Avvennero intanto gli scompigli del quarantotto. Le lettere
dell'Armellino mancavano. In paese dicevasi ch'ei potesse esser
passato in Isvizzera, ma era una congettura: di preciso non sapevasi
nulla, e la madre che non aveva mai potuto rassegnarsi, adesso con
tante notizie di tumulti e di guerra che da ogni parte circolavano,
si faceva sempre più sconsolata, e finì coll'ammalare. Al crepacuore
e alle lagrime angosciose era successa una spossatezza mortale: ogni
giorno più estenuata pareva che avesse cessato di soffrire; era una
quiete lenta e placida, ma evidentemente foriera dell'ultimo sonno.
Ridotta a non poter più uscire dal letto, in quelle lunghe ore mentre
appariva assopita, pensava agli anni trascorsi, alle persone che le
stavano d'intorno e che in breve doveva abbandonare; al suo povero
figlio lontano, ai cari che l'avevano preceduta e che sperava rivedere
nel seno di Dio: le risovvenne d'una creatura a cui ella per lungo
tempo aveva portato un odio profondo, come causa del passo sconsigliato
che aveva fatto il suo misero figliuolo, e prima di morire desiderò
di riconciliarsi. Andarono per la fanciulla. Era un pezzo che non si
vedevano, ed entrambe si commossero nel ravvisarsi tanto diverse. La
fanciulla pallida, tremante venne piena di pianti ad inginocchiarsi a
canto al letto; la malata stese le braccia ischeletrite, e stringendola
con affetto sul suo cuore mormorò queste parole: — O Tina, che dovevi
essere la mia figlia, perdonami il tanto male che ti ho voluto!
— Rimasero qualche tempo così abbracciate e poi parlarono a lungo
dell'infelice lontano. Pareva che per una intuizione sovrumana la
vecchia leggesse a fondo il cuore mutato della fanciulla. Forse che
l'anima presso ad uscire dalla terrena compage si faccia in quei
supremi istanti alle sue visioni più libera e come divina. Un dì mentre
la giovane, che non aveva più voluto partirsi da quella stanza, le
andava con amorosa sollecitudine riscaldando del suo alito una mano che
le si era aggranchiata, — Dimani, disse, questa mano sarà sotterra!
— E poi tornando al solito argomento dei loro discorsi soggiunse
rassegnata: — Non lo rivedrò! Pregavo sempre il Signore che prima di
morire volesse farmi questa grazia, ma non gli è piaciuto: forse la
concederà a te.... Oh sì, poverina!... Quando sarò lassù pregherò per
te, e lo rivedrai.... Era un buon figliuolo e Dio gli darà fortuna. Non
mi ha recato mai se non un solo dolore, ma io gliel'ho perdonato. Gli
dirai, Tina, che sono partita da questo mondo senza rancore di sorte,
e che gli ho perdonato tutto, anche quel danaro infame prezzo della
sua povera vita. — Una volta aprì gli occhi e guardava verso la porta,
consolata come se avesse veduto entrare qualche cara persona; indi
usciva ad intervalli in queste sconnesse parole: — Era menzogna sai.
Povera Tina! se anzi ti vuol tutto il suo bene.... Sono già quattro
giorni che fa qui le tue veci. Ecco, mi sostiene fra le sue braccia,
mi assiste e mi serve come se fossi una bambina.... Perchè non mi
avete obbedita? Sareste maritati da un pezzo e io non morrei.... Oh!
è brutto morire senza aver veduto una vostra creatura.... E la Tina è
sola; non ha figliuoli, ma il Signore le ha dato allo stesso il cuore
d'una madre. — Infatti la povera giovane era tutta intenta a procurarle
sollievo. Ora le accomodava i guanciali, ora si sedeva in modo che
potesse riposare sul suo petto; e adesso accorata da quel vaneggiamento
lagrimava sommessa, e colla mano delicatamente ravviandole i capelli
pareva che si studiasse a forza di carezze di tornarla in sè stessa.
Quel po' di esaltazione febbrile andò via cessando, ma cresceva la
difficoltà del respiro ed era caduta in una specie di sopore letale,
sicchè aspettavano che di momento in momento passasse. Avevano accesa
la candela benedetta, il Sacerdote recitava le preghiere dei moribondi,
quando tutto ad un tratto si risvegliò, sforzandosi di sorgere a
sedere; volle che le aprissero la finestrella e chiedeva dove fosse
la posizione della Svizzera. Il sole era già sparito dietro i picchi
delle azzurre montagne, un ultimo riflesso di luce imporporava ancora
il nitido orizzonte; stette un pezzo colla faccia rivolta a quel
punto e guardava intenta, ma l'anima s'era già ritirata dagli occhi
che apparivano offuscati e come coperti dal velo della morte: scosse
mestamente la testa, poi disse alla Tina: — Inginocchiati, figlia mia.
