni; le vedeva in
lontananza, non poteva afferrare le parole, ma la cadenza le suonava
nell'anima ricordandole le patrie canzoni. L'uccellino che le passava
sul capo, le farfallette carolanti intorno alle sterpaglie della sponda
opposta, le miriadi di moscerini che vedeva alzarsi in colonna lungo
l'alveo, spandersi come ondate di fumo, disparire nel verde, lo stesso
sonito fragoroso delle acque, la stessa aria primaverile impregnata
di mille fragranze che le metteva nelle ossa un nonsocchè di molle e
di voluttuoso, tutto aveva una voce che le risvegliava il desiderio
de' suoi anni trascorsi. Allora coll'innamorata fantasia ricostruiva
a suo modo la felicità che aveva perduta, e in mezzo al paradiso di
quel sogno sorgeva a sorriderle una immagine che da lungo tempo ella
si sentiva indelebilmente scolpita nel cuore, ma sfumava come lampo, e
un rimorso cocente la riempiva di pianti. Così s'era dileguata la pace
ch'ella aveva sperato rinvenire in quella pia solitudine, e gli atti
languidi, il pallore delle labbra, la malinconia sempre crescente dello
sguardo indicavano come anche la salute stava già per dileguare. Se ne
accorse suor Maria Eletta, e un giorno fisandola con grande attenzione
le posò una mano sul cuore e le disse:
— Tu hai male qui! — Poi accoltala tra le braccia la baciò con accorata
tenerezza come se si fosse sentita le viscere di una madre. La povera
fanciulla diede in singhiozzi e nascondeva il viso fatto di porpora.
— Se tu mi guardi, soggiunse la monaca, ti accorgerai facilmente che il
dolore ha lasciato più d'un'orma su questa faccia estenuata.... forse
le lagrime che tu poverina versi in questo momento le avrò versate
anch'io. Aprimi il tuo cuore, ti consolerò! pregheremo insieme! — e
colla mano scarna l'andava dolcemente accarezzando. La desolata che da
gran tempo sentiva il bisogno d'un poco d'affetto, ruppe il silenzio
e nell'amplesso dell'amicizia così versava senza mistero il suo tristo
secreto.
— Potessi pregare! Ma che volete ch'io faccia in chiesa, se dinanzi
agli altari, se nelle devote immagini, se perfino.... o Dio! Dio! non
oso dirlo: perfino nell'ostia sacrosanta io non vedo che lui?...
— Misera creatura! Ma chi mai poteva mandarti in un santuario di
vergini? Or non sai tu — e continuava in tono sommesso, come paurosa
che qualche orecchio indiscreto potesse ascoltare — or non sai
tu, ch'esse sono tutte pure come gli angeli del Signore, e che non
potrebbero intenderti giammai, nè sentire pietà de' tuoi mali? I loro
cuori sono troppo nel cielo perchè li tocchi dolore di questa nostra
povera carne umana. — E stette un pezzo meditando, mentre dalla faccia
inspirata le balenava il pensiero di proteggere la infelice, e, quai
che si fossero i raggiri che l'avevano tratta là entro, infrangere le
sue catene e ridonarla all'amante. Ma quando la Tina le narrò con tutta
ingenuità la sua pietosa istoria, e vide com'ella amava senza speranza,
— Povera sorella mia! le disse, fors'è provvidenza che tu sia venuta
in questo luogo di pace. Il tempo ti guarirà; intanto piangi con me:
ho anch'io passato lunghi anni di dolore; eppure il Signore mi ha
consolata.