Egli lontano e tu qui! ma io vi benedico tutti due! — E la sua mano
tremante fece un segno di croce verso la finestra e cadde a posarsi
fredda come un ghiaccio sul capo della fanciulla. Udirono un ultimo
soffio — era l'anima, era l'alito di Dio che tornava in quel momento
al suo creatore. Allora si sollevò un gran pianto e uscivano dalla
stanza desolati. Sola la Tina era rimasta. Immobile al suo posto lì
presso al cadavere orava e piangeva in silenzio. Poi quando venne
l'ora di trasportarla nella bara, pregò che nessuna mano straniera la
toccasse, ed ella stessa le compose le vesti e il bruno fazzoletto
e la candela benedetta e il rosario fra le mani. Le collocò il capo
sovra un nitido guanciale, sollevandola con dilicato riguardo come
se fosse stata viva, ed era infinito l'affetto e la riverenza con cui
ella compieva tutti questi pietosi uffizi. A canto a quel letto aveva
passato alcuni giorni d'indicibile agitazione e di angoscia tremenda,
aveva tanto patito, versate tante lacrime; eppure nel tornarsene a
casa dal cimitero si sentiva nel cuore una pace e una dolcezza da gran
tempo ignorate. Le pareva che quell'anima santa pregasse ora per lei,
riandava commossa le parole di perdono e la benedizione ricevuta; e
come se il dolore avesse avuto potenza di rigenerarla, il pensiero
del giovane lontano le veniva adesso quieto e quasi senza rimorso.
— Una sera che tornava a casa dai campi trovò sulla sua porta il
sacerdote che aveva assistito la madre dell'Armellino. Il vecchio
venerando quando la vide si tolse gli occhiali mettendo in saccoccia
il breviario che aveva recitato lungo la via, e chiese di favellarle.
Qualche tempo innanzi un buon prete di Cividale suo intimo amico gli
aveva scritto raccomandandogli d'informarsi se in que' dintorni si
fosse trovata una giovane disposta ad accettar servigio presso le
monache del Monastero così detto maggiore di quella città. Siccome le
contadine di rado si adattano ad abbandonare i loro campi ed è poi
difficilissimo che si sentano vocazione per la chiusura, così egli
non si era dato nessuna premura di eseguire cotesta commissione e
non aveva neanche risposto in proposito. Ma nell'occasione di quella
malata avendo avuto agio di osservare la singolare pietà della Tina
ed essendosi informato della vita solitaria e ritirata che menava,
veniva adesso appositamente per fargliene proposta. A lei che non aveva
mai potuto cavarsi dal cuore l'immagine dell'Armellino, e che al suo
amore senza speranza e all'amaro rimorso che la consumava non aveva
mai trovato altro lenimento che i pensieri della religione, parve
bello adesso potersi ritirare a piangere nel santuario del Signore.
Rispose dunque adesivamente, e senza pórci tempo in mezzo si risolvette
a lasciar la famiglia e il paese nativo. Il sacerdote le diede una
lettera di raccomandazione, e alcuni giorni dopo col suo fardello in
testa ella partiva mattutina alla volta di Cividale. Teneva la via
più corta, cioè i viottoli che a traverso i prati e le colline mettono
sulla sponda del Nadisone presso il villaggio di Premariaco. Era sulla
fine d'autunno, una di quelle giornate nuvolose in cui si cominciano
a sentire i primi buffi del vento iemale. Dagli alberi ingialliti si
staccava ogni tratto qualche foglia che veniva a rotolare dinanzi a'
suoi passi; camminava spedita e deliberata nella presa risoluzione, ma
i suoi pensieri involontariamente armonizzavano colle malinconie della
natura. Quando fu sull'alto delle colline rivolse un ultimo sguardo
al paese che lasciava. Le gioie dell'infanzia, le sollecitudini e
l'affetto della famiglia, le memorie dell'amore stavano là. Si sentì
al cuore come uno schianto, e pianse alcuni minuti la sua povera vita
tradita. A guisa di tappeto vagamente intarsiato le si spiegava dinanzi
un ampio tratto di pianura, il basso Friuli fino al mare; ma i suoi
occhi non vedevano che un punto, il villaggio nativo, e lì dappresso
quasi impercettibile la bianca chiesetta del cimitero, dove le pareva
di tristamente abbandonare le sante ossa della pia donna che morendo
l'aveva chiamata col dolce nome di figlia e che adesso dinanzi al
Signore doveva pur pregare per lei.... Riprese la via, ma era accorata,
e a misura che s'avvicinava alla meta, l'animo repugnante le correva al
passato. Giunse a Cividale che non erano ancora suonate le dieci. Si
recò subito all'abitazione del sacerdote a cui l'avevano indirizzata.