E tutte le volte che veniva nella sua camera, con una dolcezza
rassegnata e serena le parlava della brevità della vita, delle
illusioni misere della giovinezza, del buono Iddio che conta le nostre
lagrime e premia il sacrifizio, delle ineffabili consolazioni di chi
fa un poco di bene in questo mondo, del paradiso dove finalmente
rivedremo i nostri cari e dove il nostro cuore non sarà più nè
ingannato nè frainteso. La primavera quasi a mezzo inoltrata e il bel
tempo stabilito non lasciavano più temere dei rigori della passata
stagione, e suor Maria Eletta anche in quell'anno disponevasi ad uscire
dalla sua cella e per alcuni giorni partecipare alla vita delle sue
consorelle. Tosto che se ne sparse la notizia, tutto il convento fu
in festa. Le monache e le converse vennero ad aspettarla a' piedi
della scala, la Badessa le dava braccio, e quasi processionalmente la
condussero in coro. Una letizia diffusa su tutti i volti palesava come
ell'era universalmente amata, e in quel giorno recitavano l'ufficio
con tale un'enfasi di devozione che pareva che ognuna nell'interno
ringraziasse il Signore di sentire ancora una volta in unione alle loro
quella voce così pura nella sua malinconia, così soave ed armoniosa
che dava come una novella inspirazione ai cantici e alle laudi degli
antichi profeti. L'altare era adorno di fiori per la maggior parte
usciti dalle sue mani: i dilicati trapunti e i veli delle tovaglie
erano suo lavoro. Ritta nella sua cattedra, colle mani incrociate
sullo scapolare, teneva gli occhi abbassati sul breviario, ma dalla
sua pallida faccia traspariva un'indicibile commozione per questa così
amorosa accoglienza. Nell'uscire, si fermò nell'atrio dove dormono le
ossa delle antiche madri del monistero. Orava tacita, contemplando
le iscrizioni logore dal tanto passarvi sopra. Ce n'è una di quelle
pietre di marmo bianco senza parole, ma vi corre intorno un fregio.
Sono crani ed ossa tra cui passano leggiadre foglie d'acanto e
serpeggiano convolute in graziosi arabeschi, e la rosa leggera esce
dagli occhi della morte, quasichè lo scultore avesse voluto epilogare
su quel sepolcro la fugacità delle nostre povere gioie, e quella
speranza divina che la fede fa rampollare dal grembo istesso della
distruzione. Alla Badessa che l'aveva raggiunta e che in quel punto
le offeriva l'acqua benedetta: — Ecco, disse, un bel sito. Vorrei che
mi ci mettessero qui! — e si segnava sorridendo mestamente. Lungo
i portici le vennero incontro diverse ragazzine. Erano giubbilanti
del rivederla, e dopo aver baciato la mano alla Badessa, si fecero
a salutarla colla vivacità propria dei loro anni. Ella chiese il
permesso che tutte le educande venissero in quel giorno a passare
la ricreazione del dopo pranzo in sua compagnia nell'orticello sul
torrente. Quelle fanciullette allegrissime corsero via saltando a
portarne la lieta notizia e a convocare le compagne. In refettorio la
Badessa dispensò dal silenzio come nei dì solenni, e sul finire del
pranzo suor Maria Eletta fece recare una cesta in cui c'erano diversi
lavorucci ch'ella aveva compiti per ognuna delle consorelle durante
il tempo che le sue sofferenze l'avevano tenuta confinata nella sua
cella. Anche alle fanciulle nell'orticello dispensò dei regalucci.
Erano santini col margine a trafori, portafogli graziosamente ricamati,
lavori di perline, rosarietti, cestelle; e per le piccine giocarelli
di palle, sonagli ed altre galanterie: nessuna fu dimenticata, nè
delle converse, nè delle serve; ed offriva questi piccioli ricordi
in maniera così umile, che pareva che fosse un chiedere scusa dei
tanti giorni in cui la sua poca salute l'aveva costretta a vivere
segregata da tutte, ma nei quali pure aveva pensato ad ognuna di esse.
Dimostrossi poi così soddisfatta dei vari lavori che la Tina aveva
eseguiti nell'orticello, che questa non potè difendersi dal sentirne
in cuore una dolce compiacenza. Le fanciulle aiutarono a portar fuori
i vasi che nell'inverno erano stati a riparo in una stanza interna, e
la Tina e una conversa li collocavano con bell'ordine sul parapetto e
sovra alcune panche disposte a gradini lungo il muro. Que' spiritelli
delle ragazzine, benchè fosse l'ora dei loro chiassi, attente a' cenni
di Maria Eletta eseguivano ogni cosa senza confusione e si guardavano
bene dal calpestare le aiuole. Era per esse una festa l'obbedirla,
e nel convento correva il proverbio che il comparire della monaca
malata faceva ogni anno più buone e più assennate le educande.