Con tutta l'energia di cui era capace, procurava di ricomporsi e di
cancellare ogni traccia dei mesti pensieri che suo malgrado l'avevano
conturbata; ma quando entrò nel parlatorio e vide le fitte inferriate
di quella tenebrosa finestra a cui poco stante s'affacciava la figura
austera e l'abito strano d'una vecchia conversa, ella che non aveva
nessuna idea di quel che fosse un monastero, le parve di riscontrare
qualche cosa che grandemente s'avvicinava alla trista dimora dei
delinquenti, e si sentì ghiacciare il sangue. Venne la Badessa. Era
una donna sui sessanta, allegra, rubizza, di modi franchi e cordiali,
che salutò con enfasi l'amico sacerdote che l'accompagnava, e appena
ebbe udito il motivo della loro venuta fece spalancare la porta e
l'accolse con cortesia mostrandosi a prima vista compiaciuta del
buon aspetto della giovane. Suonò ella stessa una campana con certi
rintocchi convenuti, e capitata l'anziana delle converse, gliela
consegnava subito perchè le facesse vedere il monastero e conoscere le
diverse persone che vi soggiornavano, ed ella tornò in parlatorio dal
sacerdote che stava aspettandola. C'era là entro un numeroso popolo
feminile diviso in monache, converse, giovani inservienti, ed educande.
L'edifizio, antica rovina longobarda a diverse epoche restaurata,
posto sulla estrema sponda del Nadisone che ivi trascorre inabissato
tra pittoreschi dirupi, ha un aspetto singolare che desta ad un tempo
meraviglia e ribrezzo. In qualche sito il terreno su cui ponta, ha
evidentemente franato; ne fanno fede i massi precipitati nel profondo
e le radici penzolanti tra i virgulti che vestono in parte la scoscesa
ed altissima ripa; e c'è un muro del tempietto che dicono di Piltrude
principessa, tutto a crepacci, avendo al disotto ceduto le fondamenta.
Ei si presenta all'occhio in una retta perpendicolare fino alle ghiaie
dall'alveo, tanto trovasi adesso rasente al precipizio. Parte di
un acquedotto che si suppone opera romana attraversa le viscere del
convento e sotto a' suoi piedi getta nel torrente una cascata perenne.
Il sotterraneo dove passa è ridotto ad uso di magnifico lavatoio
di cui le monache si possono valere a loro agio anche nei giorni di
piova. Hanno lì sopra un picciolo giardinetto posato sullo sporto del
dirupo come innaccessibile nido di aquila; vi si discende per una
sola porticella praticata nel fianco del fabbricato che ivi lascia
libero quell'angolo di fertile terreno. La vista che vi si gode dal
parapetto è una delle più incantevoli. Domina gran parte dell'alveo
fino al ponte gigantesco tra i cui archi ineguali sorride una scena di
vago paesaggio. Quella linea che con mirabile ardimento dell'arte fu
ivi gittata a congiungere le due parti della città, nei dì di mercato
è formicolante di gente che diresti quasi sospesa nell'aria. A basso,
vicino all'acqua verdastra, sorge un molino ed altri opifici che
nella loro distanza ti paiono casine da fanciulli. Di contra stanno
i fantastici dirupi della sponda opposta e gli edifizi a fisonomia
antica e ruderi bizzarri coperti di edera, e un po' più lungi, posato
nel verde di un ameno praticello, l'elegante caseggiato che fu un
tempo il monistero di Santa Chiara e poscia collegio militare. Se
guardi dall'una parte, è il serpeggiare del torrente che viene dalle
alpi, è la vallata nevosa che s'apre tra i picchi del San Lorenzo e
quel solitario di Monte maggiore, è la cima consacrata alla Vergine
a cui concorrono continue processioni di devoti, e poi da levante a
mezzogiorno il digradare di monticelli e di colline fino alla fertile
pianura; e l'orizzonte si chiude colle più lievi colline e colla più
dilatata pianura che sfuma nella lontananza dal lato di ponente.