Eppure non s'ingeriva giammai nelle cose di scuola, ned era il caso
che dalle sue labbra uscissero ammonizioni, o consigli di sorte. Il
prestigio stava in una parola: l'amavano. Per solito, dal momento
in cui, superati i rigori del freddo, le diventava possibile uscire
dalla sua camera, fino agli eccessivi calori della canicola, ella
godeva di una perfetta salute. In pochi giorni s'andava così per grado
rinforzando, che non l'avresti creduta la stessa persona. Allora, nelle
vigilie di solennità, era capace di durare tutto il giorno in piedi
ad adornare la chiesa come richiedeva il suo ufficio di sagrestana,
e quand'anche fosse sórta qualche improvvisa stravaganza di tempo,
l'osava affrontare senza paura per cogliere a suo modo i fiori del
giardinetto; anzi quando dopo un dirotto di pioggia e l'imperversare
della bufera avveniva una qualche straordinaria piena del Nadisone,
ella chiedeva subito licenza alla Badessa d'andarla a vedere, e lo star
lì molte ore a contemplare quel magnifico spettacolo della natura,
era uno de' suoi gusti prediletti. E un altro favore ella otteneva
ogni anno dalla Badessa; ed era di passare una giornata tutta intera
sull'alto del campanile. Vi ascendeva affatto sola la mattina assai
prima che albeggiasse. Protetta dalle griglie che circondano il sito
delle campane, poteva invisibile dominare la città e tutto all'intorno
un orizzonte assai vasto, che trasformavasi in vari aspetti a seconda
delle diverse ore del giorno e degl'infiniti accidenti di luce che
andavano dispiegandosi dal mare lontano alle prossime alpi. Quando
scendeva, per consueto il sole era già tramontato. Le monache tenevano
opinione che quella fosse per lei una giornata straordinariamente santa
e che passasse colassù il suo tempo assorta in devote orazioni. Certo,
per molti giorni consecutivi avresti notato nella sua faccia pensierosa
l'orma d'una singolare esaltazione. La fisonomia di suor Maria Eletta,
benchè improntata d'un'amabile soavità, era una di quelle che il tempo
non ha forza di tramutare. Si faceva d'anno in anno più pallida e più
sparuta, ma que' lineamenti che s'andavano come assottigliando, nella
loro fina espressione lasciavano meglio trasparire l'anima, e gli occhi
inspirati d'una luce serena mandavano lampi sempre più vivi, quasichè
attingessero dall'avvenire la consolazione di qualche cara speranza. —
Ella e la Tina trovavansi un dì affatto sole nell'orticello; avevano
terminato d'annaffiare le piante, ed appoggiate al muricciuolo
scambiavano tra loro ogni qual tratto qualche parola il cui tono
affettuoso ti chiariva subito la reciproca amicizia che oramai le
teneva legate. Era sul finire di maggio, nitida e quieta l'atmosfera,
e il sole vicino al suo tramonto spandeva come un sorriso d'amore su
quella magnifica scena. Suor Maria Eletta aveva gli occhi al di là
del ponte, sull'ultima linea di lievi colline i cui dorsi gentili van
dolcemente serpeggiando dinanzi alla pianura che confina col mare.
Il velo di luce, che s'andava a mano a mano ritirando dal creato e
aveva digià lasciate fredde le montagne a mancina, accarezzava ancora
quel tratto di lontano paese. Così tranquillo e nitente nella purezza
dell'aere, così delicatamente illuminato dalle rose dell'occaso, era
pur bello! Ma quali memorie andava egli richiamando dinanzi all'anima
della santa monacella? Certo il lieve sorriso della sua faccia piena
di pace ti diceva, che se anche erano di lagrime, non avevano però la
forza di turbarla, e che ella guardava al passato a guisa dei beati,
che nell'alto delle loro sedi più non possono essere tocchi dalle
vanità di questo nostro mondo.